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Dietro lo scontro con i magistrati

Marco Patarnello (ansa)

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Il punto del 22 ottobre 2024
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Può darsi, come si mormora, che Giorgia Meloni abbia deciso che è più conveniente per il centrodestra darsi come priorità la campagna contro i migranti irregolari — e quel che ne deriva — in luogo dell’incerto confronto parlamentare sul “premierato”. Meno fratture nella maggioranza, minori rischi di incomprensioni, diciamo così, con la presidenza della Repubblica; soprattutto niente referendum costituzionale. Il “premierato” sarebbe una riforma epocale che richiede tanto tempo per realizzarsi e un grado di coesione politica nel centrodestra che non sembra esserci. Prendersela con i migranti intercetta invece un disagio, anzi un’insofferenza che attraversa in un modo o nell’altro quasi tutti i paesi europei. Sotto questo aspetto, il gioco di sponda con l’Albania, peraltro molto costoso, è solo uno degli strumenti di cui dispone il governo e di certo, come abbiamo visto, non si è rilevato granché efficace. Ma il punto di fondo, cioè il segnale di maggiore severità inviato all’opinione p…

Può darsi, come si mormora, che Giorgia Meloni abbia deciso che è più conveniente per il centrodestra darsi come priorità la campagna contro i migranti irregolari — e quel che ne deriva — in luogo dell’incerto confronto parlamentare sul “premierato”. Meno fratture nella maggioranza, minori rischi di incomprensioni, diciamo così, con la presidenza della Repubblica; soprattutto niente referendum costituzionale. Il “premierato” sarebbe una riforma epocale che richiede tanto tempo per realizzarsi e un grado di coesione politica nel centrodestra che non sembra esserci. Prendersela con i migranti intercetta invece un disagio, anzi un’insofferenza che attraversa in un modo o nell’altro quasi tutti i paesi europei. Sotto questo aspetto, il gioco di sponda con l’Albania, peraltro molto costoso, è solo uno degli strumenti di cui dispone il governo e di certo, come abbiamo visto, non si è rilevato granché efficace. Ma il punto di fondo, cioè il segnale di maggiore severità inviato all’opinione pubblica, rimane attuale e può fruttare non pochi consensi.

In realtà la questione migranti ha riaperto lo scontro mai chiuso con la magistratura (con “una parte” di essa, come a destra si precisa in forma un po’ ipocrita). Una storia italiana che va avanti da decenni — dai tempi di Berlusconi — e il cui significato profondo, come è chiaro a tutti, riguarda l’ostilità dell’ordine giudiziario a una riforma radicale che è sempre rimasta sospesa a mezz’aria senza mai prendere una forma compiuta. Riforme più contenute, o anche semplici ritocchi, sono stati approvate nel tempo e in mezzo ad aspre contestazioni. Ma la vera posta in gioco si chiama “separazione delle carriere”, giudici e procuratori divisi, ciascuno sul proprio binario. Con tutti i riflessi del caso, soprattutto per quanto riguarda i pubblici ministeri e il loro rapporto col potere esecutivo. Che esista malcontento nel mondo giudiziario è evidente e non è storia di oggi.

Persino la versione completa della famosa e contestata mail del magistrato Patarnello, lascia intendere qual è il motivo del contendere. Berlusconi “cercava un salvacondotto”, Giorgia Meloni agisce per motivi ideali e sotto questo profilo è ovviamente più insidiosa. Come dire che sulla carta il ministro Nordio avrebbe più possibilità adesso di incardinare la separazione delle carriere di quante ne abbia mai avute Berlusconi nei suoi anni di maggiore potere. In sintesi, dar fuoco alle polveri sui temi dell’immigrazione, chiunque abbia imboccato per primo tale via, che si tratti della presidente del Consiglio o di un singolo magistrato, ha fatto emergere una volta per tutte la vera questione che sovrasta le altre. Sì o no alla separazione delle carriere. Il messaggio agli italiani per una volta è limpido, specie quando si salda con la questione dei migranti: quindi non resta vago e astratto sullo sfondo.

S’intende, sono pochi a credere che nel corso di questa legislatura si caverà mai un ragno dal buco, per le stesse ragioni che di norma rendono complesso, talvolta impossibile, il percorso delle riforme cosiddette “di sistema”. Ma il segnale è stato trasmesso, come un bengala nella notte, e ognuno lo interpreterà come preferisce. Sarebbe diverso con il “premierato”. La separazione delle carriere, e quindi il conflitto con la magistratura, si presta meglio a una battaglia che oggi è mediatica, domani parlamentare e dopodomani elettorale. Di sicuro è difficile credere che si possa arrivare al 2027 in questo clima rissoso e inconcludente.

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