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La Consulta disprezzata

Roma, il palazzo della Corte Costituzionale (ansa)

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È andata a vuoto l’ennesima votazione. Un rito inutile e indecoroso, che si è ripetuto per la decima volta consecutiva e che va avanti da 384 giorni. Risultato: è “zoppa” una delle massime istituzioni del nostro ordinamento
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Angosciati dalle guerre sanguinose che fanno strage di innocenti in Palestina e in Ucraina, annoiati dalle guerricciole penose tra patrioti e “paraculetti” di casa nostra, non ci stiamo accorgendo della macelleria costituzionale che si consuma intorno alla Consulta.

Il 28 novembre, in un Parlamento di anime perse, è andata a vuoto l’ennesima votazione convocata per eleggere il 15esimo giudice al posto di Silvana Sciarra, uscita di scena un anno fa, e per sostituire gli altri tre membri in scadenza Augusto Barbera, Franco Modugno e Giulio Prosperetti. Su 323 “onorevoli” presenti, le schede bianche sono state più di 300. Un rito inutile e indecoroso, che si è ripetuto per la decima volta consecutiva e che va avanti da 384 giorni.

Risultato: è “zoppa” una delle massime istituzioni del nostro ordinamento. Il collegio — formato da 15 giudici, di cui 5 eletti dai magistrati, 5 dal Parlamento e 5 nominati dal presidente della Repubblica — è incompleto dall’11 novembre 2023. Senza che la pr…

Angosciati dalle guerre sanguinose che fanno strage di innocenti in Palestina e in Ucraina, annoiati dalle guerricciole penose tra patrioti e “paraculetti” di casa nostra, non ci stiamo accorgendo della macelleria costituzionale che si consuma intorno alla Consulta.

Il 28 novembre, in un Parlamento di anime perse, è andata a vuoto l’ennesima votazione convocata per eleggere il 15esimo giudice al posto di Silvana Sciarra, uscita di scena un anno fa, e per sostituire gli altri tre membri in scadenza Augusto Barbera, Franco Modugno e Giulio Prosperetti. Su 323 “onorevoli” presenti, le schede bianche sono state più di 300. Un rito inutile e indecoroso, che si è ripetuto per la decima volta consecutiva e che va avanti da 384 giorni.

Risultato: è “zoppa” una delle massime istituzioni del nostro ordinamento. Il collegio — formato da 15 giudici, di cui 5 eletti dai magistrati, 5 dal Parlamento e 5 nominati dal presidente della Repubblica — è incompleto dall’11 novembre 2023. Senza che la presidente del Consiglio o i presidenti di Camera e Senato facciano un plissé.

L’unico argine a tanta vergogna e altrettanta ignavia è il capo dello Stato. L’ultima einaudiana “predica inutile” Sergio Mattarella l’ha fatta il 24 luglio alla cerimonia del Ventaglio, definendo queste continue fumate nere sull’elezione dei giudici «un vulnus alla Costituzione compiuto dal Parlamento», cioè proprio dall’istituzione che la Carta del 1948 «considera al centro della vita della nostra democrazia».

Di qui il suo appello: «Con garbo e determinazione, vi invito a eleggere subito questo giudice». Accompagnato da un’indicazione preziosa sullo spirito no-partisan con il quale una politica seria e responsabile dovrebbe procedere a queste scelte, che non si dovrebbero mai fare secondo criteri di schieramento, ma dovrebbero riguardare sempre singole persone da scegliere tra i più meritevoli “per cultura giuridica, esperienza, stima e prestigio”. Sono passati altri quattro mesi, e anche quel richiamo del Quirinale si è perso nel vuoto. E questo è davvero uno scandalo per la democrazia.

Quanto conta la Corte, nella vita del Paese, ce lo spiegò poco meno di settant’anni fa Piero Calamandrei, all’atto di nascita di quel fondamentale pilastro del sistema: «Ora comincia un’altra Storia, ora gli italiani potranno affezionarsi alla loro Costituzione e sentirla viva, si renderanno conto che in una democrazia costituzionale il governo e il Parlamento non sono onnipotenti…».

Quanto incide la Corte, nella dialettica tra le istituzioni, l’abbiamo verificato solo quindici giorni fa grazie alla sentenza con la quale i giudici, sia pure a ranghi incompleti, hanno fatto a pezzi la legge sull’Autonomia differenziata, bocciata in sette punti e dissennata perché sfascia l’unità nazionale, mina il valore della solidarietà e viola il principio di sussidiarietà.

Lo ricordano Giuliano Amato e Donatella Stasio, in Storie di diritti e di democrazia: la Consulta ha svolto e svolge un ruolo cruciale, molto spesso di supplenza, su diritti che investono la nostra quotidianità, dal fine vita al suicidio assistito, dalla registrazione dei figli delle coppie arcobaleno al doppio cognome. Ovunque nel mondo le Corti costituzionali non sono un “altrove” che non ci riguarda e non si occupa di noi: al contrario, sono lo strumento attraverso il quale vive ogni giorno la Costituzione repubblicana, che è per i più deboli e per chi non ha potere.

Roma, 28 novembre: le urne per l'elezione di un giudice della Corte Costituzionale alla Camera dei Deputati (fotogramma)

E ovunque nel mondo, in un tempo di pericolose regressioni democratiche, le Corti costituzionali sono sotto attacco dal potere politico, che vuole controllarle e imbavagliarle, depotenziarle e delegittimarle. Pensiamo solo alle pseudo-riforme liberticide approvate in Ungheria e in Polonia, o a quelle tentate in Israele prima del pogrom del 7 ottobre e della controffensiva su Gaza, che spinsero l’opinione pubblica a scendere in piazza a Gerusalemme e a Tel Aviv per più di 40 domeniche consecutive, al grido “giù le mani dalla Corte Suprema”.

Oppure, giusto a proposito di Corti supreme, pensiamo a come ha inciso sul voto delle presidenziali americane la decisione dei giudici federali che a luglio scorso — in relazione all’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021 — hanno stabilito la piena “rieleggibilità” di Donald Trump, considerandolo immune per gli atti compiuti in veste di presidente degli Stati Uniti: quella sentenza è passata in camera di consiglio con 6 sì e 3 no, e la differenza l’hanno fatta proprio i 3 giudici che lo stesso tycoon nominò durante il suo primo mandato alla Casa Bianca.

Anche Giorgia Meloni — come ha fatto a suo tempo il suo “amico ritrovato” al di là dell’Atlantico — vuole eleggersi i suoi magistrati. Lo ha detto lei stessa il 5 gennaio, nell’ultima conferenza stampa che ha concesso ai giornalisti quest’anno: stavolta tocca a lei «dare le carte» sulla nomina dei giudici costituzionali, perché «è un po’ strana questa idea per cui quando la sinistra vince gode delle prerogative della maggioranza e quando vince la destra no».

È la ragione per la quale ha rinviato per un anno la sostituzione di Sciarra, e ora punta a fare pacchetto e cappotto, imponendo in un colpo solo ben 4 giudici di sua fiducia. All’ottava votazione la presidente del Consiglio aveva già provato a imporre Francesco Saverio Marini, consigliere giuridico di palazzo Chigi nonché “padre” del premierato tanto caro alla Sorella d’Italia.

Il blitz era fallito, ma questo è il metodo con il quale la Sovrana seleziona i cortigiani, non solo per le poltrone di sottogoverno ma persino per gli incarichi istituzionali: la fedeltà, la dedizione, l’appartenenza. Con tanti saluti all’Uomo del Colle, che come abbiamo visto esigerebbe cultura, prestigio, esperienza.

Da una parte c’è l’assillo dell’occupazione, che pervade i patrioti al comando intenzionati a prendersi tutto e a non fare prigionieri. Dall’altra c’è lo sforzo della condivisione, che ha animato i Padri costituenti e ispira le norme sull’elezione dei giudici, per la quale è richiesta la maggioranza dei due terzi nelle tre prime votazioni, e dei tre quinti dalla terza in poi.

Chi ha fondato la Repubblica riteneva giustamente che, al pari del capo dello Stato, anche per gli organi di garanzia si dovesse alzare l’asticella del consenso parlamentare, per tutelarne al massimo l’indipendenza, per sottrarne i membri al gioco dei partiti, per fugare il sospetto che i “nominati” potessero agire in base a un mandato politico.

La grazia di Stato, la cultura costituzionale, la democrazia come limite: è proprio questo il “canone liberale” che manca alle destre autoritarie oggi al potere in Italia e in Occidente. Al suo posto, c’è questa dottrina corriva e tecnicamente eversiva, che spinge i patrioti a trattare la Consulta come la Rai, la magistratura come un centro sociale da punire, la Costituzione come un orpello antifascista da rottamare.

Se esistesse un popolo, è a questa torsione anti-democratica che dovrebbe ribellarsi. Come disse Susanne Baer, leggendaria presidente del Tribunale costituzionale tedesco, «noi giudici facciamo il nostro dovere, ma voi cittadini non lasciateci soli».

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