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Margaret e l’algoritmo

Agata Margaret Spada, morta per una rinoplastica a Roma 

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Dopo la morte della ragazza siciliana per una rinoplastica pubblicizzata su TikTok, uno sguardo al mondo dei social tra classifiche truccate e imbrogli
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Per spiegare cosa sia un social network conviene sempre ripartire dal momento fatale in cui la Silicon Valley incontrò l’Académie francaise e un ragazzino geniale scoprì cos’è il desiderio mimetico. Era il 2004, e a partire da quell’intuizione inventa una bacheca per studenti di Harvard, e poi di tutte le università degli Stati Uniti e poi la più grande operazione commerciale del secolo. Cosa direbbe René Girard oggi di una giovane donna che sceglie un medico sulla base di quella camera degli specchi sponsorizzata dal produttore degli specchi chiamata TikTok? Non è colpa dei filosofi se la realtà prende la forma che loro avevano intuito e tentare di stabilire chi sia responsabile della nascita/deriva dei social network non è un’operazione facile, né, per certi versi, utile. Internet è ormai il mondo e i social i suoi sicari. La questione non è più come sia potuto accadere, ma come difendersi. Basterebbe uscirne, certo. È in atto una diaspora di frequentatori di X, indignati dal propri…

Per spiegare cosa sia un social network conviene sempre ripartire dal momento fatale in cui la Silicon Valley incontrò l’Académie francaise e un ragazzino geniale scoprì cos’è il desiderio mimetico. Era il 2004, e a partire da quell’intuizione inventa una bacheca per studenti di Harvard, e poi di tutte le università degli Stati Uniti e poi la più grande operazione commerciale del secolo. Cosa direbbe René Girard oggi di una giovane donna che sceglie un medico sulla base di quella camera degli specchi sponsorizzata dal produttore degli specchi chiamata TikTok? Non è colpa dei filosofi se la realtà prende la forma che loro avevano intuito e tentare di stabilire chi sia responsabile della nascita/deriva dei social network non è un’operazione facile, né, per certi versi, utile. Internet è ormai il mondo e i social i suoi sicari. La questione non è più come sia potuto accadere, ma come difendersi. Basterebbe uscirne, certo. È in atto una diaspora di frequentatori di X, indignati dal proprietario, Elon Musk, che ne ha fatto il megafono della sua propaganda. Benissimo, ma le altre? Che l’ecolalia di Musk abbia svelato l’uso strumentale dei social è utile ma non risolutivo, perché uscire davvero da tutte le piattaforme è diventato tecnicamente impossibile per la maggior parte delle professioni. Dunque tocca stare all’erta e prevedere continue migrazioni, allontanandosi da quelli che diventano più infetti? Sì, certo, ma serve soprattutto aver sempre coscienza che non c’è niente di più lontano da uno spazio neutro di condivisione di un social. network Uno qualsiasi, compresi quelli che sembrano i più innocui. Per la questione che dicevamo all’inizio, quella del desiderio mimetico che, declinata a mezzo internet, diventa voglio avere tutto quello che hai tu perché desiderio essere esattamente come te. Dagli abiti, alle vacanze fino alle tette e al naso. E non mi importa niente di sapere che “te” non esiste, che la “persona” nella quale mi sto specchiando non esiste. Ma non solo. I social sono universi concentrazionari, con la differenza che chi sta dentro non ha subito una condanna. Teoricamente, lo dicevamo, potrebbe uscirne in qualsiasi momento. Ma non lo fa, come avviene appunto in qualsiasi detenzione, ma in questo caso non perché gli viene impedito con la forza, ma perché non sa di essere detenuto. Non sa di essere dentro, perché i social, per meglio deviare il nostro desiderio, si travestono da mondo. Guardami, dicono, io sono la vita. Non sei prigioniero, non più di quanto tu non lo sia nei tuoi giorni reali. Stai giocando, basta spegnere, basta disattivare le notifiche, basta diminuire le ore in cui sei collegato. Ma non esistono ore in cui non siamo collegati, tanto vale ammetterlo. A meno che non ci si trovi per qualche circostanza in una di quelle zone, sempre più rare, senza copertura. E quando siamo collegati, cioè praticamente sempre, la nostra volontà è azzerata, trastullata, distratta miliardi di sciocchezze, gran arte delle quali per niente casuali. Dentro i social siamo come palline da flipper che sbattono da una parte all’altra sulla spinta di impulsi per niente innocenti. L’algoritmo non è un allegro compagno di scorribande, ma un personal shopper. Ci guida tra gli scaffali affinché possiamo trovare più in fretta quello che crediamo di desiderare, che ci insegna a desiderare. E una volta che ci ha indotto a credere che desideriamo qualcosa, per esempio un nuovo naso, ci fa apparire magicamente la risposta alla domanda successiva: come faccio ad avere un nuovo naso? E anche questa è un’allucinazione che pretende di mimare la vita. In fondo anche nella vita se voglio rifarmi il naso chiedo in giro agli amici o consulto il mio medico di base fin quando non trovo quello che, arbitrariamente, mi sembra quello giusto. Ma nei social non ci sono amici, neanche in quel social in cui chi ti segue si chiama “amico”. Ci sono posizioni acquisite grazie a sponsorizzazioni, classifiche truccate, imbrogli e impicci. E potenti gomme da cancellare che fanno sparire obiezioni, dubbi, commenti negativi. E questo vale per tutto: dai libri ai reggiseni, dalle opinioni politiche alla rinoplastica. Con la differenza che in alcuni casi si rischia la vita

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