Commenti

Il peso delle parole

Il professor Christian Raimo, sospeso per aver criticato il ministro Valditara
Il professor Christian Raimo, sospeso per aver criticato il ministro Valditara 

L'ascolto è riservato agli abbonati premium

2 minuti di lettura

L’esperienza della psicoanalisi insegna il peso delle parole. Le parole non sono fatte d’aria, non sono semplici suoni — flatus vocis — , ma possiedono una loro consistenza: spostano le vite delle persone, lasciano segni, accendono entusiasmi e ricordi, aprono i cuori, armano le mani, sentenziano, liberano, incatenano, sconvolgono, sospingono all’odio o all’amore, aprono o chiudono i mondi. Ma quando le parole prendono la forma dell’insulto o del disprezzo tendono sempre ad assomigliare a proiettili o a bastoni. Lo sanno bene i figli che hanno subito offese e umiliazioni dai loro genitori o dai loro insegnanti e che portano su se stessi l’ustione indelebile di quelle parole. Ma anche nella vita politica le parole possono diventare proiettili o bastoni. Accade quando, sospinte dalla furia cieca dell’ideologia, prendono la via dell’insulto e del disprezzo.

Se la Legge della parola obbliga l’umano a rinunciare alla violenza — la democrazia è un sistema politico che osa eleggere la Legge della parola a suo fondamento pur essendo un fondamento sempre privo di garanzia — , l’insulto per il nemico interrompe la possibilità del conflitto politico spostando la divergenza delle idee sul piano del giudizio morale, se non su quello, ontologico come accade, in modo emblematico, nelle svariate forme che può assumere la violenza razzista: Negro! Frocio! Ebreo! Lo stesso accade quando si inneggia a Hamas o si invoca il proprio Dio per giustificare l’occupazione di territori che non sono i propri. E lo stesso accadeva negli anni Settanta quando i cattivi maestri accendevano l’odio di classe augurandosi di colpire al cuore lo Stato mentre, in realtà, colpivano solo degli esseri umani sottraendoli brutalmente ai loro affetti e alla loro vita.

Ma ritrarre l’avversario politico come moralmente indegno, descrivere chi ha una opinione diversa dalla propria come un essere lurido o come un infame, oltre a manifestare una allergia profonda nei confronti del lutto del pensiero unico che ogni democrazia esige come sua condizione di fondo, sono davvero senza responsabilità di fronte al rischio di alimentare passaggi all’atto violenti? Le opinioni sono davvero flauts vocis? Quando l’insulto prevale sulla dialettica politica la Legge della parola viene offesa e con essa il fondamento stesso della democrazia. Allora il giudizio politico devia inesorabilmente verso quello morale e ontologico. Il tema è storicamente datato: i cattivi maestri della fine degli anni Settanta che inneggiavano alla lotta armata accecando una moltitudine di giovani, hanno solo espresso delle semplici opinioni?

Il punto non è ai miei occhi giuridico — il provvedimento nei confronti degli insulti che il professor Raimo ha rivolto al ministro Valditara è in quanto tale discutibile –, ma concerne più profondamente la maturità democratica di un paese e, se si vuole, del dibattito intellettuale che dovrebbe rappresentarla. Se le parole non sono solo aria è perché hanno sempre delle conseguenze, ovvero ricadono più o meno direttamente nel reale. La maturità di un essere umano non si realizza mai anagraficamente, ma dal suo sforzo di assumere le conseguenze delle proprie parole. Accade nella lotta politica come in una dichiarazione d’amore, in un accordo commerciale come in qualunque discorso pubblico: le parole hanno un peso, hanno, cioè, delle conseguenze nel reale. È l’esatto rovescio del leone da tastiera descritto mirabilmente da Crozza. Ma è anche, non a caso, il destino politicamente inesorabile di tutti i rottamatori che non sono stati in gradi di fare, come si diceva negli anni Settanta, una seria autocritica: la tomba che hanno preparato per il loro nemico, ricoperto sistematicamente del fango dell’insulto e del disprezzo, finisce per accogliere senza scampo il loro cadavere.

La politica della demonizzazione morale dell’avversario ha sempre il fiato corto come dimostrano anche le recenti elezioni americane e, in un altro ordine di grandezza, il triste e fatale declino del Movimento 5 Stelle. Coloro che usano le parole come proiettili e come bastoni senza cogliere che in questo modo infrangono il fondamento più profondo della vita democratica, sono il vero terreno di coltura, politicamente trasversale, di ogni tipo di fascismo. Per questa ragione non ho mai sprecato il mio tempo per scrivere libri contro qualcuno o qualcosa, ma solo per qualcuno o per qualcosa. La destinazione ultima della parola non è mai la morte ma la vita.

I commenti dei lettori