Europa o Usa, la destra di Meloni a un bivio
di Ezio MauroCome la deriva dei continenti, anche le aree politiche entrano in movimento, influenzandosi a vicenda secondo le fasi. Siamo davanti a questo fenomeno, che si può osservare quasi a occhio nudo, tanta è la sua evidenza. Una settimana appena dopo le elezioni americane, anche l’Europa registra la tentazione di uno slittamento a destra, perché il mitologico centro si sente sempre più attratto dal peso della destra vittoriosa, e abituato a far da cerniera non è capace di fungere da barriera, nemmeno davanti agli estremisti impegnati a riproporre parole d’ordine, nostalgie ed eredità degli anni peggiori della nostra vita, che credevamo rigettati per sempre.
Invece l’equilibrio politico su cui si articola il Parlamento di Strasburgo e si regge la Commissione che governa l’Unione si sta sgretolando, appare di colpo vecchio e inadeguato, perché i valori morali che lo determinavano sembrano aver perso importanza e significato. L’uomo simbolo della nuova fase è Viktor Orbán, che pare essersi as…
Come la deriva dei continenti, anche le aree politiche entrano in movimento, influenzandosi a vicenda secondo le fasi. Siamo davanti a questo fenomeno, che si può osservare quasi a occhio nudo, tanta è la sua evidenza. Una settimana appena dopo le elezioni americane, anche l’Europa registra la tentazione di uno slittamento a destra, perché il mitologico centro si sente sempre più attratto dal peso della destra vittoriosa, e abituato a far da cerniera non è capace di fungere da barriera, nemmeno davanti agli estremisti impegnati a riproporre parole d’ordine, nostalgie ed eredità degli anni peggiori della nostra vita, che credevamo rigettati per sempre.
Invece l’equilibrio politico su cui si articola il Parlamento di Strasburgo e si regge la Commissione che governa l’Unione si sta sgretolando, appare di colpo vecchio e inadeguato, perché i valori morali che lo determinavano sembrano aver perso importanza e significato. L’uomo simbolo della nuova fase è Viktor Orbán, che pare essersi assunto il compito di frantumare il vecchio ordine scoperchiando il nuovo, e adesso è in piedi da patriota al crocevia dei due mondi, tra Bruxelles e Mosca, tra Meloni e von der Leyen, tra Putin e Macron: naturalmente aspettando Trump.
Sono scosse di assestamento, perché l’epicentro del terremoto in corso è negli Stati Uniti, dove è chiaro a tutti che la vittoria elettorale di Donald Trump non rappresenta un normale passaggio di consegne nello studio ovale della Casa Bianca, ma un ribaltamento dell’intero sistema, con l’energia dello sfondamento, la carica emotiva della rivincita, la spinta passionale della vendetta, la convinzione morale della “missione” da svolgere per rifare grande e potente l’America, l’auto-benedizione di chi si considera inviato e strumento di un Dio complice e alleato, pronto a dare in diretta tivù la prova universale della sua benevolenza il giorno dell’attentato, sacralizzando il sangue dell’Eletto, ancor prima del voto.
È il primo elemento che segna la profonda novità di questa fase: la politica retrocede a pura tecnica, la “missione” è il mezzo per arrivare alla conquista del Sacro Graal cui l’America è destinata ma che non è mai riuscita a raggiungere, limitata e condizionata dalle regole e dai vincoli di quella credenza spontanea chiamata democrazia, che attraversava i Paesi e le epoche.
Oggi con la vittoria di Trump cadono tutti i paramenti sacri che hanno adornato la democrazia nel secolo, lasciandola nuda dopo averla rispettata come l’espressione suprema dell’etica pubblica, garanzia di pace, convivenza, benessere e soprattutto libertà. Ormai queste conquiste si possono raggiungere e garantire non più attraverso la regola e l’equilibrio, ma con la pura forza e il consenso che la legittima, dispiegando finalmente fino in fondo le facoltà segrete del potere e le potenzialità integrali del comando, mai davvero sperimentate negli ultimi ottant’anni in questa parte del mondo.
Approvate subito dopo la guerra con l’incubo ancora vivo delle dittature, si dice che le Costituzioni siano scritte da sobri per proteggerci da noi stessi quando siamo ubriachi: si preoccupano cioè di disinnescare ogni tentazione dispotica o autoritaria con il controllo, il bilanciamento, il concerto delle diverse istituzioni, così come frenano ogni possibile abuso delle legittime potestà attraverso i meccanismi dello Stato di diritto. La libertà di tutti è dunque tale anche grazie al senso del limite condiviso e accettato nell’esercizio del governo. È come se le Costituzioni occidentali ci invitassero a tener d’occhio il potere scelto dal popolo, perché non deragli.
Ma il ribaltamento in corso è talmente radicale che il sistema regolatorio garantito dal meccanismo democratico da elemento di tutela dagli abusi è diventato freno e limite all’esercizio legittimo della sovranità. Ed è come se le crisi a catena che ci hanno assediato negli ultimi anni ci spingessero a liberare il potere vittorioso da tutti i lacci e i lacciuoli, affinché i nostri sistemi esausti vengano finalmente investiti dall’energia rifondatrice del comando, fondamento libero e autonomo della nuova era.
È la post-democrazia, esito inevitabile della semplificazione populista, che nella demagogia del popolo finisce per attribuire alle sue scelte un potere che trascende le norme generali. In fondo, la semplificazione è un’eccezione permanente che conosce solo due soggetti, l’eletto e l’elettore, nell’illusione di poter fare a meno del sistema, con tutta la sua complessità. Così ogni volta si azzera tutto e si ricomincia, non c’è storia e non c’è nemmeno Stato, soltanto nazione come comunità di discendenza con un legame di sangue, terra e tradizione nella catena etnico-genealogica.
Ci rendiamo conto, adesso che viene innalzato questo scenario, di come gli istituti del Novecento siano arrivati fino a noi oggi infragiliti e affaticati, appesantiti dal loro carico di cautele, garanzie e tutele, improvvisamente denunciate come inutili, o addirittura dannose. È come se la nuova destra ci dicesse che con la democrazia abbiamo adorato il vitello d’oro, sacrificando tempo, denaro, efficacia, libertà a un falso idolo, che impediva al potere di rifulgere rivelando tutta la sua potenza.
Entriamo nell’età in cui tutto si gerarchizza sotto il trono del potere, del comando e del governo, cercando efficienza e garantendo efficacia, mentre prende corpo poco per volta quella “verticale del potere” già sperimentata negli Stati dispotici. Non ci sarà nessun assalto frontale alla democrazia: semplicemente formule democratiche, istituti di garanzia, ruoli di controllo appassiranno, finiranno fuori uso in nome dell’immediatezza del comando, e infine cadranno come foglie secche, staccandosi semplicemente dall’albero del sistema.
Sta già accadendo: non è un caso, infatti, se un miliardario come Elon Musk, imprenditore-innovatore in settori strategici e con un patrimonio netto maggiore del Pil del Portogallo, si affaccia direttamente alla politica con un incarico nel governo trumpiano proprio oggi, quando la formula di salvaguardia del “conflitto di interessi” è ingiallita e marcita sul marciapiede della democrazia, finendo praticamente espulsa dal lessico politico come spazzatura, proprio mentre nasce la figura “dell’oligarca occidentale”.
Qualcuno si aspetta che sia Giorgia Meloni a “bemollizzare” il trumpismo, facendo da ponte nel rapporto tra la nuova America e la vecchia Europa, ma applicando anche una specie di dazio etico-valoriale alle punte più estreme della predicazione politica della Casa Bianca.
Non c’è dubbio che la premier si è conquistata nelle relazioni internazionali un prestigio e un credito che il suo governo con la povertà della classe dirigente non riesce a far valere in Italia. Ma bisogna tener conto di due ostacoli a questa presunta ambizione meloniana di giocare a tutto campo.
Il primo è la concorrenza di Salvini, che avrebbe troppo terreno sgombro davanti a sé, per la conquista della bandiera della destra. Il secondo ostacolo è identitario, ed è il più difficile da superare. L’obiezione a Trump può nascere infatti solo da una coscienza europea sperimentata, capace di ricordare al presidente Usa che l’Europa è debole politicamente ma ha in sé un deposito di storia e di cultura politica che la trasforma nella terra della democrazia dei diritti e della democrazia delle istituzioni, i due fondamenti dell’Occidente.
Ora, Meloni è sinceramente atlantica, come dimostrano le scelte per l’Ucraina, ma altrettanto sinceramente non è occidentale, nella declinazione dei suoi valori di riferimento. Così corriamo il rischio che tra le foglie appassite dal vortice trumpista ci sia anche la nostra identità occidentale, in quest’autunno della democrazia.