Potenza della satira, che in una vignetta dice tutto. Oggi il Cipputi imborghesito di Altan che dice sconfortato “ha vinto Trump”, e l’altro, con un ciuffo già rossiccio in testa, che gli risponde “speravo di no”. Ieri un truce Trump di Ellekappa, vestito di nero, che affida all’amico Putin le chiavi dell’Europa: “Fai come se fossi a casa tua”. Hanno perfettamente ragione, Altan ed Ellekappa. Nella “lotta in corso per un nuovo Ordine Mondiale” — sulla quale l’Uomo del Cremlino ha lungamente sproloquiato al Club Valdai — la povera Unione è il campo di Agramante, contaminato da Discordia e calpestato dalle altrui Cavallerie. Dal punto di vista europeo (ammesso che ne esista uno) il ritorno alla Casa Bianca dell’indomito tycoon è quasi uno shock sistemico. Per una Nazione rancorosa e orgogliosa, che riconsegna il sogno americano nelle mani forti di un autocrate alleato dei peggiori tiranni del pianeta, c’è un’accozzaglia di Nazioni divise e derise, che vagano sole e senza meta nella notte del Vecchio Continente in cui tutte le vacche sono nere (più in senso politico che filosofico).
È uno scherzo della Storia, ma giusto poche ore dopo la seconda reincarnazione del Trumpismo — che adesso ibrida al comando dell’Impero l’autoritarismo di un commander onnipotente come Donald e il capitalismo digitale di un oligarca in chief inquietante come Elon — da questa parte dell’Atlantico collassava anche l’ultimo brandello di cuore rimasto nella Ue: la Germania, inciampata nella sua terza crisi di governo dal dopoguerra, come fosse un’Italietta qualsiasi.
Le anime belle dell’Europa che fu, tra queste rovine, vedono ancora un’opportunità. E tornano alla dottrina dei Padri fondatori. Jean Monnet sosteneva che questa nostra “comunità di destino” dà il meglio solo nei momenti più drammatici. È stato così con la caduta del Muro, quando la riunificazione tedesca in cambio della rinuncia al marco rese possibile la nascita dell’euro. È stato così con il no francese al referendum sulla Costituzione, che portò al Trattato di Lisbona. È stato così con il crac Lehman e poi quello dei debiti sovrani, che aprirono le porte al quantitative easing. È stato così con la pandemia, che consentì il lancio del Next Generation Ue. I traumi di questa nuova fase non potrebbero produrre un sussulto anche oggi, con il titano di Washington che dice “l’Europa ci ruba i soldi” e annuncia una pioggia di dazi e lo zar di Mosca che si prepara a fare carne di porco dell’Ucraina? Non solo potrebbe: dovrebbe. Ma la nomenklatura comunitaria, riunita a Budapest, recita a soggetto. Per un’altra beffa del destino, il primo vertice dopo la svolta americana si svolge a casa dell’amico del giaguaro di Mar-a-Lago. Al Puskas Stadium di Budapest il messaggio rivolto ai 40 capi di governo da Viktor Orbán, vero capofamiglia dei Patrioti di fede trumpiana, risuona forte e chiaro: “Le cose ormai sono cambiate, dovete capirlo…”. Brinda a The Donald, e non è solo. Al suo fianco ci sono tutti i militanti del “Partito Amerikano” d’Europa: quelli già al potere (Fico in Cecoslovacchia, Vucik in Serbia, Wilders in Olanda) e quelli che scaldano i muscoli a bordo campo (Le Pen in Francia, Weidel in Germania, Farage in Gran Bretagna, Morawiecki in Polonia, Abascal in Spagna). È la stessa allegra brigata che “il principe delle tenebre” Steve Bannon, consigliere anziano durante il primo Trump, riunì nel 2018 sotto le insegne dell’Internazionale Sovranista. Sospese momentaneamente le attività dopo l’arresto del suo guru, condannato a 4 mesi per oltraggio al Congresso dopo i fatti di Capitol Hill. Ora la “ditta” che riunisce le peggiori destre del globo può riaprire felicemente i battenti, vendendo la solita merce avariata: nazionalismo, autarchia, “tradizione”.
Sul fronte opposto, a difendere il sogno sbiadito dell’Europa federale ci sono purtroppo gli attori più spompati del teatrino politico. Olaf Scholz, cancelliere azzoppato e ormai ridotto a simulacro di Angela Merkel. Emmanuel Macron, che spreme l’ultima stilla di jupitérism che gli è rimasta in corpo e tuona: “Vogliamo leggere una Storia scritta da altri? In un mondo di carnivori, non possiamo essere gli unici erbivori…”. Cose giuste da dire, come spesso capita all’inquilino dell’Eliseo. Peccato che non abbiano mai gambe per camminare. Come quelle che ripete Mario Draghi, autore del più ambizioso “Rapporto sul futuro della Competitività” mai scritto a queste latitudini: 800 miliardi di investimenti, e nuovo “strumento finanziario europeo” che lo alimenta. Splendido: peccato che riguardi soprattutto la spesa militare, e che nessun leader dei 27 abbia speso una parola per sostenerlo. Non ha torto, l’ex premier, quando avverte “abbiamo rinviato le riforme per non perdere il consenso, ma il consenso lo abbiamo perso lo stesso”. Ma non si può dare ancora una volta l’impressione che la nuova Europa esista con le élite ma senza i popoli, e si rifondi con i carrarmati ma senza il Welfare.
Tra questi due poli opposti e inconciliabili, ci sarebbe in teoria Giorgia Meloni. Sciamana trumpista ai tempi del quasi-golpe del 6 gennaio 2021, poi nipotina docile al bacio sulla fronte di nonno Biden nello Studio Ovale, infine cheerleader del tycoon grazie ai buoni uffici di Mister Tesla, la presidente del Consiglio invita i partner a “non aver paura di Donald” e — in una stramba reminiscenza kennediana — a non chiedersi “cosa gli Stati Uniti possano fare per noi, ma cosa l’Europa possa fare per se stessa”. Sarebbe fantastico se la Sorella d’Italia si intestasse un compito, questo sì, realmente “storico”: fare da ponte tra le pulsioni eurofobiche di Trump e dei Patrioti di scuola magiara e le ragioni strategiche dell’integrazione europea. Sarebbe magnifico se l’Underdog raccogliesse l’invito di Mario Monti, aiutando von der Leyen nella battaglia per l’abolizione del diritto di veto sulla politica estera. Non facciamoci illusioni: non lo farà. Unire non è nel suo dna, forgiato nell’odio per “la sinistra al caviale” che vede ovunque, anche dove non c’è. E il federalismo europeo non è nelle sue corde. All’aspra Ventotene di Spinelli, preferisce la dolce Ceglie Messapica. L’ha spiegato bene a New York il 25 settembre, quando un Musk in love le ha consegnato il Global Citizenship Award: ha esaltato il “patriottismo italiano” e il “nazionalismo occidentale” che ci unisce agli Usa, senza mai citare l’Ue. Questa, e non altra, è la destra meloniana. Atlantista, occidentalista, ma non europeista. Lo ha dimostrato il voto di luglio sulla nuova Commissione. Lo riconferma adesso l’attacco al diritto comunitario sull’operazione Albania.
Ma la posta in gioco è ancora più alta. Con quelle chiavi consegnate all’amico Vladimir, mentre apre la porta d’Europa alla Russia, Trump chiude un’epoca: quella dell’Occidente che abbiamo conosciuto nel Secolo Breve. E invera la profezia che proprio Putin consegnò al Financial Times, in una clamorosa intervista del giugno 2019, con la quale cantò il suo de profundis alle democrazie liberali “decadenti e obsolete”. Incapaci di comprendere la rabbia dei cittadini “contro l’immigrazione, l’apertura dei confini e il multiculturalismo”, le liberal-democrazie “non possono più permettersi di dettare le regole come hanno fatto negli ultimi decenni”. Per questo esaltava l’amico Donald, “persona di talento che sa molto bene ciò che i suoi elettori si aspettano da lui” e che “ha una precisa visione del mondo e degli interessi nazionali degli Stati Uniti”. Rilette oggi, queste parole fanno paura. Non scuotono l’ignavia delle classi dirigenti. Ma sta in noi, come ha spiegato David Quammen, ricordando su questo giornale la risposta di Benjamin Franklin a una signora, che 250 anni fa gli chiese: “Ma quindi, professore, che forma di governo avremo?”. E lui: “Una democrazia, signora. Sempre se saprete difenderla…”.