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Tra l’Europa e Trump, la tattica di Meloni

Il punto del 15 novembre 2024
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L ’Italia del centrodestra si avvia ad affrontare un’intreccio di politica estera e europea forse senza precedenti. Del rapporto con Elon Musk e le sue ricadute si è già scritto molto. Ma ci sono altri due fattori non banali, anzi molto significativi, per decidere dove andrà a collocarsi il governo di Roma. Il primo riguarda la relazione complessiva con l’amministrazione Trump. Si discute da giorni delle nomine annunciate o previste, ognuna con una sua precisa impronta, ma sappiamo che fino al giuramento del 20 gennaio non saranno operative. Fin d’ora, tuttavia, nei palazzi governativi si riflette sul loro significato in prospettiva.

Il secondo punto tocca la questione della Commissione von der Leyen, ossia il caso Fitto. E anche qui sono evidenti i riflessi in Italia. Pochi credono, giunti a questo punto, che il candidato di Giorgia Meloni, ma anche della presidente tedesca in cerca della definitiva approvazione, possa cadere. Peraltro la strada è stretta e qualche colpo di scena sa…

L ’Italia del centrodestra si avvia ad affrontare un’intreccio di politica estera e europea forse senza precedenti. Del rapporto con Elon Musk e le sue ricadute si è già scritto molto. Ma ci sono altri due fattori non banali, anzi molto significativi, per decidere dove andrà a collocarsi il governo di Roma. Il primo riguarda la relazione complessiva con l’amministrazione Trump. Si discute da giorni delle nomine annunciate o previste, ognuna con una sua precisa impronta, ma sappiamo che fino al giuramento del 20 gennaio non saranno operative. Fin d’ora, tuttavia, nei palazzi governativi si riflette sul loro significato in prospettiva.

Il secondo punto tocca la questione della Commissione von der Leyen, ossia il caso Fitto. E anche qui sono evidenti i riflessi in Italia. Pochi credono, giunti a questo punto, che il candidato di Giorgia Meloni, ma anche della presidente tedesca in cerca della definitiva approvazione, possa cadere. Peraltro la strada è stretta e qualche colpo di scena sarà sempre possibile, fin quando l’intesa non verrà sottoscritta. Il corrispondente di “Repubblica” è molto informato al riguardo, giorno dopo giorno. Di sicuro, se dovesse saltare l’accordo, sarebbe travolta ormai la stessa von der Leyen. Il problema è infatti l’equilibrio dei pesi politici. Ridotto all’osso: se i socialisti, di cui è parte essenziale il Pd, dovessero avere successo nel ridimensionare Fitto, magari togliendogli la vicepresidenza esecutiva, a uscirne mortificata sarebbe von der Leyen. Di fatto delegittimata. Senza contare, come pure è stato scritto, che s’innescherebbe un meccanismo di ripicche da parte dei popolari e la prima vittima sarebbe la socialista spagnola Ribera. In breve, salterebbero tutti gli assetti costruiti dal vertice della Commissione in questi mesi, persino andando al di là dei confini della coalizione Ppe-Pse-liberali macroniani. Il posto di rilievo dato a una figura, appunto Fitto, ministro del governo Meloni, è un tentativo della presidente tedesca di costruirsi una sponda a destra, coinvolgendo in primo luogo gli italiani di FdI.

Si capisce allora che quello che avviene a Bruxelles si rispecchia anche sulle rive del Tevere. Se vince von der Leyen, lei si rafforza a scapito dei socialisti. Non a caso i macroniani sono preoccupati e cercano di salvare il compromesso che tiene in piedi la Commissione. A Roma canterebbe vittoria Giorgia Meloni. E si capisce: avrebbe ottenuto di spostare a destra l’equilibrio delle forze e si sarebbe inserita nel gioco europeo. Se viceversa vincessero i socialisti, sarebbe una clamorosa sconfitta sia per la presidente tedesca sia per la sua amica italiana. Ma al prezzo di un governo europeo decapitato. E infatti chi odia l’Unione, a cominciare dai “trumpiani” oltranzisti, spera in cuor suo che tutto salti in aria. Viceversa la nostra premier ha scelto una tattica diversa: conseguire un successo tattico ma in fondo strategico, spostando un po’ a destra — senza troppo clamore — l’assetto consolidato a Bruxelles.

Tornando al primo punto, questa sarebbe la prima risposta italiana alla pressione americana. I nomi che si fanno oltreoceano sono infatti discutibili, ma non sembrano amici di Putin. Anzi, il segretario di Stato, Marco Rubio, ha fama di atlantista intransigente e nemico giurato della Cina. L’Italia si prepara ad adeguarsi alla politica estera di Trump, ma si spera non per confondersi nel “fan club” dei trumpiani filo-russi. Rubio può persino apprezzare un’Unione spostata a destra in cui l’Italia si ritaglia un ruolo non secondario in virtù della sua stabilità.

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