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M5S, il travaglio che consuma l’eredità politica

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Se il fondatore (Grillo) ha confuso la fondazione con il diritto esclusivo di proprietà, chi lo ha sostituito (Conte) non è stato in grado di riconoscere il debito simbolico che lo iscrive storicamente in un rapporto di discendenza
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L’epilogo della vicenda politica del M5S pone in luce il grande tema dell’eredità. La ratifica formale della destituzione del fondatore di quel movimento evoca fatalmente un gesto parricida. Accade ogni volta che al posto dell’eredità subentra una volontà di cancellazione del debito simbolico che vincola gli eredi al loro fondatore.

Il padre di quel movimento, senza il quale la sua creatura non sarebbe mai esistita, è stato in questo caso allontanato, ripudiato, eliminato perché divenuto un peso superfluo o addirittura un ostacolo alla sua esistenza.

È questo il destino inevitabile di tutti i fondatori che hanno confuso il gesto della fondazione con l’acquisizione di un diritto inviolabile di proprietà. Vale per la vita delle istituzioni come per il rapporto di filiazione genitoriale: quello che abbiamo generato non ci appartiene sebbene la sua vita non sarebbe stata possibile senza la nostra.

Ogni gesto di generazione è, in questo senso, sempre in perdita secca: la creatura, se è cap…

L’epilogo della vicenda politica del M5S pone in luce il grande tema dell’eredità. La ratifica formale della destituzione del fondatore di quel movimento evoca fatalmente un gesto parricida. Accade ogni volta che al posto dell’eredità subentra una volontà di cancellazione del debito simbolico che vincola gli eredi al loro fondatore.

Il padre di quel movimento, senza il quale la sua creatura non sarebbe mai esistita, è stato in questo caso allontanato, ripudiato, eliminato perché divenuto un peso superfluo o addirittura un ostacolo alla sua esistenza.

È questo il destino inevitabile di tutti i fondatori che hanno confuso il gesto della fondazione con l’acquisizione di un diritto inviolabile di proprietà. Vale per la vita delle istituzioni come per il rapporto di filiazione genitoriale: quello che abbiamo generato non ci appartiene sebbene la sua vita non sarebbe stata possibile senza la nostra.

Ogni gesto di generazione è, in questo senso, sempre in perdita secca: la creatura, se è capace di vita propria, non può essere ridotta a essere il prolungamento speculare della vita del suo genitore. L’eredità non avviene mai per clonazione o per duplicazione. Il movimento generato dal fondatore non potendo mai essere una sua proprietà esclusiva — pena la sterilità della creatura — imporrebbe al fondatore stesso di cancellarsi nel suo atto di fondazione.

Giuseppe Conte e Beppe Grillo (ansa)

È questo l’inestricabile nesso che unisce la fondazione con il tramonto necessario del suo fondatore. Farsi oltrepassare è infatti il destino fecondo di ogni fondatore in grado di non confondere il suo gesto di fondazione con l’acquisizione di una proprietà. Difficile da comprendere in un tempo come il nostro dove l’azione politica si è sempre più identificata con la persona carismatica del leader.

Ma è questo il cuore vivo di ogni atto di fondazione che vuole essere autenticamente generativo: non farsi padrone di ciò che si genera affinché ciò che si è generato possa farsi erede creativo della sua origine. Se, infatti, la responsabilità prima di ogni fondatore è quella di separarsi dalla propria creatura affinché essa non resti imprigionata in un rapporto di dipendenza privo di libertà, quella degli eredi consiste nel rilanciare il gesto originario che ha ispirato la loro nascita.

Significa, come scriveva alla fine della sua vita Freud, citando Goethe, che “per ereditare davvero quello che i padri ti hanno lasciato devi saperlo riconquistare”. Dunque la responsabilità degli eredi consiste, per un verso, nel non negare il debito simbolico che li lega ai loro predecessori e, per un altro verso, vivere l’eredità come un’impresa che investe più l’avvenire che non il passato. Ereditare non significa, infatti, acquisire passivamente beni o geni, rendite o interessi, ma rilanciare in modo nuovo quello che i nostri avi ci hanno lasciato.

Ecco perché una eredità giusta non può mai essere una rottamazione. La storia è, da questo punto di vista, inesorabile: chi di mano propria rottama di propria mano è destinato a essere rottamato. È quello che è accaduto a Renzi e ora sta accadendo a Grillo.

Beppe Grillo (ansa)

In questo caso la spinta antipolitica con la quale egli ha nutrito il movimento sin dai suoi esordi contro le istituzioni parlamentari gli si è ribaltata violentemente contro. Il “vaffa” urlato indistintamente contro il mondo della politica gli è ritornato addosso in una forma tragicamente invertita.

Da questo punto di vista Conte incarna non solo un tipo antropologicamente ed esteticamente opposto a quello dell’anarchico e sulfureo fondatore del movimento, ma soprattutto il ritorno fatale della vecchia politica trasformista che quello stesso movimento condannava senza appello. Non a caso ha imposto la correzione della clausola decisamente antipolitica dei due mandati proprio nel nome di una esigenza di rinnovamento politico del movimento.

Se, dunque, il fondatore ha confuso la fondazione con il diritto esclusivo di proprietà — della quale è lecito attendersi in tempi brevi la rivendicazione giuridica — chi lo ha sostituito non è stato in grado di riconoscere il debito simbolico che lo iscrive storicamente in un rapporto di discendenza.

Accade nella tragedia greca: Laio che esige la morte del figlio (Edipo) è destinato a perire proprio per mano di quel figlio che ha maledetto; (la violenza parricida di Edipo è la faccia rovesciata della violenza figlicida di Laio).

Il fondatore che voleva dissolvere populisticamente la politica viene dissolto dalla politica proprio in quanto oramai giudicato antipolitico. Destino beffardo ma, appunto, già tutto scritto sin dall’origine: non riconoscere il debito simbolico nei confronti dei nostri padri non può che trasformarci, prima o poi, nella vittima sacrificale dei nostri figli.

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