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Se cambia il perimetro dell’alleanza

European Commission President Ursula von der Leyen attends a meeting with the European Parliament's Conference of Presidents to discuss the suggested structure and portfolios of the College of Commissioners in Strasbourg, France September 17, 2024. REUTERS/Johanna Geron (reuters)

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Socialisti e popolari hanno trovato un accordo e i vicepresidenti della Commissione europea saranno approvati in blocco
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Fortunatamente la rissa tra galletti europei che, come i polli di Renzo, si beccano mentre vanno al macello si è risolta. Socialisti e popolari hanno trovato un accordo e i vicepresidenti della Commissione europea saranno approvati in blocco. Compreso il meloniano Fitto, compresa la socialista spagnola Ribera. Il governo Meloni tiene il punto. Porta a casa una delle sei vicepresidenze della Commissione: una poltrona che non conta nulla quando ci si è seduti sopra, ma da cui avrebbe fatto malissimo essere sloggiati per indegnità politica.

Ursula von der Leyen esce vincente dall’ennesimo trabocchetto che le aveva teso il suo compagno di partito, il leader dei popolari Manfred Weber. Cinque anni fa, Weber avrebbe dovuto diventare presidente della Commissione ma Ursula, con l’appoggio di Merkel e di Macron, gli soffiò il posto. Da allora l’esponente bavarese della Csu cerca vendetta. Senza riuscirci. Questa volta aveva aizzato i popolari spagnoli a sparare contro la candidatura della loro…

Fortunatamente la rissa tra galletti europei che, come i polli di Renzo, si beccano mentre vanno al macello si è risolta. Socialisti e popolari hanno trovato un accordo e i vicepresidenti della Commissione europea saranno approvati in blocco. Compreso il meloniano Fitto, compresa la socialista spagnola Ribera. Il governo Meloni tiene il punto. Porta a casa una delle sei vicepresidenze della Commissione: una poltrona che non conta nulla quando ci si è seduti sopra, ma da cui avrebbe fatto malissimo essere sloggiati per indegnità politica.

Ursula von der Leyen esce vincente dall’ennesimo trabocchetto che le aveva teso il suo compagno di partito, il leader dei popolari Manfred Weber. Cinque anni fa, Weber avrebbe dovuto diventare presidente della Commissione ma Ursula, con l’appoggio di Merkel e di Macron, gli soffiò il posto. Da allora l’esponente bavarese della Csu cerca vendetta. Senza riuscirci. Questa volta aveva aizzato i popolari spagnoli a sparare contro la candidatura della loro connazionale socialista, Ribera.

Per ritorsione, le sinistre avevano messo il veto al nome di Fitto e la situazione si era bloccata. A risolvere lo stallo sono stati chiamati i capi di governo che hanno dato il via alla coalizione politica europea: Sanchez e Scholz per i socialisti, Macron per i liberali e il polacco Tusk per i popolari. Quest’ultimo si è trovato nell’imbarazzante situazione di dover difendere la candidatura di Fitto, espressione dello stesso partito di estrema destra che sta all’opposizione contro di lui in Polonia. Anche per questo, a quanto pare, Weber si è preso una lavata di capo. Meloni, invece, ringrazia e assapora una vittoria che l’inutile faida tra popolari e socialisti le ha regalato senza che lei dovesse muovere un dito.

Il fatto che i galletti abbiano smesso di beccarsi, infatti, non garantisce affatto la loro sopravvivenza. Ursula von der Leyen farà una dichiarazione per confermare che il perimetro politico della maggioranza europea resta delimitato dall’alleanza tra popolari, socialisti e liberali, senza che la vicepresidenza a Fitto alteri questo equilibrio. Tutti faranno finta di crederle. Ma è evidente che non sarà così. Perché gli eurodeputati meloniani si uniranno alla maggioranza nel votare la fiducia alla Commissione, allargando il perimetro politico su cui può contare von der Leyen.

Ma la verità è che la mini-crisi politica andata in scena

al Parlamento europeo ha offerto uno spettacolo miserabile di una rissa da cortile scoppiata senza reali motivi mentre è in corso una guerra ben più vasta e incombente. Per la prima volta nella sua storia, l’Europa si trova stretta tra due fuochi. A Est c’è Putin, con le sue migliaia di testate atomiche, con i soldati nord-coreani arrivati in suo soccorso, con l’offensiva in Ucraina che guadagna terreno. A Ovest c’è Trump, che predica una guerra commerciale contro la Ue, che minaccia di sganciarsi dalla Nato e che potrebbe aspira a concludere un accordo con Putin sulla testa, e sulle spalle degli europei. Entrambi, dichiaratamente, vogliono la fine della Ue. Entrambi hanno fedeli alleati in continua crescita tra i partiti populisti e sovranisti europei, e si preparano ad usarli. Nei prossimi anni, è chiaro che l’Europa dovrà combattere per sopravvivere una doppia battaglia, sia sul fronte diplomatico e militare esterno, sia su quello politico e culturale interno.

Di fronte ad un simile scenario, non ha alcun senso porsi il problema se la vice-presidenza a Fitto e il voto di Meloni a favore della Commissione alterino o meno gli equilibri politici europei. Questi, nel prossimo futuro, saranno determinati da uno spartiacque molto più drammatico e concreto di quello, ideologico, tra destra e sinistra. Sarà il crinale dei valori democratici da salvaguardare, della costruzione di una difesa e di una politica estera comuni, della nascita di un vero bilancio federale e di una “governance” economica centralizzata. Se una parte della destra europea vuole condividere questa battaglia, mentre la maggioranza dei populisti di destra e di sinistra è già schierata con Putin e con Trump, ben venga. Prima bisogna salvare l’Europa da chi vuole distruggerla, poi potremo litigare e beccarci per decidere come governarla.

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