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Il disagio dei giovani: quella distanza tra noi e i figli

(ansa)

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Riuscire a vedere davvero i ragazzi, farli sentire desiderati per ciò che sono, significa prima di tutto accogliere la differenza, anziché pretendere di annullarla o correggerla. Rivendicare, per loro e per noi, il diritto all’imperfezione. Forse potremmo provare a ripartire da qui
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L’idea che mi ha spinto a scrivere La neve in fondo al mare è già nel titolo. La neve in fondo al mare non può esistere. Anche se ci fosse, nel mare non andremmo a cercarla, perché non ci aspetteremmo mai di trovarla lì. È ciò che è accaduto con la sofferenza invisibile di una generazione di adolescenti, sottovalutata o non vista proprio nel periodo in cui li ritenevamo più al sicuro: chiusi nelle loro camerette, durante il lockdown.

È stato invece quello l’innesco che ha portato moltissimi minori a riempire i reparti di neuropsichiatria infantile, assieme a genitori spaventati. Adolescenti che si tagliano, che hanno sviluppato disturbi del comportamento alimentare o forme di fobia sociale, che hanno tentato il suicidio.

La pandemia non è stata la causa, è stata la lente che ci ha sv…

L’idea che mi ha spinto a scrivere La neve in fondo al mare è già nel titolo. La neve in fondo al mare non può esistere. Anche se ci fosse, nel mare non andremmo a cercarla, perché non ci aspetteremmo mai di trovarla lì. È ciò che è accaduto con la sofferenza invisibile di una generazione di adolescenti, sottovalutata o non vista proprio nel periodo in cui li ritenevamo più al sicuro: chiusi nelle loro camerette, durante il lockdown.

È stato invece quello l’innesco che ha portato moltissimi minori a riempire i reparti di neuropsichiatria infantile, assieme a genitori spaventati. Adolescenti che si tagliano, che hanno sviluppato disturbi del comportamento alimentare o forme di fobia sociale, che hanno tentato il suicidio.

La pandemia non è stata la causa, è stata la lente che ci ha svelato il malessere e lo ha fatto bruciare: in un’età in cui il corpo è tutto ciò che hanno per darsi un’identità, noi quel corpo gliel’abbiamo tolto, l’abbiamo confinato per ragioni necessarie, ma non potevamo illuderci che la cosa non avesse conseguenze.

Nei/sui corpi è infatti esploso il loro grido: tagliarsi le braccia, rinunciare al cibo, vomitarlo, non sono che paradossali tentativi di rivendicare sul corpo il controllo proprio quando, su tutto il resto, il controllo ti sembra di averlo perduto. Quando ti viene detto di continuo a quali standard dovresti conformarti, o quanto dovresti essere performante e competitivo, quando sui social gli influencer ti martellano con i successi e le luci, celando con cura ombre e sconfitte.

Quando la retorica del mondo adulto ti descrive come appartenente alla generazione più libera della storia, e invece a te sembra di soffocare ogni giorno, tra registri elettronici a scuola, localizzazioni satellitari sugli smartphone, giudizi preconfezionati che ti dipingono come uno svogliato bamboccione privo di obiettivi, di passioni, perfino di fervore politico (e però, quando a manifestare in piazza ci vai, ti manganellano per rimetterti al tuo posto).

Ecco perché, a quindici o a sedici anni, può capitare di sentirsi in difetto, sbagliato rispetto alle richieste del mondo. Non all’altezza delle aspettative che senti gravare su di te, in una società che troppo spesso confonde l’amore con il merito, e in cui quest’idea nefasta si fa inevitabilmente largo, a volte, anche nelle migliori famiglie. Quando il messaggio che arriva rischia di essere: ti ameremo di più se farai tutte le cose giuste, se rispetterai il piano, magari pure se ci somiglierai un po’. Se validerai con i tuoi risultati il nostro impegno di genitori, a nostra volta fragili e iper giudicati.

Forse, il fraintendimento non è che questo: viviamo nella comprensibile convinzione che i nostri figli e figlie vengano al mondo per piacerci. Per essere ciò che speravamo. Invece, è proprio quando ci piacciono di meno che dovremmo amarli di più. Perché meno sono come ce li aspettavamo, maggiori sono la distanza e l’autonomia che generano rispetto alle nostre attese, più vuol dire che ci stanno svelando la verità: deludere, a volte, è l’unico modo per gridare al mondo chi sei. Ed è certamente preferibile tradire aspettative altrui, piuttosto che tradire sé stessi.

Nel solco del bel dibattito aperto da Massimo Recalcati su Repubblica, Viola Ardone, qualche giorno fa, riportava il desiderio alla sua radice etimologica: de sidera. Ci ricordava che il desiderio, per definizione, è sempre alimentato da una distanza tra una luce lontana e chi la osserva per orientarsi.

Riuscire a vedere davvero un figlio, o una figlia, farli sentire desiderati per ciò che sono, significa prima di tutto accogliere quella distanza, anziché pretendere di annullarla o correggerla. Rivendicare, per loro e per noi, il diritto all’imperfezione, allo sconforto, all’incapacità di accontentare gli altri, per tornare a orientarci meglio. Forse, dopotutto, potremmo provare a ripartire da qui.

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