La direzione obbligata dei 5Stelle
di Carlo GalliNell’intervista pubblicata da Repubblica Giuseppe Conte ha legato la propria permanenza al vertice del M5S alla collocazione nel campo progressista della forza politica che egli guida, il che significa che è con il Pd che vuole misurarsi, pur con l’autonomia che gli deriva da una diversa storia e da una diversa cultura.
Nel bruciarsi i vascelli alle spalle Conte si presenta come un leader capace — cosa inconsueta nella politica italiana — di prendere una decisione, di tagliare un nodo che è ingarbugliatissimo dal punto di vista giudiziario — questioni di validità e di interpretazione dello statuto che regge oggi il Movimento comportano pesanti conseguenze sulle strutture e sulle cariche interne — ma che dal punto di vista politico è semplice.
Si tratta di scegliere non tanto se il M5S debba andare a destra o a sinistra — gli elettori di destra lo hanno già da tempo lasciato — quanto se debba collocarsi in una posizione anti-sistema o ritagliarsi un ruolo all’interno del quadro poli…
Nell’intervista pubblicata da Repubblica Giuseppe Conte ha legato la propria permanenza al vertice del M5S alla collocazione nel campo progressista della forza politica che egli guida, il che significa che è con il Pd che vuole misurarsi, pur con l’autonomia che gli deriva da una diversa storia e da una diversa cultura.
Nel bruciarsi i vascelli alle spalle Conte si presenta come un leader capace — cosa inconsueta nella politica italiana — di prendere una decisione, di tagliare un nodo che è ingarbugliatissimo dal punto di vista giudiziario — questioni di validità e di interpretazione dello statuto che regge oggi il Movimento comportano pesanti conseguenze sulle strutture e sulle cariche interne — ma che dal punto di vista politico è semplice.
Si tratta di scegliere non tanto se il M5S debba andare a destra o a sinistra — gli elettori di destra lo hanno già da tempo lasciato — quanto se debba collocarsi in una posizione anti-sistema o ritagliarsi un ruolo all’interno del quadro politico esistente.
Alla sua nascita e per una decina d’anni, fino al trionfo del 2018, il M5S, seguito da molti commentatori, aveva proclamato esaurita la distinzione fra destra e sinistra e aveva impegnato la propria forza populista nel ridisegnare la mappa della geografia politica secondo l’asse “dentro-fuori” o “casta-popolo”, collocandosi appunto nel “fuori”, con il “popolo”, cioè all’esterno delle logiche del sistema e del Palazzo.
Posizioni populistiche anti-sistema furono, negli stessi anni, anche quelle della Lega, pur se con intonazioni più di destra. Il successo di quelle proposte politiche, risultate maggioritarie, portò non a caso alla formazione del governo Conte 1.
Ora, già dalle elezioni politiche del 2022, e con ancora maggiore evidenza dalle europee e dalle regionali del 2024, è chiaro che Lega e M5S (ma anche altre forze minori) sono al collasso, che insomma un’offerta politica anti-sistema — euro-scettica, non allineata con la Nato, economicamente alternativa al paradigma vigente (sia pure oggi declinata in modo diverso: la Lega è al governo, il M5S all’opposizione) — non trova più uno spazio significativo nel nostro Paese.
Ciò non significa che il sistema — la costituzione materiale, insomma — goda di un vasto consenso; la crescita dell’astensione elettorale dice anzi della fragilità della nostra democrazia, ma significa anche che a una politica anti-sistema — di per sé molto impegnativa — mancano le idee, la capacità di analisi e le prospettive, soggettive e oggettive.
Quella politica non può essere una coalizione degli scontenti, una qualunquistica ribellione; se l’offerta politica anti-sistema non va oltre questa povertà, molti cittadini (la maggioranza, ormai) non votano. Optano per una secessione dalla politica, per un “fuori” radicale, che si sottrae sia all’azione sia alla rappresentanza.
Il che paradossalmente rilancia l’asse destra-sinistra come l’unico praticabile politicamente, l’unico che dia un senso all’agire politico di coloro, cittadini e partiti, che ancora credono che la politica possa contare e cambiare le cose.
Certo, si tratta di una destra e di una sinistra interne al sistema e alle sue compatibilità, quindi di forze non radicali, le cui posizioni su alcuni temi strutturali — guerra, riarmo, Ue — di fatto convergono, e su altri come la questione ambientale e il rapporto fra pubblico e privato (nella scuola, nella sanità, nella pubblica sicurezza) divergono senza però essere agli antipodi: lo spazio di duro conflitto resta quello dei diritti soggettivi. Complessivamente si tratta peraltro di differenze sufficienti a far sì che valga ancora la pena di impegnarsi politicamente.
Non vi è dubbio che la politica italiana abbia subito una trasformazione profonda negli ultimi anni e che vada oggi in direzione non estremistica, in parziale controtendenza rispetto a molte situazioni europee — si pensi ai rabbiosi “nazional-populismi” in Germania e in Polonia, in Austria, in Francia e in Spagna — . L’evidente scarto rispetto alla situazione italiana non è colmato dai buoni rapporti “diplomatici” fra le forze della destra al governo e alcune formazioni estremistiche straniere.
La decisione di Conte è dunque realistica, con la rinuncia a tentare di ripercorrere le vie già battute — secondo la proposta di Grillo — e già dimostratesi inconcludenti e con la scommessa che proprio la ragionevolezza possa recuperare qualcosa dall’astensione.
Certo, non è una decisione dall’esito scontato: per capire quale opzione prevarrà nel confronto fra la velleità da una parte e il realismo e la speranza dall’altra, bisognerà vedere quanto è ancora forte nella base del M5S la tentazione più parolaia che ragionata di un giacobinismo privo di illuminismo e quanto invece pesi la volontà di costruire l’alternativa possibile — l’unica, al momento — al governo delle destre.