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Il naufragio del modello Albania

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L’operazione Albania serviva per coprire la vera esternalizzazione delle frontiere. Ma così non si tutela la nuova vita degli stranieri
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Come previsto, l’operazione Albania sta subendo la stessa sorte dei centri di valutazione di Rishi Sunak (ex premier britannico) in Ruanda. Abbiamo costruito, a nostre spese, due centri di accoglienza, strutture sanitarie ed abitazioni per il personale italiano e gli agenti di polizia albanesi e realizzato opere di urbanizzazione in una zona sin qui disabitata. Abbiamo portato in Albania 16 migranti soccorsi al largo di Lampedusa (anziché in acque internazionali come per legge) su una torpediniera da 80 marinai che può ospitare 200 persone. Due di questi migranti erano minorenni, altri due avevano problemi di salute e il Protocollo con l’Albania contempla solo maschi adulti non vulnerabili. Dunque portati in Italia. Analoga sorte è poi toccata ai restanti 12 migranti. Anche qui rientro prevedibile perché la sentenza della Corte di Giustizia Europea del 4 ottobre (ben nota ai ministeri competenti) ci esponeva al forte rischio di contestazioni. Il tutto per un’operazione di pura propaga…

Come previsto, l’operazione Albania sta subendo la stessa sorte dei centri di valutazione di Rishi Sunak (ex premier britannico) in Ruanda. Abbiamo costruito, a nostre spese, due centri di accoglienza, strutture sanitarie ed abitazioni per il personale italiano e gli agenti di polizia albanesi e realizzato opere di urbanizzazione in una zona sin qui disabitata. Abbiamo portato in Albania 16 migranti soccorsi al largo di Lampedusa (anziché in acque internazionali come per legge) su una torpediniera da 80 marinai che può ospitare 200 persone. Due di questi migranti erano minorenni, altri due avevano problemi di salute e il Protocollo con l’Albania contempla solo maschi adulti non vulnerabili. Dunque portati in Italia. Analoga sorte è poi toccata ai restanti 12 migranti. Anche qui rientro prevedibile perché la sentenza della Corte di Giustizia Europea del 4 ottobre (ben nota ai ministeri competenti) ci esponeva al forte rischio di contestazioni. Il tutto per un’operazione di pura propaganda, economicamente insensata. Speriamo che la Corte dei Conti si attivi prima che il danno erariale diventi ancora più consistente: il decreto varato lunedì dal Governo non impedirà che i centri albanesi ospitino al massimo poche decine di persone.

L’operazione Albania serviva per coprire la vera esternalizzazione delle frontiere che il nostro paese sta compiendo da tempo. Si tratta del finanziamento di regimi dittatoriali, come quello di Saied in Tunisia; un miliardo di euro nell’ultimo anno dall’Unione Europea per la “gestione delle frontiere” e altri 50 milioni dal cosiddetto Piano Mattei. Servono per tenere alla larga dell’Europa i migranti, incarcerati in strutture dove vengono violati i più elementari diritti umani. Paghiamo Saied senza esigere di controllare come vengono trattate persone che spesso fuggono da paesi in guerra o sono state perseguitate nel loro paese d’origine. Preferiamo volgere lo sguardo altrove. Quel che conta è ridurre i flussi, costi quel che costi.

Le carceri libiche e tunisine dovrebbero agire come deterrente all’emigrazione, ma non bloccano del tutto i flussi. In questi paesi la corruzione è altissima. Molti riescono a fuggire dalle carceri pagando i propri aguzzini. Da noi arrivano così persone che hanno subito abusi di ogni tipo e soggette ad estorsioni. Indagini svolte in Germania sui rifugiati siriani da Teresa Freitas-Monteiro e Lars Ludolph per World Development documentano come coloro che hanno subito abusi durante la fuga faticano molto più degli altri a integrarsi. Sono disorientati, vivono alla giornata, non cercano di imparare la lingua e le regole di convivenza civile del paese che li accoglie, hanno bisogno di accettare il primo lavoro che capita anche quando hanno qualificazioni elevate e siamo ai confini dell’illegalità. In altre parole, il nostro modo di esternalizzare le frontiere non solo è esecrabile sul piano umanitario, ma finisce per far arrivare da noi persone che molto difficilmente sapranno integrarsi e che hanno una probabilità elevata di cadere tra le braccia delle organizzazioni criminali.

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Se vogliamo costruire fuori dalle nostre frontiere centri per gestire le procedure di asilo come quelli in Albania, perché allora non metterli in piedi sotto il controllo dell’Unione Europea nei paesi d’origine o di transito evitando che siano i viaggi nel Sahara, in Libia e nel Mediterraneo a selezionare i migranti anziché il loro stato, le loro qualifiche e le esigenze del nostro mercato del lavoro?

Se guardiamo alle preoccupazioni degli italiani sull’immigrazione, queste riguardano molto di più l’impatto dell’immigrazione sull’ordine pubblico e sul fisco, piuttosto che sul mercato del lavoro. In effetti il rischio che gli immigrati portino via il lavoro a qualcuno non è mai stato così basso. Il 50% delle nostre imprese lamenta carenze di personale, spesso anche poco qualificato (camerieri, addetti alle pulizie, raccoglitori di ortaggi). Non ci sono mai stati così tanti posti vacanti, i tassi di disoccupazione sono ai minimi storici, in gran parte un portato del calo demografico. Il nostro problema è attrarre persone in grado di integrarsi, non impedire di per sé l’immigrazione che, come riconoscono i decreti flussi varati da questo governo, è fondamentale per tenere in piedi la nostra economia.

In Europa come negli Stati Uniti e in Australia il successo dei partiti populisti è legato all’immigrazione. Non hanno molto altro di cui parlare. Sbagliato lasciare loro campo libero su questi temi parlando d’altro. Sappiamo bene che l’immigrazione è un terreno scivoloso. Ma l’opinione pubblica non chiede di azzerare l’immigrazione, bensì di selezionare chi arriva, evitando di importare criminali e persone animate dal risentimento nei confronti di coloro che hanno foraggiato i propri aguzzini.

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