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Il conflitto tra Stato e nazione

Giorgia Meloni 

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Adesso sappiamo dove voleva arrivare quel gran profluvio di richiami alla nazione che Giorgia Meloni ha inaugurato nel discorso d’insediamento davanti al parlamento, come capo del nuovo governo di destra che ha vinto le elezioni, e ha portato avanti con insistenza ad ogni uscita pubblica negli ultimi due anni. “Grazie a noi nazione e patria oggi sono due idee centrali nel dibattito politico, giuridico, filosofico e storico”, anzi “sono uscite dalla marginalità nella quale erano state relegate, perché considerate a torto retrograde, reazionarie, obsolete e addirittura pericolose”. “Io ho sempre pensato che nazione e patria fossero società naturali, cioè qualcosa che è naturalmente nel cuore degli uomini e dei popoli e prescinde da ogni convenzione”. “Così non ho mai creduto alla teoria della morte della patria: certo la patria è stata sospinta nel cono d’ombra, ma ha continuato a fluire nella coscienza del popolo e oggi torna a riemergere con forza alla luce del sole”. “Tocca a noi rin…

Adesso sappiamo dove voleva arrivare quel gran profluvio di richiami alla nazione che Giorgia Meloni ha inaugurato nel discorso d’insediamento davanti al parlamento, come capo del nuovo governo di destra che ha vinto le elezioni, e ha portato avanti con insistenza ad ogni uscita pubblica negli ultimi due anni. “Grazie a noi nazione e patria oggi sono due idee centrali nel dibattito politico, giuridico, filosofico e storico”, anzi “sono uscite dalla marginalità nella quale erano state relegate, perché considerate a torto retrograde, reazionarie, obsolete e addirittura pericolose”. “Io ho sempre pensato che nazione e patria fossero società naturali, cioè qualcosa che è naturalmente nel cuore degli uomini e dei popoli e prescinde da ogni convenzione”. “Così non ho mai creduto alla teoria della morte della patria: certo la patria è stata sospinta nel cono d’ombra, ma ha continuato a fluire nella coscienza del popolo e oggi torna a riemergere con forza alla luce del sole”. “Tocca a noi rinnovare quei legami e quei valori, in modo che la nazione possa trarre forza contro l’inganno dell’omologazione, dello sradicamento, della disumanizzazione”.

Dunque la nazione come soggetto principale e forza motrice dell’età meloniana, con la premier che non punta sulla coppia Stato-cittadino e sul patriottismo costituzionale che li unisce nel segno della libertà e della giustizia, ma dentro il perimetro dello Stato si ritaglia una comunità di riferimento definita da elementi comuni e distintivi, che affondano nei valori della tradizione, della pratica religiosa, della famiglia, di un’identità culturale collettiva: evocando un legame di sangue e terra nella catena etnico-genealogica, e interpretando la nazione come una comunità di discendenza, per definizione e per natura diversa, separata, distinta e ostile verso il fenomeno migratorio che questa visione deforma in un’invasione aliena di intrusi, clandestini, parassiti, concorrenti e abusivi. Mentre lo Stato regola i fenomeni provando a governarli, la nazione li legge ideologicamente in difesa della sua identità. Lo strumento politico e civile dello Stato è la cittadinanza, che apre al riconoscimento di diritti e doveri, l’esercizio del potere della nazione è l’esclusione, che chiude il Paese davanti al rischio di infiltrazioni, ibridazioni, contaminazioni e anche, come abbiamo appena appreso, alla seduzione ingannevole dell’ “omologazione”, spingendo l’underdog estremista a rientrare nell’alveo del senso comune, massimo pericolo da evitare per la destra meloniana, che vuole conservare ad ogni costo il suo spirito di alterità.

Oggi ci rendiamo conto che non si tratta soltanto di una diversa chiave di lettura culturale. Questo accumulo di mesi e di anni di patriottismo a buon mercato (con gli estremisti di destra che si chiamano tra loro “patrioti”, ma alludono a ben altro), di separatezza culturale, di culto delle radici cresciute nel territorio maledetto per il destino d’Italia, di rifiuto delle lezioni della storia, questo sentimento del credito inesausto per una marginalizzazione perenne, unito allo stupore continuo per la lunga battaglia politica risolta infine in rivincita, tutto questo arma e munisce il concetto di nazione: che non è ormai più soltanto un’interpretazione di destra della comunità nazionale, ma è un apparato politico-culturale da battaglia, capace di affiancare lo Stato, distorcene i fini e gli obiettivi, sostituendoli con un disegno complessivo che ora può venire alla luce, con le sue pretese addirittura di riscrittura costituzionale.

Così chiamata a manifestarsi, come il serpente dal pifferaio, la nazione nutrita di passione per la revisione della storia, di voglia di sfondamento dei limiti costituzionali, di ambizioni a sufficienza per fondare non soltanto una nuova era politica, ma un nuovo regime, sta stretta dentro il calco statuale che ha abitato fino ad oggi, fino a quando cioè non è stata chiamata a recitare la parte eroica dell’avanguardia rivoluzionaria. È una rivoluzione della forma-Stato, con il presidente del Senato che in un’intervista a “Repubblica” teorizza apertamente una revisione complessiva del Titolo IV della Carta, per fare chiarezza nei rapporti, negli ambiti e nei conflitti tra politica e magistratura, intervenendo alla radice: “A chi spetta definire esattamente i ruoli della politica e della giustizia? Alla Costituzione. In passato tutto sembrava funzionare, dopo Tangentopoli non è più stato così. Ci sono magistrati che vanno oltre, politici che hanno il dente avvelenato. Se la Costituzione non appare più sufficientemente chiara, si può chiarire meglio”.

Vediamo così la nazione venire avanti sul palco, fino al proscenio, a riscuotere il dividendo del suo nuovo ruolo politico da protagonista, libera dall’impaccio delle istituzioni che danno forma e sostanza allo Stato, pronta a portare nella battaglia il mix che la contraddistingue, popolo, tradizione, religione e territorio, cioè cielo e terra, purché italiani. Come rivela la fatica per l’autonomia, come dimostra il cammino incerto del premierato, lo Stato con le sue procedure e le sue regole rende difficile incanalare un obiettivo rivoluzionario in un percorso parlamentare. Meglio rivolgersi alla nazione, affidandole il compito di rispondere infine a una domanda che la destra rivolge continuamente al sistema politico, con i “pieni poteri” di Salvini, lo scudo della sacra unzione elettorale di Berlusconi, il premierato di Meloni: “Il governo e la maggioranza parlamentare non mi bastano. Dammi di più”.

Chi entra a palazzo Chigi dopo la nomina a premier e passa in rassegna il picchetto d’onore, è come se vestisse il laticlavio che lo trasforma in uomo o donna di Stato. Oggi invece pare quasi che quel vestito dell’imperatore, costruito a tutela delle istituzioni e dei loro equilibri si stia trasformato in una corazza democratica, troppo pesante e insopportabile per le spalle della nuova destra. Chiedono una misura in più. Non riescono a governare dentro i vincoli del sistema repubblicano, come hanno fatto tutti gli altri governi. Pretendono un’eccezione che ridefinisca le basi dell’equilibrio istituzionale. Rivelando una mentalità minoritaria anche dopo aver vinto le elezioni, chiedono una fetta di potere supplementare oltre alla dotazione di base che il sistema mette a disposizione di ogni premier: come se il problema fosse nel meccanismo istituzionale, e non nella classe dirigente meloniana, che nel conflitto ideologico tra Stato e nazione sembra aver dimenticato il dovere e l’onore supremo cui è chiamata: servire la Repubblica.

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