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La convivenza più difficile

Il ministro Tajani al question time della Camera (ansa)

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Fin qui il governo Meloni ha spesso nascosto i numerosi dissensi interni alla coalizione di centrodestra
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Non bisogna mai sottovalutare il momento in cui un partito di maggioranza decide di votare in Parlamento contro il governo di cui fa parte. È successo ieri a Forza Italia, che insieme alle opposizioni ha affossato un emendamento leghista per abbassare il canone Rai. Per quanto il dissenso riguardi una questione specifica, e certo il governo non sta per cadere, il guaio è serio.

Fin qui il governo Meloni ha spesso nascosto i numerosi dissensi interni alla coalizione di centrodestra con l’argomento che nessuna contesa è mai sfociata in una spaccatura parlamentare. Da oggi l’obiezione non è più spendibile. Ciò che è peggio, per Meloni, è che la scelta del partito di Antonio Tajani diventa un precedente: sulle future diatribe è difficile che il partito fuori linea rinunci a esprimere in aula il proprio dissenso, proprio come ha fatto Forza Italia. Per una maggioranza che dall’inizio della legislatura campa di baratti — io ti approvo la tua misura-bandiera e tu contraccambi con la mia, a m…

Non bisogna mai sottovalutare il momento in cui un partito di maggioranza decide di votare in Parlamento contro il governo di cui fa parte. È successo ieri a Forza Italia, che insieme alle opposizioni ha affossato un emendamento leghista per abbassare il canone Rai. Per quanto il dissenso riguardi una questione specifica, e certo il governo non sta per cadere, il guaio è serio.

Fin qui il governo Meloni ha spesso nascosto i numerosi dissensi interni alla coalizione di centrodestra con l’argomento che nessuna contesa è mai sfociata in una spaccatura parlamentare. Da oggi l’obiezione non è più spendibile. Ciò che è peggio, per Meloni, è che la scelta del partito di Antonio Tajani diventa un precedente: sulle future diatribe è difficile che il partito fuori linea rinunci a esprimere in aula il proprio dissenso, proprio come ha fatto Forza Italia. Per una maggioranza che dall’inizio della legislatura campa di baratti — io ti approvo la tua misura-bandiera e tu contraccambi con la mia, a me il premierato a te l’autonomia — rischia di essere più che una complicazione: può essere l’inizio di una dissoluzione.

Sarebbe miope pensare che dietro questo inciampo parlamentare ci sia solo uno scontro di interessi, che pure è evidente nella scelta di FI di votare contro l’abbassamento del canone della tv pubblica. L’esperienza insegna che gli interessi possono sempre comporsi. Più arduo, alla lunga, è mettere insieme traiettorie politiche così distanti. Come si può pensare che resti ininfluente la divisione dei partiti italiani di centrodestra sulla nuova Commissione europea di Ursula von der Leyen? FI l’ha appoggiata dall’inizio, Fratelli d’Italia solo all’ultimo momento e dopo atroci contorsioni, la Lega ha votato contro, e di von der Leyen dice tutto il male possibile. Fosse accaduto a un esecutivo di campo largo, non si parlerebbe d’altro. La destra, forse anche grazie alla sua lunga esperienza di matrimoni di interesse, gode di una specie di franchigia politica, per cui anche le più imbarazzanti divergenze passano sotto traccia, come fossero dettagli insignificanti. Come può essere marginale il fatto che, in tempo di quasi guerra, su Ucraina e Medio Oriente il governo italiano parli con voci così diverse? Sono note le distonie sugli aiuti militari all’Ucraina, anche se fin qui mai diventate frattura parlamentare. Sul conflitto israelo-palestinese non va meglio. Quando l’altro giorno è arrivata la notizia del mandato di arresto spiccato dalla Corte penale internazionale contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu, tre ministri di Meloni hanno preso la parola per dare altrettante letture della situazione. Se Netanyahu venisse in Italia andrebbe arrestato? Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha detto sì, il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini ha detto no («Sarebbe il benvenuto»), il ministro degli Esteri Tajani ha detto boh («Valuteremo le carte»). È vero che viviamo in un’era in cui la parola vale zero e la chiacchiera propagandistica mille, ma l’entropia nella destra italiana sulle linee di politica estera risulta eccessiva persino per questo tempo in cui vale tutto.

Non c’è nulla nell’agenda di governo che risponda alle domande del futuro, non una politica industriale, non una riforma strutturale in campo economico, non un serio piano di difesa, non una proposta per la riforma della Ue. La mancanza di risorse è, in alcuni di questi casi, un alibi: anche se le casse dello Stato traboccassero di denari, non ci sarebbe un disegno strategico su nessuno dei punti elencati. L’unico orizzonte è la costruzione di un Ponte sullo Stretto affidato a Salvini e al suo entorurage, nella speranza che i calcoli ingegneristici e sismici siano scritti meglio della legge sull’autonomia differenziata. Ecco perché la mossa di Forza Italia potrebbe aprire una fase diversa nella quale i limiti e le contraddizioni del governo, anziché svaporare nella cappa del potere, si condensano nell’aria fino a renderla irrespirabile. Succede che i governi sopravvivano alla loro consunzione, specie quando non c’è un’alternativa pronta o credibile. Questo non significa che siano vivi. Si sa che il re è nudo anche quando nessuno sembra badare al fatto che non porti le mutande, finché il giullare dice quel che va detto e un giullare, prima o poi, spunta sempre. I candidati al ruolo sono l’unica risorsa che non difetta.

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