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I ragazzi senza le parole

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Il dibattito sui giovani, iniziato su Repubblica con Massimo Recalcati, continua. Al centro il senso del simbolo
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Interrogarsi sulla matrice profonda del disagio giovanile — come Massimo Recalcati ha invitato a fare, domenica scorsa, su Repubblica — vuol dire estendere il nostro sguardo anche oltre gli episodi dolorosissimi accaduti in questi giorni. In questione è la forma di vita dei giovani. Il loro essere nel mondo, in una stagione in cui forse per la prima volta si sono accavallate tre grandi crisi — ambientale, pandemica e bellica — con effetti che colpiscono particolarmente i ragazzi. Forse più che gli adulti. Perché in loro si può ingenerare l’impressione che la crisi sia una dimensione permanente, dalla quale è impossibile uscire. Da qui uno stato di ansietà crescente che investe la stessa nozione di futuro. Il dubbio, addirittura, che un futuro possa esistere.

Il dibattito sui giovani

  1. Viola Ardone
  2. Eraldo Affinati
  3. Marco Rossi-Doria
  4. Massimo Ammaniti

Se ricordiamo lo slancio ottimistico che pervase la generazione della caduta del Muro, i giovani di oggi sembrano entrati in una tonal…

Interrogarsi sulla matrice profonda del disagio giovanile — come Massimo Recalcati ha invitato a fare, domenica scorsa, su Repubblica — vuol dire estendere il nostro sguardo anche oltre gli episodi dolorosissimi accaduti in questi giorni. In questione è la forma di vita dei giovani. Il loro essere nel mondo, in una stagione in cui forse per la prima volta si sono accavallate tre grandi crisi — ambientale, pandemica e bellica — con effetti che colpiscono particolarmente i ragazzi. Forse più che gli adulti. Perché in loro si può ingenerare l’impressione che la crisi sia una dimensione permanente, dalla quale è impossibile uscire. Da qui uno stato di ansietà crescente che investe la stessa nozione di futuro. Il dubbio, addirittura, che un futuro possa esistere.

Il dibattito sui giovani

  1. Viola Ardone
  2. Eraldo Affinati
  3. Marco Rossi-Doria
  4. Massimo Ammaniti

Se ricordiamo lo slancio ottimistico che pervase la generazione della caduta del Muro, i giovani di oggi sembrano entrati in una tonalità emotiva radicalmente diversa, che tocca le loro stesse coordinate spazio-temporali. A entrare in difficoltà è innanzitutto il rapporto col tempo. È come se ne fossero esclusi. Fuori dalla continuità che lega le generazioni, si muovono su una striscia di terra sempre più sottile, esterna tanto al passato che al futuro. Abitano un presente senza radici e prospettive, schiacciato su se stesso. Allorché alla scomparsa del futuro si aggiunge una rottura profonda col passato, a venire meno è la dimensione storica. I giovani appaiono privi di storia, affidati a un adesso che si restringe sempre più, incapace di volgersi indietro quanto di proiettarsi in avanti.

A questa strettoia nei confronti del tempo, se ne aggiunge un’altra relativa allo spazio. È vero che, nel mondo globalizzato, la possibilità di movimento sembra essersi enormemente allargata. Ma ciò riguarda, più che lo spazio reale, quello virtuale. Lo stesso termine “navigazione” ha assunto un significato legato, anziché al mare, al mondo digitale. In esso la dimensione dello spazio è al contempo presente e assente. Chi “naviga” in internet si trova fuori da uno spazio determinato — in un ambiente che non rimanda a luoghi definiti, ma a non-luoghi da cui appare impossibile uscire, perché, come non c’è un “dentro”, non c’è neanche un “fuori”. Massimo Ammanniti, ieri, sempre su queste colonne, ricorda come ciò possa determinare, non un allargamento, ma un rattrappimento dell’esperienza vitale.

Naturalmente il vantaggio della comunicazione digitale è enorme. Ma è pagato da una serie di svantaggi altrettanto rilevanti. Il primo dei quali è paradossalmente l’isolamento. Comunicare con tutti può significare non comunicare con nessuno in particolare. È la differenza tra comunicare e “fare comunità”. A scomparire, in una società sempre più connessa, sempre più comunicativa, è la possibilità di sentirsi in comunità, in tutti i significati che questo termine ha avuto per le generazioni precedenti.

La terza sottrazione — oltre al tempo e lo spazio — che colpisce i giovani riguarda la parola. La possibilità di parlare delle loro speranze ed angosce. Dire che hanno difficoltà a rapportarsi al desiderio, significa che mancano delle parole per dirlo perfino a se stessi. Non mi riferisco solo al deficit di istruzione scolastica che, non per loro colpa, i giovanissimi subiscono. Ma alla progressiva incapacità ad accedere alla dimensione simbolica. Tra un reale troppo gravoso e un immaginario spesso illusorio, i giovani rischiano di perdere la risorsa del simbolo. Cioè la capacità di prendere distanza dagli impulsi immediati per elaborare un progetto di vita. Quanto sia decisivo il ruolo delle istituzioni, a partire dalla scuola — su cui insistono, nelle riflessioni qui pubblicate, anche Viola Ardone ed Eraldo Affinati — dovrebbe essere evidente a tutti.

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