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Scontri a Bologna, l’ombra del passato

Una vicenda locale, di strumentalizzazione pre-elettorale, diventa il sintomo di un problema nazionale: il rapporto della destra e della sinistra con le proprie origini

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Sabato 9 novembre a Bologna è andata in scena una provocazione ben riuscita. Una manifestazione di CasaPound contro il degrado della città ha suscitato una contromanifestazione degli antagonisti di sinistra. La destra ha colto l’occasione per chiedere alla sinistra quella discontinuità con la propria tradizione che di solito viene chiesta dalla sinistra alla destra.

Una vicenda locale, di strumentalizzazione pre-elettorale, che è però sintomo di un problema nazionale: il rapporto della destra e della sinistra con il proprio passato. Che appunto è passato, certamente, ma che lo è diversamente, e che diversamente pesa sul presente. Per quanto riguarda la sinistra, infatti, è pura fantasia ipotizzare una continuità fra il suo partito principale e ogni forma di violenza, o pensare a una vicinanza a posizioni anti-sistema e antagonistiche.

Non solo il Pci fu un partito d’ordine che contribuì alla edificazione della struttura costituzionale del Paese e che superò il ribellismo endemico dei ceti subalterni portandoli a una cittadinanza consapevole, ma chiuse anche ogni rapporto con i gruppi della sinistra estrema, che non amò, e da cui fu cordialmente detestato. E fu soprattutto nemico aperto del terrorismo, pagando l’inimicizia con la morte di suoi esponenti (si pensi a Guido Rossa).

Nessuna contiguità o ambiguità c’è qui da superare. Semmai la sinistra italiana deve rimpiangere di essersi lasciata troppo radicalmente alle spalle alcuni pezzi della propria tradizione politica e culturale, quando ha voluto diventare una forza liberal portando la critica all’esperienza comunista fino al punto di perdere nel presente il contatto con i ceti popolari. Il che ne determina oggi l’insuccesso.

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All’opposto stanno le cose a destra. Qui il rapporto con la violenza fu rivendicato anche dai massimi livelli (si ricordi Almirante e lo “scontro fisico”), il confine tra il partito e i gruppi eversivi fu più spugnoso e ambiguo, la postura anti-sistema fu coltivata almeno da una parte significativa dei gruppi dirigenti e dei militanti, l’estraneità alla cultura democratica fu più decisa e dura a morire.

Ora, Fratelli d’Italia non è il Msi, non è neo-fascista né post-fascista ma a-fascista; e non si può pensare che siano fascisti o post-fascisti i milioni di italiani che votano a destra. FdI è una destra nuova, del terzo millennio. È l’esito di varie trasformazioni, fra cui l’evoluzione della democrazia in post-democrazia a impronta oligarchica, e della ribellione nazional-populista contro ceti politici tradizionali, sempre più deboli e delegittimati dalle crescenti difficoltà dell’economia.

Ma è anche vero che, a livello del partito, i rapporti con il passato non sono stati tagliati; piuttosto, vi si è messa la sordina, li si è fatti scivolare in una zona d’ombra. Il passato è “acqua passata” sotto il profilo ideologico (però le Tesi di Trieste del 2017 avevano ancora un deciso timbro anti-sistema), ma a quell’acqua non sono mai state opposte dighe. Non c’è stata una rottura politica, ma solo un tacito superamento. E proprio questa discontinuità debole ha consentito il permanere di un’area grigia di contiguità “personale” tra esponenti della destra ufficiale e figure o posizioni dell’estremismo.

Solo per fare qualche esempio recente: la presidente della commissione Antimafia, Chiara Colosimo, ha trattenuto qualche rapporto con Luigi Ciavardini, ex Nar; il capo ufficio stampa del ministro dell’Agricoltura, Lollobrigida, era Paolo Signorelli, nipote dell’omonimo eversore di destra, e manteneva relazioni con il capo dell’estremismo laziale “Diabolik”; Marcello De Angelis, più volte parlamentare e direttore del Secolo d’Italia, ha negato, fra le polemiche, la responsabilità della destra eversiva per la strage di Bologna.

Leggerezze, si dirà. Ma vanno interpretate come evidenze indicative di un cattivo rapporto con il passato, e quindi anche con il presente. Il passato a destra complessivamente passa male, superato più per inerzia che per convinzione. C’è un cambiamento che sembra un adattamento ai tempi nuovi più che una decisa discontinuità.

Continua a pesare, insomma, un’estraneità storica alle tradizioni democratiche che sfuma in un’accettazione soltanto di fatto delle forme e delle idee della democrazia: è proprio questo a lasciare margini per incertezze e passi falsi. Per eliminare i quali sarebbe necessario istituire, nel presente, un rapporto non occasionale ma esistenziale con la democrazia.

Ma ciò è particolarmente difficile per chi non dalla democrazia ma dalla post-democrazia e dai suoi problemi ha tratto e continua a trarre le ragioni profonde del proprio successo. E che quindi non vede come priorità la rottura aperta con il passato non-democratico, e anzi crede di poterne prescindere. E risponde con un’alzata di spalle a chi continua a sollevare la questione, che nondimeno è tutt’altro che futile o strumentale: è la questione della qualità della nostra democrazia.

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