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Il Doge di Musk e i danni del narcisismo

Elon Musk e Donald Trump 

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Il patron di X e Donald Trump hanno l’obiettivo di creare un’amministrazione subalterna
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Si chiama Doge e il nome non poteva essere più appropriato. I toni sono da sovrano assoluto, un editto cui si deve solo obbedire, redatto da un dux romano, un capo militare prestato alla politica. Il manifesto del nuovo Department Of Government Efficiency istituito da Donald Trump e affidato all’uomo più ricco del mondo, Elon Musk, e all’imprenditore più sicuro di sé del pianeta, Vivek Ramaswamy, è un proclama tanto ambizioso quanto emblematico di come persone che si credono dei in terra possano essere dannose quando chiamate a gestire la cosa pubblica. Non si pongono limiti, credono di poter calpestare, leggi, persone, norme sociali, istituzioni con anni di storia alle spalle a loro esclusivo uso e consumo. E sparano numeri a casaccio tanto per impressionare il pubblico.

Si chiama Doge e il nome non poteva essere più appropriato. I toni sono da sovrano assoluto, un editto cui si deve solo obbedire, redatto da un dux romano, un capo militare prestato alla politica. Il manifesto del nuovo Department Of Government Efficiency istituito da Donald Trump e affidato all’uomo più ricco del mondo, Elon Musk, e all’imprenditore più sicuro di sé del pianeta, Vivek Ramaswamy, è un proclama tanto ambizioso quanto emblematico di come persone che si credono dei in terra possano essere dannose quando chiamate a gestire la cosa pubblica. Non si pongono limiti, credono di poter calpestare, leggi, persone, norme sociali, istituzioni con anni di storia alle spalle a loro esclusivo uso e consumo. E sparano numeri a casaccio tanto per impressionare il pubblico.

Pensiamo al conclamato obiettivo del Doge, reiterato in campagna elettorale: tagliare di 2.000 miliardi di dollari la spesa per le amministrazioni pubbliche statunitensi nel giro di diciotto mesi, entro il 4 luglio, il giorno dell’Indipendenza, del 2026. Si tratta di poco meno di un terzo del bilancio federale statunitense nel suo complesso, che mobilizza circa 6.700 miliardi di dollari. Quasi la metà delle spese federali (3.000 miliardi) è rappresentata da trasferimenti alle famiglie (comprese Medicare e Medicaid, i programmi di assistenza sanitaria), altri 1.000 miliardi vanno a trasferimenti ai singoli stati e quasi altrettanti coprono la spesa per interessi sui titoli di stato emessi per finanziare il deficit. La massa in qualche modo controllabile dai dogi è di circa 1.300 miliardi, tra acquisto di beni e servizi (800 miliardi) e personale delle amministrazioni pubbliche (500 miliardi). Come si vede, anche licenziando tutti gli impiegati pubblici e azzerando le spese per l’acquisto di beni e servizi (per la sanità, le scuole, i ministeri, etc.) non si riuscirebbe a risparmiare quella cifra.

Ma colpisce ancora di più il modo con cui si vorrebbe fare questo spending zeroing. Secondo un clichet consolidato e di cui abbiamo avuto molti esempi anche in Italia, il riferimento durante la campagna elettorale è stato all’eliminazione degli sprechi, spese che, almeno in linea di principio, possono essere eliminate senza danneggiare nessuno. Archiviate le elezioni, il manifesto dei dogi non fa molto per chiarire in cosa consisterebbero questi sterminati sprechi. Mette all’indice i “535 milioni di dollari all’anno alla Corporation for Public Broadcasting” i “1,5 miliardi di dollari per sovvenzioni a organizzazioni internazionali e quasi 300 milioni di dollari a gruppi progressisti come Planned Parenthood”. Insomma poco più di un millesimo dei tagli promessi ottenuto peraltro privando del tutto di finanziamenti istituzioni di Bretton Woods come il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale.

Si fa poi riferimento alle spese che non sono state esplicitamente autorizzate dal Congresso o che vengono utilizzate “in modo difforme da quanto stabilito dal Congresso”. L’eliminazione di queste norme ridurrebbe la burocrazia e semplificherebbe la vita dei cittadini e delle imprese. Non può che tornare alla mente la conferenza stampa indetta nel 2010 dall’allora ministro per la semplificazione, Roberto Calderoli. Si era presentato con un lanciafiamme nel cortile di una caserma dei Vigili del fuoco, a Roma, per incendiare in favore di telecamere scatoloni contenenti (parole sue) “375 mila leggi inutili”. Peccato che quel numero fosse il doppio di tutti gli atti normativi pubblicati fino a quel giorno dal 1861 (200.235, come ricostruito da Sergio Rizzo). Ma quel che più conta è che dieci anni dopo quella esibizione pirotecnica c’erano già 3.326 leggi in più.

Il secondo ingrediente della presunta lotta agli sprechi è un taglio senza pietà al numero di “burocrati”, leggi dipendenti pubblici, che verrebbero ridotti “in modo proporzionale al numero di norme eliminate” speriamo non con il lanciafiamme. Certo l’amministrazione pubblica statunitense non brilla per efficienza. Secondo gli indici elaborati dall’Economist Intelligence Unit, non è più efficiente dell’amministrazione pubblica italiana, molto al di sotto delle burocrazie non solo francesi, canadesi e dei paesi nordici, ma anche spagnole. Al tempo stesso, al contrario di quanto avviene in Europa, i dipendenti pubblici sono negli Stati Uniti meno assenti dal lavoro dei dipendenti privati, nonostante abbiano un’età media più alta. Questo fa ritenere che ci sia meno comportamento opportunistico, meno assenteismo che altrove.

Anche in un paese dove vige il principio del firing at will, in cui è relativamente facile licenziare i dipendenti privati, ridurre gli organici nelle amministrazioni pubbliche è un compito tutt’altro che semplice. Non solo si tratta dei lavoratori maggiormente sindacalizzati, ma sono protetti da norme che vietano i licenziamenti se non in caso di comportamenti in palese violazione delle leggi (come nel caso dei controllori di volo licenziati nell’agosto 1981 da Ronald Reagan per uno sciopero non autorizzato). Queste protezioni servono per evitare che chi gestisce la cosa pubblica sia ricattabile e potenzialmente corruttibile.

Inoltre le inefficienze delle amministrazioni pubbliche statunitensi non sembrano affatto dovute a un numero eccessivo di dipendenti pubblici. Le loro fila si sono fortemente ridotte nel tempo. Se agli inizi degli anni 80 quasi un lavoratore dipendente su cinque operava nel settore pubblico, oggi siamo a uno su 7, una percentuale più bassa che nella media dei paesi Ocse e nettamente al di sotto di quella prevalente in nazioni con amministrazioni pubbliche relativamente efficienti, come i paesi nordici. Si è anche fortemente ridotto negli Stati Uniti (fino quasi ad azzerarsi) il premio salariale dei dipendenti pubblici rispetto a quelli privati, in gran parte spiegato dal fatto che i dipendenti pubblici sono mediamente più istruiti dei loro omologhi nel settore privato.

Prendersela con i burocrati, minacciare dimissioni in massa, proclamare che si impedirà sempre e comunque ai dipendenti pubblici di lavorare in remoto serve solo a demotivare e irrigidire chi fornisce servizi ai cittadini. Ma forse è proprio questo che i due dogi vogliono: un’amministrazione pubblica subalterna, al servizio del loro infinito narcisismo.

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