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Il Giubileo e la Roma che ho lasciato

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Lo sforzo ingegneristico, urbanistico e tecnologico di questi anni, con i suoi inevitabili costi sociali, non può prescindere dalla necessità e dalla speranza di un nuovo umanesimo
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Il 9 maggio 1921 al Teatro Valle di Roma andò in scena per la prima volta Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello. Una rivoluzione artistica, in cui gli attori irrompevano in scena dalla platea, prendevano la parola e diventavano i protagonisti del teatro nel teatro.

Giovedì 14 novembre, mentre ascoltavo il terzo rapporto alla città del sindaco di Roma Roberto Gualtieri, proprio nel passaggio in cui ribadiva l’impegno di restituire ai cittadini il Teatro Valle — un assillo che è stato anche il mio nei tre anni esatti in cui ho rivestito il ruolo di assessore alla Cultura nella giunta da lui presieduta — è stato per me inevitabile pensare a come il mio percorso nel teatro della politica romana fosse stato inverso a quello degli attori pirandelliani: dal centro del palcoscenico alla platea, confuso tra il pubblico, forte però della consapevolezza di cosa significhi la responsabilità di occupare il cuore della scena.

Da quella posizione ormai laterale ma ancora profondamen…

Il 9 maggio 1921 al Teatro Valle di Roma andò in scena per la prima volta Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello. Una rivoluzione artistica, in cui gli attori irrompevano in scena dalla platea, prendevano la parola e diventavano i protagonisti del teatro nel teatro.

Giovedì 14 novembre, mentre ascoltavo il terzo rapporto alla città del sindaco di Roma Roberto Gualtieri, proprio nel passaggio in cui ribadiva l’impegno di restituire ai cittadini il Teatro Valle — un assillo che è stato anche il mio nei tre anni esatti in cui ho rivestito il ruolo di assessore alla Cultura nella giunta da lui presieduta — è stato per me inevitabile pensare a come il mio percorso nel teatro della politica romana fosse stato inverso a quello degli attori pirandelliani: dal centro del palcoscenico alla platea, confuso tra il pubblico, forte però della consapevolezza di cosa significhi la responsabilità di occupare il cuore della scena.

Da quella posizione ormai laterale ma ancora profondamente partecipe che mi impedisce di commentare in modo distaccato una vicenda che fino a un mese fa è stata anche la mia, credo di avere potuto paradossalmente cogliere meglio l’importante novità del discorso alla città del sindaco di Roma.

L’impegno, arrivato a metà mandato, è quello di stabilire una nuova relazione tra le persone e la comunità di appartenenza. È sotto gli occhi di tutti l’imponente sforzo ingegneristico cui la città è sottoposta, un’opera di cambiamento e di modernizzazione che forse non ha precedenti nella storia di Roma da quando è capitale.

Roma, il cantiere a Porta Pia (ansa)

Oltre mille cantieri aperti, con i conseguenti disagi di oggi che sono però il prezzo da pagare per avere domani una città più funzionale e al passo con i tempi, il cui stato di avanzamento Gualtieri ha dettagliatamente esposto. Per farlo ha impiegato oltre un’ora e mezza, perché la serietà della sfida non può essere racchiusa in un tweet di 120 caratteri come le regole non scritte di una nuova politica sempre più scadente e irrilevante vorrebbero imporre.

Il sindaco ha chiamato la comunità a sentirsi e, soprattutto, a essere parte in quanto cittadini di questa grande trasformazione e non solo vittime di essa.

Questo è infatti l’obiettivo principale: “aprire” la città — parola chiave di questo terzo resoconto — nella consapevolezza che i sacrifici che i romani stanno facendo avranno senso solo se questa amministrazione riuscirà a restituire alla città uno spirito di comunità e per le persone nuove opportunità di benessere materiale e sociale che siano in connessione sentimentale con il Giubileo della speranza ormai alle porte.

Roma, 9 novembre: il sindaco Roberto Gualtieri sulla passerella a Fontana di Trevi (agf)

In platea, proprio accanto a me, sedevano tre operatori della protezione civile e un vigile del fuoco che il 21 agosto 2024 sono stati travolti dalle fiamme mentre erano intenti a spegnere un incendio scoppiato al pratone di Torre Spaccata: una giovane ragazza, con il viso coperto da una maschera protettiva raffigurava con la sua sofferenza il dolore di quei drammatici momenti e anche la tragicità che può comportare l’essere parte di una comunità, dove ciascuno è chiamato a fare il suo dovere, qualsiasi sia il ruolo nel teatro della vita.

A un certo punto il sindaco li ha ringraziati e la platea si è sciolta in un fragoroso e interminabile applauso. La giovane donna è scoppiata in un pianto dirotto e i suoi compagni di sventura l’hanno stretta a sé per consolarla.

In silenzio, al suo fianco, ho pensato che dietro quelle opere (frese, trivelle, ponteggi, betoniere che stanno lavorando h 24 sette giorni su sette) ci sono uomini e donne in carne e ossa come lei, lavoratori e lavoratrici, che costituiscono l’anima e il corpo di questo grande progetto della nostra comunità altrimenti condannata a un atavico immobilismo condito da un proverbiale cinismo e scetticismo.

Perché questo è il punto: lo sforzo ingegneristico, urbanistico e tecnologico di questi anni, con i suoi inevitabili costi sociali, non può prescindere dalla necessità e dalla speranza di un nuovo umanesimo senza il quale il Teatro Valle, anche quando sarà finalmente restituito alla città, resterà vuoto e ancora in cerca d’autore.

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