Precario e vulnerabile come tutte le intese fra acerrimi nemici, il cessate il fuoco Israele-Hezbollah è il risultato dell’azione congiunta dei presidenti americani Joe Biden e Donald Trump, il cui intento è innescare un effetto-domino in Medio Oriente per arrivare ad un’intesa per far tacere le armi anche nella Striscia di Gaza, basata sulla liberazione di tutti gli ostaggi da parte di Hamas entro il 20 gennaio 2025, quando si insedierà la nuova amministrazione Usa.
A 418 giorni dal 7 ottobre 2023, quando Hamas aggredì Israele innescando un feroce conflitto regionale, la tregua di 60 giorni nasce dalla sovrapposizione fra l’effetto-Trump e la mediazione dei negoziatori di Biden. Decisioni e parole del presidente eletto hanno fatto comprendere a Teheran — regista e protettore di Hamas e Hezbollah — che è in arrivo una resa dei conti con Washington. E Teheran, memore del pesante prezzo economico che pagò al primo mandato di Trump, ha fatto una concessione: accettando di slegare il fron…
Precario e vulnerabile come tutte le intese fra acerrimi nemici, il cessate il fuoco Israele-Hezbollah è il risultato dell’azione congiunta dei presidenti americani Joe Biden e Donald Trump, il cui intento è innescare un effetto-domino in Medio Oriente per arrivare ad un’intesa per far tacere le armi anche nella Striscia di Gaza, basata sulla liberazione di tutti gli ostaggi da parte di Hamas entro il 20 gennaio 2025, quando si insedierà la nuova amministrazione Usa.
A 418 giorni dal 7 ottobre 2023, quando Hamas aggredì Israele innescando un feroce conflitto regionale, la tregua di 60 giorni nasce dalla sovrapposizione fra l’effetto-Trump e la mediazione dei negoziatori di Biden. Decisioni e parole del presidente eletto hanno fatto comprendere a Teheran — regista e protettore di Hamas e Hezbollah — che è in arrivo una resa dei conti con Washington. E Teheran, memore del pesante prezzo economico che pagò al primo mandato di Trump, ha fatto una concessione: accettando di slegare il fronte del Libano del Sud da quello di Gaza.
Come riassume Mike Waltz, consigliere per la sicurezza nazionale Usa in pectore, “se tutti vengono al tavolo è grazie al presidente Trump”.
La svolta avvenuta è evidente. Il defunto leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, entrò in guerra contro Israele l’8 ottobre 2023 con una pioggia di razzi e droni che da allora non si è mai interrotta, promettendo di tenere sempre legati e aperti i due fronti perché questa era la strategia del “cerchio di fuoco” degli ayatollah di Teheran, tesa a strangolare l’“Entità sionista”. Ma ora Nasrallah non c’è più, i suoi comandanti sono stati in gran parte eliminati, Hezbollah è molto indebolito e Teheran accetta il passo all’indietro. Anche se è solo tattico perché il fine vero è riorganizzare la sfida militare a Israele, riarmare il “Partito di Dio” in Libano e, forse, anche accelerare il programma nucleare, per potersi mettere al tavolo con Trump con più carte da giocare. Come spesso avviene in Medio Oriente le scelte tattiche possono però innescare scenari imprevisti e il dialogo a distanza fra gli avversari dichiarati Khamenei-Trump ricorda da vicino quello Khomeini-Reagan che il 20 gennaio 1981 portò alla liberazione dei 53 ostaggi americani nell’ambasciata a Teheran.
Da qui il focus sul domino possibile verso Gaza. Già iniziato con un altro passo indietro, quello del Qatar che pochi giorni fa ha scelto di lasciare sola Hamas nella trattativa per andare incontro alle perentorie richieste arrivate da Trump, giunto fino a minacciare Doha con lo spostamento della grande base Usa verso l’Arabia Saudita, facendogli venir meno un affitto da 500 milioni di dollari l’anno. L’intento di Trump è fare terra bruciata attorno a Hamas: senza più il sostegno politico-economico di Doha e senza quello militare di Hezbollah, ciò che resta dell’organizzazione jihadista guidata da Mohammed Sinwar — fratello di Yahia, ideatore del 7 ottobre, ucciso dagli israeliani — può essere indotto ad accettare il rilascio dei 101 ostaggi, vivi o morti, che ancora detiene. Innescando un accordo con Israele che può portare alla fine immediata delle ostilità che hanno causato un drammatico bilancio di vittime civili nella Striscia di Gaza. Perché questo è l’impegno che Trump ha ottenuto dal premier Benjamin Netanyahu: rilascio di tutti gli ostaggi in cambio della fine della guerra.
Si tratta di un percorso tutto in salita, con ogni passo ad alto rischio. Israele ed Hezbollah restano nemici giurati e le ultime ore di massicci attacchi aerei reciproci, da Beirut a Naharyia, ci dicono quanto sia vulnerabile il cessate il fuoco. Il passaggio delle consegne sul terreno fra soldati israeliani e libanesi è inoltre tutto da definire così come il ritorno di decine di migliaia di civili nei villaggi del Sud Libano come dell’Alta Galilea israeliana resta in forse. E la possibilità che Hezbollah rispetti la risoluzione Onu 1701, che lo obbliga dal 2006 a ritirarsi oltre il fiume Litani, dipende dalla determinazione di un governo di Beirut assai debole e di un contingente Onu che da 18 anni non riesce a svolgere tale missione. Per non parlare del negoziato dietro le quinte Khamenei-Trump, in balia dell’imponderabile, dell’imprevedibilità di Hamas e delle lacerazioni politiche presenti nella società israeliana e dentro lo stesso governo di Gerusalemme. A ben vedere l’unica vera garanzia per la tregua è il monitoraggio trilaterale Usa-Libano-Israele sul rispetto delle intese perché assegna a Washington un evidente ruolo di arbitro.
In questo scenario di estrema incertezza, l’opportunità della tregua offre però non solo al tandem Biden-Trump la spinta per accelerare verso Gaza ma anche all’Europa di sostenerli, lì dove possibile, anche al prezzo di assumersi maggiori responsabilità. È evidente che l’Unifil in Libano avrà bisogno di più contingenti e ciò significa guardare a Roma e Parigi. Così come lo è che per la ricostruzione a Gaza servirà un impegno internazionale, non solo dei Paesi arabi sunniti ma anche dell’Ue. Tutto ciò richiede all’Europa determinazione e cautela, simile a quella dimostrata dall’Italia nel guidare il G7 a gestire l’impatto della decisione del Tribunale penale internazionale sul mandato d’arresto per Netanyahu che avrebbe potuto far fallire la mediazione Usa sul cessate il fuoco in Libano.