Il benessere che non è Pil
di Linda Laura SabbadiniIn questi giorni è in corso a Roma il settimo World Forum dell’Ocse sul Wellbeing organizzato con Istat, ministero dell’Economia e Banca d’Italia. Ospiti illustri da tutto il mondo. Si dibatte sulle misure del benessere. Wellbeing in inglese rende bene, più dell’italiano “benessere”, che nel linguaggio comune ha una connotazione più economica.
Wellbeing è un concetto complesso e multidimensionale. Fa riferimento a una visione più ampia che abbraccia il vivere in salute, in sicurezza, l’avere un lavoro dignitoso, una educazione adeguata, la soddisfazione per la propria vita, in un ambiente che non si deteriora, con buone relazioni sociali, senza le disuguaglianze che escludono o il capitale sociale, economico e naturale che si logora e che rischia di arrivare fortemente ridimensionato alle generazioni successive.
È ormai convinzione generale che il solo Pil non basti quale indicatore di benessere poiché non tiene conto della qualità della vita delle persone nel suo complesso. Senza…
In questi giorni è in corso a Roma il settimo World Forum dell’Ocse sul Wellbeing organizzato con Istat, ministero dell’Economia e Banca d’Italia. Ospiti illustri da tutto il mondo. Si dibatte sulle misure del benessere. Wellbeing in inglese rende bene, più dell’italiano “benessere”, che nel linguaggio comune ha una connotazione più economica.
Wellbeing è un concetto complesso e multidimensionale. Fa riferimento a una visione più ampia che abbraccia il vivere in salute, in sicurezza, l’avere un lavoro dignitoso, una educazione adeguata, la soddisfazione per la propria vita, in un ambiente che non si deteriora, con buone relazioni sociali, senza le disuguaglianze che escludono o il capitale sociale, economico e naturale che si logora e che rischia di arrivare fortemente ridimensionato alle generazioni successive.
È ormai convinzione generale che il solo Pil non basti quale indicatore di benessere poiché non tiene conto della qualità della vita delle persone nel suo complesso. Senza delle lenti multifocali non si colgono lo stato di sviluppo dei Paesi e le disuguaglianze che li attraversano.
È una grande svolta quella dell’abbandono della dimensione economico-centrica nella determinazione del Pil e della costruzione di nuove misure di rilevazione del benessere, in Italia chiamato anche equo e sostenibile, proprio per completarne il significato.
Una bellissima avventura di trasformazione, di cui sono testimone diretta, condotta sotto la presidenza Istat di Enrico Giovannini con un processo di condivisione democratica tra statistica ufficiale, società civile e comunità scientifica. All’epoca coordinavo, con il Cnel, il lavoro con la società civile e anche la Commissione scientifica che doveva decidere gli indicatori adatti alla misurazione, selezionando quelli più rilevanti. Un vero esempio di statistica democratica, che si apre alle istanze della società civile, le sa ascoltare e le trasforma in misure rigorose con l’aiuto di ampi settori della comunità scientifica.
Ancora mi ricordo quando arrivò Salvatore Settis in riunione e propose a nome di Italia Nostra di inserire un dominio del benessere “paesaggio e patrimonio culturale”. Inizialmente eravamo tutti contrari, ma le sue argomentazioni furono talmente convincenti che alla fine la sua proposta passò all’unanimità.
Siamo l’unico Paese al mondo che prevede questo come uno dei domini del benessere, con indicatori relativi alle costruzioni abusive, alla percezione di peggioramento del paesaggio da parte dei cittadini, al numero di siti Unesco e così via. Si stava facendo qualcosa di molto importante per il Paese, si illuminavano zone in ombra della vita sociale dei cittadini e ciò avrebbe permesso alla politica di operare, per migliorarla.
Come in Italia, anche in altri Paesi si è andati avanti. Questi indicatori si sono dimostrati esemplificativi del progresso civile dei Paesi e negli ultimi anni si sono arricchiti con quelli relativi allo sviluppo sostenibile.
Una parte degli indicatori è giusto che rimanga fissa, per garantire le serie storiche, ma il sistema di indicatori del benessere per definizione deve essere anche flessibile e cogliere i nuovi bisogni che emergono. Le sfide statistiche crescono. Dati più tempestivi, con maggiore granularità sociale e territoriale, che sappiano stare al passo con la transizione digitale, quella ecologica e anche epidemiologica.
Ma perché nonostante le informazioni statistiche esistano e siano state così condivise non sono state usate nelle politiche per raggiungere obiettivi di crescita del benessere dei cittadini? La verità è che non ci sono più alibi, gli indicatori e le informazioni statistiche ci sono ma, è amaro dirlo, non c’è la volontà politica di utilizzarli.
Se si vuole riavvicinare i cittadini alla politica, riportarli alla partecipazione democratica la strada c’è: politiche che partano dagli indicatori di benessere equo e sostenibile per migliorare la qualità della vita di tutti e sconfiggere le disuguaglianze.