La giornata di ieri (mercoledì 27 novembre) potrebbe essere ricordata come una delle più significative nel biennio del centrodestra meloniano. Nel bene e nel male. Da un lato la premier ha fatto un passo importante per integrarsi nel gioco europeo, votando a favore del secondo mandato di Ursula von der Leyen con la vicepresidenza Fitto. Dall’altro, questo avviene mentre quasi tutti gli osservatori esprimono scetticismo sulla nuova Commissione che appare fragile e con scarsità di numeri.
Tuttavia la presidente del Consiglio il suo risultato l’ha ottenuto: si è incuneata, insieme ai Conservatori, in un organismo che l’aveva vista fino a ieri all’opposizione, ha avuto il suo vicepresidente e di sicuro non si rammarica per la debolezza della vecchia intesa tra popolari, socialisti e liberali.
Se la seconda Commissione Ursula dovesse durare poco, magari dopo l’esito delle imminenti elezioni in Germania, chissà che ne sarebbe dei vecchi equilibri già sbrecciati. Il limitato spostamento a…
La giornata di ieri (mercoledì 27 novembre) potrebbe essere ricordata come una delle più significative nel biennio del centrodestra meloniano. Nel bene e nel male. Da un lato la premier ha fatto un passo importante per integrarsi nel gioco europeo, votando a favore del secondo mandato di Ursula von der Leyen con la vicepresidenza Fitto. Dall’altro, questo avviene mentre quasi tutti gli osservatori esprimono scetticismo sulla nuova Commissione che appare fragile e con scarsità di numeri.
Tuttavia la presidente del Consiglio il suo risultato l’ha ottenuto: si è incuneata, insieme ai Conservatori, in un organismo che l’aveva vista fino a ieri all’opposizione, ha avuto il suo vicepresidente e di sicuro non si rammarica per la debolezza della vecchia intesa tra popolari, socialisti e liberali.
Se la seconda Commissione Ursula dovesse durare poco, magari dopo l’esito delle imminenti elezioni in Germania, chissà che ne sarebbe dei vecchi equilibri già sbrecciati. Il limitato spostamento a destra di oggi potrebbe diventare una svolta più radicale.
Da notare che Giorgia Meloni, al pari di Ursula von der Leyen, tiene sull’Ucraina una linea anti-Putin che in pratica è la stessa dell’era Biden. Forte solidarietà, sostegno militare, nessun militare italiano inviato sul campo. Riguardo ai primi due punti, è la medesima posizione illustrata a Trump dal neo segretario della Nato, Rutte.
Significa che la presidente del Consiglio vuole capire come intende agire il nuovo presidente degli Stati Uniti. Inoltre ha voluto evitare giudizi avventati come quelli di Salvini, che il giorno dopo l’elezione americana già inneggiava al “presidente della pace”, ossia a un cedimento unilaterale alle tesi russe.
La politica estera resta pur sempre il terreno su cui la nostra premier si muove con maggiore disinvoltura e senza gli ostacoli sparsi sul suo cammino dagli avversari e soprattutto dagli alleati.
Il discorso cambia quando si entra nei meandri della politica domestica. Si è avuta la prova che le lacerazioni all’interno della coalizione sono più gravi di quanto palazzo Chigi voglia far trapelare.
Probabilmente il centrodestra non è “allo sbando”, come si affrettano a dire dall’opposizione in base a un’ovvia convenienza. Tuttavia le fratture interne, ultime quelle sul canone Rai e la sanità calabrese, lasciano intravedere un tessuto sfilacciato.
La questione del canone sembra minore, ma in realtà Forza Italia ha lasciato soli in modo perentorio Fratelli d’Italia e Lega. Soprattutto quest’ultima aveva fatto del taglio un tema prioritario. Il fatto che Tajani abbia votato contro insieme alle sinistre non significa che sia alle viste un cambio di maggioranza, che non sarebbe logico e non avrebbe i numeri.
Significa però che gli interessi del partito centrista che fu di Berlusconi e quelli di Giorgia Meloni si stanno via via divaricando. Per non parlare di Salvini, avversario politico numero uno di Forza Italia: specie oggi che i consensi elettorali quasi si equivalgono. Del resto, la contesa sul canone Rai lascia intravedere sullo sfondo proprio il profilo di Mediaset contrapposto a quello dell’ente di Stato. Canone più basso significa per viale Mazzini necessità di drenare pubblicità, di conseguenza il danno delle reti private è qualcosa più di una minaccia.
La conclusione di questo gioco di ripicche non sarà la crisi dell’esecutivo, bensì una sostanziale paralisi dell’azione di governo, ridotta a ordinaria amministrazione.
Lo vediamo sul fisco, dove l’idea di una riduzione delle aliquote, che dovrebbe essere tipica del centrodestra, si scontra contro il muro dell’impossibile. Idem sul resto, dal premierato alla separazione delle carriere.
Questa è la vera spada di Damocle che incombe sulla premier. Una legislatura logorante senza vere riforme.