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Processo Giulia Cecchettin, quello sguardo di Turetta

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Nella sua deposizione si scusa a testa bassa, ma in realtà vuole essere scusato. È nella confusione di quando si scopre che la strada imboccata non ha uscite
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Mi si perdoni se quando penso a Giulia Cecchettin mi torna in mente la santarella della mia infanzia: Marietta Goretti. Entrambe squarciate da lame. La prima da questo uomo in casacca convenzionale che ha deposto in aula e che si chiama Filippo Turetta, la seconda da un ragazzo un po’ tocco di nome Alessandro che fu stuprato per mare da pescatori feroci.

Il Turetta che parla nel microfono è immobile, usa una sintassi spezzata, tiene in piedi con gli stuzzicadenti una parvenza di lucidità. Indossa una di quelle felpe con cappuccio che io voglio stracciare e trovare subito un sarto pieno di difetti che mi taglia e cuce giacche. Mi si scusi la brutalità espressiva: noi senza il nostro nome non siamo niente. Si è dimenticato che il nome è tutto.

Turetta lo associo a un vecchio mignon di vetro scheggiato dagli ultrà e che, a decine e decine, venivano lanciati nella tribuna dei tifosi avversari. Turetta sembra un senza nome. Un maschio bianco che per sua propria impotenza si è raschiato d…

Mi si perdoni se quando penso a Giulia Cecchettin mi torna in mente la santarella della mia infanzia: Marietta Goretti. Entrambe squarciate da lame. La prima da questo uomo in casacca convenzionale che ha deposto in aula e che si chiama Filippo Turetta, la seconda da un ragazzo un po’ tocco di nome Alessandro che fu stuprato per mare da pescatori feroci.

Il Turetta che parla nel microfono è immobile, usa una sintassi spezzata, tiene in piedi con gli stuzzicadenti una parvenza di lucidità. Indossa una di quelle felpe con cappuccio che io voglio stracciare e trovare subito un sarto pieno di difetti che mi taglia e cuce giacche. Mi si scusi la brutalità espressiva: noi senza il nostro nome non siamo niente. Si è dimenticato che il nome è tutto.

Turetta lo associo a un vecchio mignon di vetro scheggiato dagli ultrà e che, a decine e decine, venivano lanciati nella tribuna dei tifosi avversari. Turetta sembra un senza nome. Un maschio bianco che per sua propria impotenza si è raschiato di dosso una presunta virilità.

Quando Giulia era sparita tutti lo avvolgevano nella coperta calda della protezione. Invece lui era stato respinto perfino con squisita leggerezza da Giulia che voleva cambiare passo e vita, perché non sentiva più di procedere con Filippo.

Facile. Lei era leggera. Confessava di sé senza calcoli; anzi, ancora spiegava e spiegava ciò che aveva dentro. Lo faceva con umiltà e costanza e pazienza. Così lui tira fuori il vuoto colmo di fantasmi che in breve si trasformano in avvoltoi, cioè demoni. E colpisce la ragazza e si disfa di lei come fosse immondizia. Nessun giudizio; nessun moralismo. Ma ogni cosa è chiara.

Si è molto parlato di patriarcato e della sua perpetua violenza. Intanto si è andato dimenticando che il matriarcato è stato più profondo e remoto del primo, e affonda in un remotissimo che oggi pare riemergere come la orizzontalità della montagna del Gran Sasso: vera femmina.

Questa potenza è tale da rendersi insopportabile soprattutto per i maschi scheggiati come vetri. Suddetti maschi crescono a nazioni. Paiono i nuovi sbandati e miserabili delle nostre città. Sono ormai privi di autostima, di capacità nel costruirsi da sé.

Mentre le donne, anche se in una dicotomia sempre più identica a una forbice divaricata, cavalcano ciò che resta della modernità. In sostanza le donne hanno imparato (forse da sempre) a dire no. Gli uomini non sanno farlo. Cadono nella loro stessa fossa. Turetta è uno di quei tipi che a trenta anni chiamano ragazzino, a quaranta giovane, a cinquanta senza aggettivo.

Proprio perché le donne e femmine hanno una potenza già insuperabile forse si dovrebbe suggerire loro di restare ai soli e unici imprescindibili talenti che possiedono dalla notte dei tempi. In culla sono donne a cui manca la sola esperienza della vita.

I maschi sono bebè nel caos dell’essere in vita. Devono imparare ogni cosa. Le donne che si incontrano, pur non conoscendosi, sanno sempre di che parlare fra loro: il corpo. Possono essere ricche o povere, disperate o felici, si parlano. Parlano del corpo. I maschi che si incrociano, invece, giovani e vecchi, poracci e in giacca e cravatta, se non discutono di pallone sono fregati: si sfidano in cagnesco. Bisogna riflettere.

Turetta, nella sua deposizione, si scusa a testa bassa, ma in realtà vuole essere scusato. È nella confusione di quando si scopre che la strada imboccata non ha uscite. Siamo stati gentili anche noi.

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