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Il linguaggio della civiltà

Donald Trump in una immagine generata dal computer
Donald Trump in una immagine generata dal computer 
Sembra che la cultura woke sia stata una delle cause del fallimento di Kamala Harris: ma quindi dove porterà questa rivolta contro il politicamente corretto ?

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E se, alla resa dei conti, la guerra contro il politicamente corretto rivelasse il desiderio non so quanto inconscio di poter chiamare ancora negri i negri e froci i froci? Ovvero, una profonda e irriducibile voglia di esprimere disprezzo? Non si può spiegare altrimenti l’ossessività con cui il “politically correct” viene evocato non tanto dai suoi supposti adepti (peraltro oggi ridotti a una esigua minoranza), bensì dai suoi più fieri nemici. Basti osservare come la “cultura woke” e quella della “cancel culture”, il neo-conformismo linguistico e il parossismo eufemistico delle minoranze siano stati evocati dalla destra italiana tra le cause fondamentali della sconfitta di Kamala Harris alle recenti elezioni presidenziali negli Usa.

Sembra inaudito che tale interpretazione possa reggere più di qualche secondo, ma una spiegazione per una simile allucinazione c’è. Per la destra, il politicamente corretto è diventato una nevrosi che altera la percezione della realtà e deforma in maniera abnorme quello che è un ordinario conflitto culturale tra le élite conservatrici e le élite progressiste, proiettandolo sugli orientamenti elettorali delle grandi masse popolari. In altri termini, se un operaio bianco del Texas vota per Donald Trump lo fa a causa della crescita dell’inflazione o del rischio di perdere il posto di lavoro o della paura per gli effetti del vaccino anticovid, non certo perché il virtuoso codice ideologico imporrebbe il ricorso a «n-word», ovvero un modo educato di riferirsi alla parola offensiva «negro», o la realizzazione di bagni pubblici per chi non si identifichi in un genere o nell’altro.

Si tratta di questioni alle quali personalmente annetto importanza e che hanno significative conseguenze sociali, ma che sul piano politico-elettorale assumono scarsissimo rilievo. Sul piano dei comportamenti quotidiani, le persone dabbene — qualunque sia la loro scelta di voto — si adoperano per utilizzare un vocabolario il più rispettoso possibile nei confronti degli altri, minoranze comprese. A parte coloro che come si è detto godono nel chiamare negri i negri e froci i froci.

In Italia la questione si pone in termini simili. Nei giorni scorsi, tra le tematiche politicamente corrette che minerebbero la fiducia degli strati popolari nel Pd e in Elly Schlein, i giornali di destra hanno indicato il presunto sostegno alla gestazione per altri (Gpa). Ecco, questo esempio aiuta a comprendere molte cose. Innanzitutto che utilizzare la formula “gestazione per altri”, e non “utero in affitto”, non è un’ubbia intellettualistica, bensì una forma di rispetto — comunque la si pensi — verso la gestante. E spiega, ancora, quella deformazione della realtà di cui sono vittime i politicamente scorretti: nel nostro paese infatti i sostenitori della Gpa sono una esile componente e si può tranquillamente verificare come la stragrande maggioranza del Pd sia ostile a essa. Ma la campagna ideologica condotta dalle destre in tutti questi anni serve esattamente a questo. Non a caso, le si può accostare la lotta contro il “buonismo”, termine che le persone beneducate non dovrebbero mai utilizzare, ma tant’è. Quella formula sciagurata altro non è che la dozzinale legittimazione di un cattivismo straccione sul piano delle relazioni interpersonali e dei rapporti sociali e di una concezione sostanzialista del diritto, che sprezza regole, valori e principi.

Prendiamo il caso della missione Albania. Le critiche verso essa nascono, oltre che da solidissime ragioni economiche (costi esorbitanti e sprechi immotivati), da considerazioni di natura giuridica e costituzionale: come la primazia del diritto europeo su quello interno degli Stati, l’habeas corpus e l’intangibilità della persona umana, lo ius migrandi e il divieto di «restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’Autorità giudiziaria» (art. 13 della Costituzione).

È questa la posta in gioco dell’asperrimo conflitto in corso che solo gli sciocchi possono considerare come l’effetto di concezioni moralistiche contrapposte a una lettura realistica delle dinamiche sociali e del governo di esse. Analogo ragionamento può farsi a proposito del linguaggio politicamente corretto. Al dì là delle forzature ridicole o puerili resta una questione di fondo: è indubbio che tra i primi diritti rivendicati dagli esseri umani si trova quello di dotarsi di un proprio nome. Il diritto, cioè, di nominarsi, di decidere come si voglia essere chiamati e, dunque, come definire la propria identità nelle relazioni con gli altri. È la storia del mondo civilizzato: da quando lo schiavo lottava per ottenere di essere chiamato con un nome proprio, che non fosse quello servile attribuitogli dal padrone. Può piacere o non piacere e possono essere apprezzate o meno le diverse soluzioni adottate, ma il ritorno a un linguaggio che, pretendendo di essere autentico e popolare, definisce «cani e porci» (Matteo Salvini) i migranti è una disgrazia sociale e morale, che finisce per inquinare anche la stessa destra. Evidentemente si è dimenticato che, fino a pochi decenni fa, su molti quotidiani gli omosessuali venivano definiti «invertiti» e «pederasti» (vi ricorda qualcosa?), e le persone affette da sindrome di down venivano indicate come «mongoloidi». In questo quadro, l’eroica lotta, portata fino al sacrificio, di Giorgia Meloni per farsi appellare il premier suona come teneramente romantica.

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