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Se il centro scivola a destra

Marco Bucci (fotogramma)

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Il punto del 1° novembre 2024
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Benché a qualcuno sembri un tema minore, il rapporto tra la coalizione di sinistra che aspira a governare (Pd-Avs-M5S) e l’elettorato moderato continua a essere un nodo irrisolto, impossibile da trascurare. E non si tratta solo di quale relazione avere con Renzi, Calenda e +Europa, titolari al momento di piccole percentuali. Il vero quesito è lo stesso a cui riuscì a dare una risposta Tony Blair nel Regno Unito. I laburisti, modernizzati appunto da Blair, riuscirono nel 1997 a strappare voti — parecchi voti — all’elettorato conservatore che aveva sostenuto Margaret Thatcher e poi il successore, John Major. Blair quell’anno apparve più credibile degli stanchi epigoni della signora di ferro. Si prese gli insulti dell’ala sinistra del “labour”, ma vinse le elezioni. Fosse rimasto sulla vecchia posizione massimalista, tipica dei predecessori, c’è da credere che Blair avrebbe seguito il loro stesso malinconico destino.

A suo tempo Matteo Renzi aveva guidato il Pd sperando di farne la ver…

Benché a qualcuno sembri un tema minore, il rapporto tra la coalizione di sinistra che aspira a governare (Pd-Avs-M5S) e l’elettorato moderato continua a essere un nodo irrisolto, impossibile da trascurare. E non si tratta solo di quale relazione avere con Renzi, Calenda e +Europa, titolari al momento di piccole percentuali. Il vero quesito è lo stesso a cui riuscì a dare una risposta Tony Blair nel Regno Unito. I laburisti, modernizzati appunto da Blair, riuscirono nel 1997 a strappare voti — parecchi voti — all’elettorato conservatore che aveva sostenuto Margaret Thatcher e poi il successore, John Major. Blair quell’anno apparve più credibile degli stanchi epigoni della signora di ferro. Si prese gli insulti dell’ala sinistra del “labour”, ma vinse le elezioni. Fosse rimasto sulla vecchia posizione massimalista, tipica dei predecessori, c’è da credere che Blair avrebbe seguito il loro stesso malinconico destino.

A suo tempo Matteo Renzi aveva guidato il Pd sperando di farne la versione italiana del laburismo “blairiano”. Sappiamo che non è andata bene. Ma la questione di come trasferire nel campo progressista una parte dei voti favorevoli al centrodestra, rimane cruciale in vista delle prossime scadenze elettorali. È un punto che riguarda soprattutto il Pd di Elly Schlein, ma a cui non può sottrarsi nemmeno Giuseppe Conte, nel momento in cui affronta una scadenza — l’emancipazione dal padre/padrone Grillo — che è anche un’opportunità straordinaria per mostrare una maggiore maturità politica. Per ora sappiamo che le analisi sui “flussi” dell’Istituto Cattaneo tendono a dimostrare come in Liguria il cosiddetto “centro” si sia spostato verso il centrodestra. Magari non in modo massiccio e clamoroso, e tuttavia abbastanza per consegnare la vittoria al sindaco Bucci. È bastata una figura pratica e pragmatica per far dimenticare almeno in parte lo scandalo del porto. Chi a sinistra aveva puntato sulla reazione emotiva dell’elettorato, ha sbagliato i conti. Alla fine pochi voti si sono trasferiti da destra a sinistra, molti sono scivolati nell’astensione. Le liste di Bucci hanno accolto una frazione dei consensi “centristi” e forse anche in parte provenienti da M5S e Pd.

Da notare, come è ovvio, che il partito della Schlein non è il laburismo all’esordio della “leadership” di Blair. Al contrario, è un partito che si ritiene in buona salute ed è fiero, non senza ragione, del risultato di lista a Genova. Peraltro, il fatto di non volere o non sapere bilanciare l’immagine di sinistra intransigente che viene trasmessa all’elettorato, crea l’effetto del “miglior perdente”. Fin qui i voti dell’opinione pubblica “centrista” non si lasciano sedurre. Il veto di Conte a Renzi ha pesato, ma la questione investe la proposta complessiva che il centrosinistra intende avanzare per convincere una porzione di quell’elettorato ad abbandonare la destra. Lo ha compreso bene il candidato della sinistra alla presidenza dell’Emilia-Romagna, Michele De Pascale: “Inutile costruire alleanze solo contro la destra” ha detto alla Stampa. Appunto: inutile rendere ancora più compatto l’elettorato della controparte.

E in qualche misura il tema tocca anche il nuovo M5S che Conte sta per inaugurare. Il post-Grillo è un’opportunità da cogliere. Non servirebbe a nulla ritirarsi dal campo di battaglia: avrebbe più senso fissare una serie di punti, meglio se non coincidenti con l’agenda Pd, e negoziare con impegno. L’elettorato deve sapere che i 5S non sono una mera replica del Pd e nemmeno un fattore d’instabilità. Ci riusciranno, Conte e i suoi? Lo capiremo presto.

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