Davanti alle notizie che arrivano da Milano, l’enfasi che nei giorni scorsi ha accompagnato le nuove, più restrittive norme in tema di intercettazioni strappa un sorriso amaro.
Da un lato, si limita un’attività di captazione di dati lecita, assistita dalle massime garanzie, governata in prima persona dalle articolazioni tradizionali dello Stato — forze dell’ordine, magistratura — e finalizzata alla repressione dei reati e dunque, in definitiva, alla tutela della sicurezza dei cittadini. Dall’altro lato, un gruppo di scaltri operatori del settore si impossessa, con metodi illegali, di informazioni teoricamente coperte dalla massima riservatezza, e le piazza sul mercato.
Sia coloro che agiscono nella legalità, che quanti questa legalità sfuggono, dispongono di una strumentazione che il progresso tecnologico affina di continuo. Gli uni decidono di autolimitarsi, gli altri non conoscono confini. I buoni, se si può spendere una rozza metafora, vanno a combattere i cattivi con gli o…
Davanti alle notizie che arrivano da Milano, l’enfasi che nei giorni scorsi ha accompagnato le nuove, più restrittive norme in tema di intercettazioni strappa un sorriso amaro.
Da un lato, si limita un’attività di captazione di dati lecita, assistita dalle massime garanzie, governata in prima persona dalle articolazioni tradizionali dello Stato — forze dell’ordine, magistratura — e finalizzata alla repressione dei reati e dunque, in definitiva, alla tutela della sicurezza dei cittadini. Dall’altro lato, un gruppo di scaltri operatori del settore si impossessa, con metodi illegali, di informazioni teoricamente coperte dalla massima riservatezza, e le piazza sul mercato.
Sia coloro che agiscono nella legalità, che quanti questa legalità sfuggono, dispongono di una strumentazione che il progresso tecnologico affina di continuo. Gli uni decidono di autolimitarsi, gli altri non conoscono confini. I buoni, se si può spendere una rozza metafora, vanno a combattere i cattivi con gli occhi bendati e le mani legate.
Mi pare un rilievo centrale per inquadrare la vicenda milanese: non originale, né inedita, semmai singolare per l’ampiezza dei risvolti e la capacità “tecnica” dimostrata dai protagonisti. Il possesso di informazioni è elemento decisivo per la vita dei gruppi organizzati.
Parimenti, la disinformazione costituisce uno degli strumenti più sofisticati, ed efficaci, di lotta fra gruppi. Ciò che oggi chiamiamo fake news o post-verità è la declinazione contemporanea di attività che ritroviamo nell’antica Grecia così come nella Cina: un servizio segreto efficiente è per Sun Tzu, il maestro della guerra vissuto quattro secoli prima di Cristo, “cielo prodigioso”, un “tesoro prezioso nelle mani del sovrano”.
Ci sono prassi che rubrichiamo come “guerra di spie”. Una lotta fra Stati affidata ai professionisti. Con non poche deviazioni, delle quali il nostro Paese ha pagato spesso il prezzo: un esempio su tutti, i dossier del Sifar degli anni Sessanta.
La vicenda milanese si presenta, almeno in queste prime battute, come una compravendita in gran parte legata agli interessi di gruppi industriali. Ma le regole non sono diverse. E le finalità — sopravvivenza, dominio — coincidono, un mors tua, vita mea che accomuna, per questo aspetto, politica e economia.
Non è nemmeno una novità l’abuso del gossip distruttivo, la maldicenza che fulmina la promettente carriera: nella Hollywood dei tempi d’oro le riviste scandalistiche andavano a caccia dei divi tossici e gay, le major si tutelavano ingaggiando i propri tiger team, e noi abbiamo avuto il nostro caso Montesi.
Ma proprio perché prassi e finalità sono sovente analoghe, il confine fra spionaggio industriale e attività che possono condizionare la sfera del politico è quanto mai labile. Si spia Caio su richiesta del gruppo industriale Tizio, o perché Sempronio ha in ballo una grossa eredità. Ma le notizie raccolte strada facendo possono risultare appetibili anche sotto il profilo politico, se Tizio è in qualche modo schierato. Si può partire perché mossi dall’ansia di tutelarsi da qualche pericolo, reale o immaginario, e diventare pericolosi a propria volta. E via dicendo.
In un contesto, poi, in cui il livello di istruzione generale è quanto mai precario, una “sapiente” gestione delle informazioni riservate può diventare un’arma micidiale puntata contro il cuore stesso del sistema democratico. Magari con qualche aiuto da forze straniere non proprio disinteressate.
I piani si intrecciano, insomma, in un disegno che la tumultuosa crescita della tecnologia rende di portata pressoché universale. E come si può escludere, per esempio, che un sostanzioso “pacchetto” di notizie che non dovrebbero circolare finiscano nelle mani della criminalità organizzata?
Ma se non esiste forza che possa arrestare lo sviluppo tecnologico — e non esiste — episodi come quello di Milano sono destinati a ripetersi: per cancellarli dall’orizzonte bisognerebbe inventare l’algoritmo di contenimento dell’avidità umana, e, al momento, persino la più avanzata intelligenza artificiale avrebbe qualche problema.
Leggi adeguate possono contenere il fenomeno: ogni volta che il livello dello scontro si alza, occorrono risposte all’altezza. Rinunciare agli strumenti di contrasto è una terribile resa alle forze oscure. E per favore: invece del solito aumento delle pene, lavorate sulla prevenzione.