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Le contraddizioni dell’Europa

Strasburgo, 27 novembre: Ursula von der Leyen e Roberta Metsola con i commissari europei 

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Il voto sulla nuova Commissione non sembra rappresentare un incoraggiante punto di partenza
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Gli enormi problemi sul tavolo dell’Europa sono stati enunciati da von der Leyen con le conosciute diagnosi, prive tuttavia di terapia. Questa la torsione negoziale della presidente per consentire alla nuova Commissione una promozione in Parlamento europeo, seppure con sofferta e deludente maggioranza.

Di fronte all’effettiva necessità imposta dagli eventi per un salto di qualità, che sarebbe stato comunque auspicabile in termini di crescita e modernizzazione anche in assenza di conflitti in corso e con un prossimo inquilino alla Casa più istituzionale di Trump, von der Leyen ha abbracciato tutto e quasi tutti.

Colmare il gap tecnologico con Usa e Cina, decarbonizzare “con prudenza” e avanzare nella difesa sono state le sue linee direttrici. Una bussola per la competitività quale riferimento al rapporto Draghi senza indicare comunque il “come”. Una dichiarazione di intenti che abbraccia iniziative che avrebbero bisogno di atti politici di grande respiro e dal gigantesco impegno finanz…

Gli enormi problemi sul tavolo dell’Europa sono stati enunciati da von der Leyen con le conosciute diagnosi, prive tuttavia di terapia. Questa la torsione negoziale della presidente per consentire alla nuova Commissione una promozione in Parlamento europeo, seppure con sofferta e deludente maggioranza.

Di fronte all’effettiva necessità imposta dagli eventi per un salto di qualità, che sarebbe stato comunque auspicabile in termini di crescita e modernizzazione anche in assenza di conflitti in corso e con un prossimo inquilino alla Casa più istituzionale di Trump, von der Leyen ha abbracciato tutto e quasi tutti.

Colmare il gap tecnologico con Usa e Cina, decarbonizzare “con prudenza” e avanzare nella difesa sono state le sue linee direttrici. Una bussola per la competitività quale riferimento al rapporto Draghi senza indicare comunque il “come”. Una dichiarazione di intenti che abbraccia iniziative che avrebbero bisogno di atti politici di grande respiro e dal gigantesco impegno finanziario. «Partendo dal centro» come da sua dichiarazione e muovendosi presumibilmente su due forni (questo non l’ha detto ma è implicito).

Transizione digitale e verde (quest’ultima con chiari cenni prudenziali) richiederanno investimenti dell’ordine di centinaia di miliardi, possibili solo a condizione che gli investitori privati vengano attratti da adeguate risorse pubbliche. Anche come segnale ai mercati.

Non dissimili gli sforzi in campo energetico, dove a fronte della buona performance nell’approvvigionamento le imprese continuano a patire costi superiori rispetto agli altri, Stati Uniti in primis. Completamento del mercato dei capitali e unione bancaria. Così come immigrazione, questioni sociali e diritti. Una lista lunga insomma e neanche esaustiva.

Strasburgo, 27 novembre: l'abbraccio tra von der Leyen e Metsola (reuters)

Tutti temi dove all’ostacolo interno (resistenza di molti a condividere sovranità nell’illusione di difendere la propria, di fatto inesistente) corrisponde la postura dei Paesi frugali nell’aver imposto a suo tempo quei parametri fissi di convergenza dentro un nuovo patto di stabilità che corre il rischio di nascere già vecchio e superato.

Come farà von der Leyen ad affrontare tutto questo fuori dalle assicurazioni a geometria variabile che le hanno consentito di sopravvivere alle molte contraddizioni di queste settimane rimane oggi un mistero piuttosto che un interrogativo. Dovrà “portare con sé” un Consiglio europeo fiaccato, contraddittorio e privo di leadership e un Parlamento europeo che al momento del voto della fiducia alla Commissione ha registrato defezioni all’interno di tutti i partiti chiamati a sostenerla.

L’Europa dovrà colmare i divari in innovazione accumulati negli anni e al contempo porsi come autorevole interlocutrice con i grandi attori (Stati Uniti, Cina, India e Russia in uno scenario auspicabilmente post conflitto) e altri interlocutori dalla valenza regionale non marginale quali Turchia, Iran, Israele e i Paesi del Golfo. Il tutto senza una politica estera al momento percepibile.

Il negoziato con Washington verrà caratterizzato dalla tendenza della Casa Bianca a bilateralizzare le relazioni per favorire quel divide et impera del binomio Trump/Musk. Si dovrebbe essere pronti, solo su scala europea, a quel rapporto transattivo che pretende l’inquilino della Casa Bianca.

Contrastando ovviamente i dazi ma nella consapevolezza che in tema di difesa occorre mostrare concreta disponibilità ad assumersi maggiori responsabilità, convincendo al contempo le rispettive opinioni pubbliche sul fatto che la sicurezza è precondizione di crescita e modernizzazione e salvaguardia dei diritti. Non viceversa. Il tutto in chiave inclusiva, altrimenti non si avranno.

Un compito gigantesco, dunque, anche per i molti anni sprecati senza dibattere seriamente sulla questione della governance (permanenza del diritto di veto in alcune materie fondamentali) e sul tema del bilancio, un misero 1% del Pil europeo con la sola storica eccezione del Next Generation Eu nel 2020.

Il recente voto a Strasburgo non sembra francamente rappresentare un incoraggiante punto di partenza. Vi è solo da sperare che il timore del declino, accelerato dalla curva demografica, possa indurre alcuni Paesi di rilievo e al loro interno le principali forze politiche a convincersi che l’attualità e l’emergenza non sono in contrasto con le visioni di medio e lungo periodo in quanto queste ultime sono già un’emergenza. Spiegarlo ai nazionalisti, un po’ ovunque in crescita, non sarà facile.

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