Scendi, scii, muori. Di mattina, sulla tua neve, tra le montagne che ami. Nel tuo mondo. Non hai ancora venti anni, li avresti fatti il 15 novembre. Sei una promessa, sei una ragazzina del Sestriere, sai che hai talento, sai che va coltivato. Ti piace il mare, fotografare, ricamare all’uncinetto, hai una sorella Lucrezia, 26 anni, sciatrice anche lei e due fratelli, Giosuè e Matteo.
Sei Matilde Lorenzi, la piccolina della famiglia, ma quella più grande sulla neve. Esci per andare ad allenarti con la nazionale in Val Senales, il futuro ti aspetta, le gare anche. Hai fede, un bel sorriso, sai che in montagna bisogna lasciarsi andare, a tredici anni hai paura ad andare più veloce e davanti a una pista ripida hai pensato: «Mamma mia la devo proprio fare?». Ma eri una baby, adesso sei cresciuta, gestisci meglio il tuo corpo.
I tg continuano a ripetere: «Ha fatto tutto da sola». Gli sci si sono divaricati, ha sbattuto violentemente il volto, è finita fuori pista. Quasi il mondo (adu…
Scendi, scii, muori. Di mattina, sulla tua neve, tra le montagne che ami. Nel tuo mondo. Non hai ancora venti anni, li avresti fatti il 15 novembre. Sei una promessa, sei una ragazzina del Sestriere, sai che hai talento, sai che va coltivato. Ti piace il mare, fotografare, ricamare all’uncinetto, hai una sorella Lucrezia, 26 anni, sciatrice anche lei e due fratelli, Giosuè e Matteo.
Sei Matilde Lorenzi, la piccolina della famiglia, ma quella più grande sulla neve. Esci per andare ad allenarti con la nazionale in Val Senales, il futuro ti aspetta, le gare anche. Hai fede, un bel sorriso, sai che in montagna bisogna lasciarsi andare, a tredici anni hai paura ad andare più veloce e davanti a una pista ripida hai pensato: «Mamma mia la devo proprio fare?». Ma eri una baby, adesso sei cresciuta, gestisci meglio il tuo corpo.
I tg continuano a ripetere: «Ha fatto tutto da sola». Gli sci si sono divaricati, ha sbattuto violentemente il volto, è finita fuori pista. Quasi il mondo (adulto) sentisse il bisogno di dire: «Non è colpa nostra, non lo può essere». Muoiono così i nostri giovani, spesso in ambienti che amano, magari in una natura e a un’età che fa pensare al sabato del villaggio.
Lo sport ha le sue grandi tragedie: Superga, Monaco, Brema, le Ande, la nazionale di calcio dello Zambia che precipita in mare, la squadra russa di hockey su ghiaccio Lokomotiv Yaroslavl che si schianta dopo il decollo, la formazione brasiliana della Chapecoense che cade vicina a Medellín, in Colombia. Però, ti dici, quelli sono disastri aerei, loro non erano alla guida della loro vita.
Cerchi una consolazione per tutti i genitori che portano le loro bambine sulle vie dello sport, pensando non a un orco, ma a un maestro che insegnerà loro a costruire indipendenza fisica, capacità di controllo e a stare lontane dai guai. Matilde sarebbe cresciuta con le altre azzurre, con una corsia nel futuro.
Quando al grande fotografo Mario Giacomelli venne commissionato un servizio sui bambini che andavano a Lourdes, lui partì, tornò, restituì i soldi, si scusò: «Non me la sento». Ma come, gli dissero, hai fotografato i vecchi che aspettavano la morte nell’ospizio e rifiuti di ritrarre i bimbi? «I vecchi avevano vissuto, questi no», rispose.
Speri che il gesto sportivo aiuti a costruire meglio una vita non a distruggerla. Il 26 settembre una ciclista svizzera di 18 anni è sparita durante la prova juniores dei mondiali di Zurigo. Muriel Furrer correva sulla strada di casa sua, che era lì a due chilometri, al traguardo l’aspettavano i genitori. Dopo un’ora e mezza non era ancora arrivata. L’hanno trovata in una foresta, con la testa spaccata, aveva sbattuto contro un albero. È morta sola, nel suo bosco, sotto il suo cielo, ormai buio. Trauma cranico, troppo in ritardo i soccorsi. Ma cosa devi pensare di una squadra e di un’organizzazione che non si chiede: Muriel dov’è? Era un mondiale, non una sagra di paese. Anche lei come Matilde era una giovane promettente e aveva un sorriso aperto sul domani. Certo, i nuovi materiali, la forte velocità, la pioggia.
A sciare ci si può fare malissimo (Schumacher), molto male (Vonn, Goggia, Kilde), male (Svindal, Shiffrin). Saltano legamenti, crociati, ginocchia, tibie e peroni. Senza contare le botte. Il ghiaccio picchia da fermo e non è mai tenero.
Leonardo David per tutti è il campione che sciò solo un inverno. Che visse 19 anni e morì a 25. Anche lui come Matilde gareggiava per l’Esercito. A 18 anni sconfisse Stenmark, il dio delle nevi, due mesi dopo vinse una gara di Coppa del Mondo. Tutti d’accordo: era l’erede di Thoeni. Il 16 febbraio ’79 durante una prova di discesa libera a Cortina d’Ampezzo, sulla pista Olympia alle Tofane, fa una brutta caduta a 80 km all’ora. Rimbalza più volte sul ghiaccio, perde il casco, si rialza, scende a valle con gli sci. Gli esami neurologici non evidenziano nulla di rilevante. Lui però ha molti mal di testa.
Parte per l’America, preolimpiche dei Giochi di Lake Placid. Sono passati 20 giorni dall’incidente. Il 3 marzo ’79 nella libera gli capita una banale spigolata a pochi metri dal traguardo, batte la testa di striscio. Si rialza, arriva con uno sci solo, si affloscia tra le braccia di Pierino Gros che crede a uno scherzo: «Non fare lo scemo». I soccorsi non sono velocissimi. Va in coma. Lo operano. Il neurochirurgo dice: «Very old blood». Sangue coagulato nel cervello. Della prima caduta. David non si riprenderà più. Lo trasferiscono a casa. In stato vegetale. Il 26 febbraio ’85 un’emorragia cerebrale se lo porta via, sei anni dopo l’incidente. Tre processi, due civili e uno penale, non servono ad accertare cause e responsabilità.
Leo e Matilde, un valdostano e una piemontese, casi molto diversi. Però uguali nella passione, nella voglia giovane, nell’ansia di vincere. E di credere che una discesa la fai con gioia, anche se ti lascia senza fiato. Invece stavolta è solo dolore che toglie il respiro.