Arriverà prima la bomba o il “nuovo ordine mondiale” preconizzato da Vladimir Putin? È giusto chiederselo, nel momento in cui l’escalation missilistica dai due fronti ha varcato un’altra linea rossa, portando il leader del Cremlino ad annunciare che per colpa degli Stati Uniti il conflitto tra Russia e Ucraina ha assunto le caratteristiche di una “guerra globale”. Da mesi Putin oltre a denunciare gli aiuti militari americani ed europei a Kiev e le politiche di sostegno a Zelensky, chiama in causa l’intero Occidente come se volesse attirarlo direttamente dentro il perimetro bellico, attribuendogli una sorta di responsabilità ideologica, che lo trasforma da fiancheggiatore in protagonista del confronto militare. Lo schema è chiaro: se l’Ucraina è il cavallo di Troia delle potenze occidentali per contrastare la resurrezione imperiale della Russia, allora conviene allargare il campo e unire all’offensiva militare contro Kiev un’offensiva politica e diplomatica contro il vero nemico, che P…
Arriverà prima la bomba o il “nuovo ordine mondiale” preconizzato da Vladimir Putin? È giusto chiederselo, nel momento in cui l’escalation missilistica dai due fronti ha varcato un’altra linea rossa, portando il leader del Cremlino ad annunciare che per colpa degli Stati Uniti il conflitto tra Russia e Ucraina ha assunto le caratteristiche di una “guerra globale”. Da mesi Putin oltre a denunciare gli aiuti militari americani ed europei a Kiev e le politiche di sostegno a Zelensky, chiama in causa l’intero Occidente come se volesse attirarlo direttamente dentro il perimetro bellico, attribuendogli una sorta di responsabilità ideologica, che lo trasforma da fiancheggiatore in protagonista del confronto militare. Lo schema è chiaro: se l’Ucraina è il cavallo di Troia delle potenze occidentali per contrastare la resurrezione imperiale della Russia, allora conviene allargare il campo e unire all’offensiva militare contro Kiev un’offensiva politica e diplomatica contro il vero nemico, che Putin ha battezzato “l’Occidente globale”.
A questo punto secondo Mosca dietro il campo di battaglia si contrappongono due strategie che pretendono di sconvolgere gli equilibri mondiali, trasformando la guerra russo-ucraina nella prima scossa di un gigantesco terremoto geopolitico. Da un lato l’Occidente che — visto dal Cremlino — punta a smembrare la Russia, amputandola della sua missione creatrice dei nuovi equilibri che dovranno spostare a Oriente l’asse del mondo, convocando la cultura eurasiatica, quella islamica e quella cinese per costruire insieme un’alternativa all’egemonia euro-americana; dall’altro lato la Russia eternamente imperiale che vuole compiere il suo destino missionario, apocalittico e universale offrendosi come ultima fortificazione conservatrice contro la deriva nichilista della società liberale aperta, globalizzata, svuotata di ogni tradizione, senza più anima e condannata alla decadenza.
Si può forse negoziare sul Donbass e sulla Crimea, per far cessare la tragedia col suo milione di vittime, senza premiare il sopruso e l’abuso della forza: ma come si può trattare a un tavolo diplomatico la composizione di due visioni del mondo totalmente divaricate, o almeno la loro coesistenza? Ogni criterio comune di giudizio sull’ordine internazionale è saltato, l’intera rete normativa di auto-protezione tessuta nel dopoguerra con l’invenzione di soggetti, istituzioni e organismi capaci di esercitare un divieto o un arbitrato si è consumata fino ad essere spettacolarmente inservibile, la politica è finita fuori campo, portandosi via la sua arte principale troppo spesso dimenticata, cioè la capacità di costruire insieme. In realtà tutto ciò accade perché il potere neo-autoritario è riuscito a spezzare il vero vincolo del secolo, capace di tenere insieme gli opposti, fino a diventare un elemento fondamentale della convivenza: il senso del limite.
Abbiamo sempre attribuito alla deterrenza — l’equilibrio del terrore che manteneva gli arsenali nucleari sospesi sopra i popoli e i Paesi — la pace condizionata del tempo della Guerra Fredda. Ma quell’equilibrio non nasceva meccanicamente da un’ipnosi nucleare, o dal calcolo della forza incatenata negli arsenali. Il potenziale di distruzione universale aveva un antidoto che lo paralizzava, ed era esattamente il senso del limite autoimposto e concordato nel nuovo disegno del mondo costruito un secolo fa a Jalta dai vincitori della guerra. Da allora ogni sovrano accettava un vincolo alla sua sovranità, e questa rinuncia di ognuno era la pietra angolare della convivenza comune. Con gli anni il sentimento del limite diventava la condizione della sopravvivenza, il fondamento morale del potere, e lo legittimava. Addirittura, la combinazione delle singole inibizioni volontarie faceva sistema, sia pure regolato dalla paura.
Perduta la capacità politica di generare nuove regole universali, non poteva resistere da sola la coscienza del limite, che si è infatti rovesciata nel suo opposto: oggi tutto è praticabile, anche l’impensabile, perché ogni potere risponde solo a se stesso, e quel meccanismo equilibratore della convivenza che è la regola viene rifiutato in nome del pieno esercizio della sovranità. La rivolta contro lo Stato di diritto nasce proprio dall’insofferenza del limite, e dal suo sfondamento nella ricerca di una nuova potestà “verticale”, incentrata sul comando. Si azzerano i bilanciamenti tra i poteri, i controlli, le responsabilità pubbliche. Ed è a questo punto che quasi inevitabilmente la bomba esce dagli arsenali: se salta lo scambio equilibrato delle garanzie e delle paure reciproche tutto diventa possibile.
Probabilmente nessuno oggi pensa di schiacciare il tasto fatale. Ma è come se fosse stata tolta la “sicura” che protegge quel tasto dagli errori umani. Col risultato che l’uso pratico della bomba nel conflitto resta anche oggi un’ipotesi estrema, ma l’uso politico ha già superato ogni barriera, è diventato comune, abituale, addirittura quotidiano. La bomba è presente in ogni ragionamento sulla guerra, viene citata e chiamata in causa come uno strumento naturale del conflitto, l’ultima tappa. È finito il grande interdetto scientifico, culturale, morale e infine politico, nella presa di coscienza comune di essere di fronte al risultato di un sapere pervertito, che ha come compimento di sé la distruzione di ogni cosa: l’uomo prima inventa ciò che non può usare, poi si ferma sul ciglio dell’abisso, dopo aver guardato l’inferno.
Oggi ritorniamo indietro, sperimentando nella nuova vertigine del potere assoluto il rifiuto di ogni interdetto, il rigetto di qualsiasi limite, il potere finalmente totale, senza tabù. Ma utilizzando la bomba come minaccia abituale, facendola balenare ogni giorno come pressione e minaccia, Putin non si accorge di consumare quel carattere assoluto e definitivo che per decenni nasceva dal senso del proibito con cui si accompagnava l’arma suprema. Inserendola nella strumentazione tattica, è come se si banalizzasse l’atomica, e d’altro lato la si guardasse come creatrice di una nuova storia per una nuova era, destinata a una nuova umanità. È vero che l’alfa e l’omega si toccano nell’arma totale, ma in quel tutto c’è il niente che resta dopo l’atomica, il vero anno zero, perché il tempo esplodendo non misura più le cose e la storia cancellata annulla ogni numerazione. La bomba non sa negoziare.