L’educazione sentimentale contro la violenza sulle donne
di Maura GancitanoI cambiamenti culturali avvengono quasi sempre con lentezza, e mai in modo uniforme e sincronico. Certe idee, se mettono in crisi stereotipi e sovrastrutture preesistenti, incontrano un’iniziale resistenza; poi, poco per volta, si fanno spazio nel dibattito pubblico e nel discorso comune. A un certo punto, se tutto va bene, finiscono con l’essere considerate ovvie, condivise, ragionevoli.
È forse quello a cui stiamo assistendo in questi anni riguardo alla violenza di genere: la regolarità inquietante con cui avvengono i femminicidi, che prima veniva negata, ora è diventata evidente, e gli assassini vengono sempre meno giustificati e considerati delle eccezioni o dei mostri, e sempre più come il frutto di un’educazione maschile che non insegna a fare i conti con la libertà delle altre. Anche la parte più conservatrice del paese ha dovuto riconoscere l’esistenza di un fenomeno sistemico, e ogni caso di cronaca riaccende un dolore e uno scoramento a cui non ci si abitua.
Va detto, per…
I cambiamenti culturali avvengono quasi sempre con lentezza, e mai in modo uniforme e sincronico. Certe idee, se mettono in crisi stereotipi e sovrastrutture preesistenti, incontrano un’iniziale resistenza; poi, poco per volta, si fanno spazio nel dibattito pubblico e nel discorso comune. A un certo punto, se tutto va bene, finiscono con l’essere considerate ovvie, condivise, ragionevoli.
È forse quello a cui stiamo assistendo in questi anni riguardo alla violenza di genere: la regolarità inquietante con cui avvengono i femminicidi, che prima veniva negata, ora è diventata evidente, e gli assassini vengono sempre meno giustificati e considerati delle eccezioni o dei mostri, e sempre più come il frutto di un’educazione maschile che non insegna a fare i conti con la libertà delle altre. Anche la parte più conservatrice del paese ha dovuto riconoscere l’esistenza di un fenomeno sistemico, e ogni caso di cronaca riaccende un dolore e uno scoramento a cui non ci si abitua.
Va detto, però, che il tema della violenza contro le donne è ancora terreno di scontro: i partiti di destra propongono soluzioni repressive che prevedono l’aumento di pene e sanzioni e accolgono con grande fastidio le proposte educative, in particolare quelle riservate alle scuole. Se è vero che gli uomini che cercano di sottrarre la libertà alle donne sono considerati un fenomeno di cui occuparsi, non è raro che vengano ritratti come deboli e incapaci, anziché come il prodotto della costruzione normale dell’identità del maschio.
In ogni caso, un’evoluzione c’è stata nella sensibilità pubblica, ed è possibile immaginare una correlazione tra questo cambiamento e un fatto importante: al 30 giugno 2024 i femminicidi risultano calati di un quinto rispetto all’anno precedente. Sebbene sia impossibile stabilire i motivi precisi di tale inversione di tendenza — che sono di sicuro molteplici — dobbiamo infatti riconoscere che sono stati necessari anni per assistere a un cambiamento di questo genere. Se guardiamo i dati degli anni passati, infatti, la costanza appare spaventosa: nel 2012 i femminicidi accertati sono stati 157, 179 nel 2013, 152 nel 2014, 141 nel 2015, 145 nel 2016.
Qualcosa era già accaduto nel 2023, in cui le donne uccise, in più della metà dei casi da ex compagni, erano state 120, cioè il 6% in meno rispetto all’anno precedente. Tra loro, Giulia Cecchettin, Giulia Tramontano e Marisa Leo hanno scosso l’opinione pubblica e mostrato l’urgenza di un’azione politica e di una conversione culturale.
È questa, d’altra parte, la ragione per cui si sostiene che il tema della violenza sia una responsabilità sociale e che ognuno di noi debba sentirsi coinvolto: le idee che iniziano a diffondersi e la sensibilità che inizia a cambiare non sono qualcosa di astratto, ma modificano l’atmosfera cognitiva e dunque il terreno in cui l’uomo femminicida agisce, in cui la donna che subisce violenza viene o non viene creduta, in cui l’ambiente che la circonda può rappresentare una rete di supporto o voltarsi dall’altra parte.
Del resto, il tema della violenza di genere non può essere trattato solo su scala nazionale, ma coinvolge ogni paese del mondo e senza dubbio inscrive l’Italia in un percorso europeo. Il 16 luglio 2024, nel discorso pronunciato subito dopo essere stata rieletta presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola ha detto: “Non possiamo lasciare un’Europa migliore se troppe donne non riescono ancora a sentirsi parte di essa. Troppe donne vengono ancora maltrattate, picchiate e uccise nella nostra Europa. Troppe donne lottano ancora per i diritti, troppe donne ancora guadagnano meno degli uomini facendo lo stesso lavoro. Troppe donne hanno ancora paura. Questa deve diventare anche la loro Europa. Possiamo costruire l’Europa sognata da Simone Veil e Nicole Fontaine. L’Europa che Giulia, Pelin, Ana Vanessa, Daphne e tante altre donne non potranno mai vedere. Lo faremo per loro, per tutti coloro che non possono parlare e per tutti coloro che verranno dopo”.
Se il femminicidio è l’apice della piramide della violenza di genere, i comportamenti che manifestano il tentativo di controllare la libertà delle donne sono innumerevoli, e ancora oggi considerati normali. Se è possibile individuare un’inversione di tendenza, in sostanza, è certo che ancora troppe donne subiscono aggressioni e prevaricazioni di ogni genere in qualunque ambito della propria vita.
Negli ultimi anni, alcuni concetti sono stati introdotti nel dibattito per descrivere la complessità della questione, ma si sono dovuti adeguare a un ritmo velocissimo che pretende la semplificazione estrema di qualunque asperità. La conseguenza è il collasso di ogni tentativo di confronto e comprensione, che rende ancora difficile alimentare una prospettiva davvero condivisa.
Tra i concetti apparsi a più riprese sui giornali, in televisione e soprattutto sui social, diventando termini chiave del dibattito sulla sessualità e sulla parità di genere, ci sono senza dubbio “educazione sentimentale” e “consenso”. In entrambi i casi, si tratta di campi semantici complessi, che intercettano quella matassa arrovellata che è la trama delle nostre sovrastrutture culturali. Troppo spesso, al contrario, sono stati liquidati quasi come tautologie, laddove in realtà sarebbe stato necessario affrontarli in profondità, cercando il bandolo non attraverso la semplificazione, ma anzi dipanando le loro fibre più rigide e irrisolte.
Se gli uomini hanno difficoltà a comprendere e accettare il rifiuto, imparare il consenso dovrebbe significare, prima di tutto, far comprendere — sia con un cambiamento culturale sia con una o più norme giuridiche — che l’altra persona è portatrice di una agentività che deve sempre essere riconosciuta e rispettata. L’altra non va manipolata e costretta, il consenso non va mai estorto, occorre imparare a chiederlo esplicitamente e ad accettare la scelta libera dell’altra. Ciò riguarda l’ambito sessuale, ma in modo più ampio ogni luogo e momento della vita in cui sia possibile operare una scelta libera.
Eppure, il concetto di “consenso” muta a seconda dei rapporti di potere, delle possibilità delle persone coinvolte, dell’ambito in cui possiamo esercitarlo. Secondo Manon Garcia, questa idea, originariamente propria della filosofia, della teoria politica e del diritto, possiede una polisemia che, una volta espulsa dal dibattito pubblico, lo ha reso troppe volte violento, pieno di equivoci e incomprensioni.
Acconsentire a un rapporto sessuale non può essere paragonato, per citare solo un esempio di Garcia, al prestare una bicicletta. Legiferare su questo tema è però enormemente complicato, e si scontra ancora una volta con quella rete di condizionamenti, oppressioni e invisibili fili culturali che rischiamo di non vedere. Quanto deve essere esplicito il consenso? Quanto deve essere normato? Cosa significa essere liberi di dare il proprio consenso?
Si tratta di quello che Serene Khader definisce “dilemma dell’agentività”: le scelte fatte dalle donne possono essere influenzate da circostanze di disuguaglianza e coercizione che potrebbero renderle meno libere di quanto appaiano a prima vista. Bisogna evitare sia un approccio paternalista, che rischia di intervenire nelle vite delle donne con l’intento di “liberarle”, senza rispettare la loro agentività e le loro scelte, imponendo invece valori e soluzioni esterne, sia un relativismo culturale che potrebbe spingerci a vedere tutte le scelte delle donne come espressioni autentiche della loro agentività, senza criticare o sfidare le strutture di potere e oppressione che possono influenzarle e limitarle.
In breve, il consenso è un termine più ambiguo di quanto pensiamo, e ciò potrebbe rappresentare non un limite, ma al contrario una grande occasione di conversione. A disambiguare idee complesse come educazione sentimentale e consenso, in sostanza, potrebbe essere solo un dibattito pubblico in grado di arrivare a un discorso condiviso.
Perché possa avvenire, è importante trasformare il terreno di scontro, un negoziato in cui chi urla più forte ha la meglio, in un campo di reale conversazione: un’etica del discorso che ci renda in grado di vedersi reciprocamente come soggetti di desiderio, vulnerabili e meritevoli di esercitare le nostre libertà.
Tratto da “Un anno di storie”, Istituto della Enciclopedia Italiana 2024. A cura di Tamara Baris, Paolo Di Paolo, Fiorella Favino. Per gentile concessione dell’editore