Nel clima politico e storico dell’Avvento, si contano ormai i giorni che portano all’ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca, nella convinzione che il presidente rieletto riuscirà a chiudere immediatamente la guerra tra Russia e Ucraina imponendo le mani come un re taumaturgo, in forza dell’unzione sacra che lo ha portato sul trono con l’aiuto di Dio. L’opinione pubblica mondiale, logorata dalla durata del conflitto, allarmata per l’instabilità che si è subito trasmessa nelle varie centrali del potere come il moderno mal sottile delle istituzioni, in debito di leadership per la crisi universale della rappresentanza, è in attesa del miracolo, pronta ad applaudirlo comunque, più ancora del popolo genuflesso dell’anno Mille. Sembra quasi che al processo di pace manchi soltanto l’innesco: un presidente pronto a sedersi a capotavola nelle crisi insolubili, non per proteggere e garantire gli ideali di libertà della retorica statunitense, ma per fare l’America “grande” con un arbitrato int…
Nel clima politico e storico dell’Avvento, si contano ormai i giorni che portano all’ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca, nella convinzione che il presidente rieletto riuscirà a chiudere immediatamente la guerra tra Russia e Ucraina imponendo le mani come un re taumaturgo, in forza dell’unzione sacra che lo ha portato sul trono con l’aiuto di Dio. L’opinione pubblica mondiale, logorata dalla durata del conflitto, allarmata per l’instabilità che si è subito trasmessa nelle varie centrali del potere come il moderno mal sottile delle istituzioni, in debito di leadership per la crisi universale della rappresentanza, è in attesa del miracolo, pronta ad applaudirlo comunque, più ancora del popolo genuflesso dell’anno Mille. Sembra quasi che al processo di pace manchi soltanto l’innesco: un presidente pronto a sedersi a capotavola nelle crisi insolubili, non per proteggere e garantire gli ideali di libertà della retorica statunitense, ma per fare l’America “grande” con un arbitrato internazionale spettacolare, capace di inaugurare la stagione del nuovo esperimento populista.
Il problema è che non c’è una carta segreta pronta e risolutiva. Mosca e Kiev sono entrate palesemente in una fase in cui combattono ma cercano una soluzione, che però può venire solo dall’esterno. Al di là dell’apparenza e della propaganda quel che sta accadendo sul campo di battaglia non determina infatti un esito obbligato del conflitto e non impone una soluzione dettata dalle armi. Questo significa che la guerra ha lacerato l’equilibrio internazionale ma fino ad ora non ha spostato l’asse del mondo che oggi attraversa il centro Europa. Certo i giorni e i mesi che passano lavorano a favore del contendente più forte, che ha di fatto rovesciato la controffensiva ucraina ed è in grado di insistere. Ma quello stesso calendario bellico dimostra che la potenza militare russa è stata tenuta in scacco dalla resistenza del Paese invaso per un tempo infinitamente più lungo di quel che i generali del Cremlino avevano previsto nei loro calcoli imperialisti: e lo stesso ricorso alla “leva esterna” dei soldati nord-coreani è per Putin una prova di onnipotenza strategica infinita e insieme una rivelazione di debolezza nel rapporto con l’opinione pubblica interna, inevitabilmente spinta a pesare i costi sensibili di un reclutamento nazionale che sconta un numero molto pesante di morti e feriti.
Noi guardiamo l’invasione e la guerra d’occupazione che ne è conseguita, ma non dobbiamo dimenticare che nei piani di Mosca la bandiera russa doveva arrivare fino a Kiev, per sventolare sui palazzi del potere conquistati, svuotati e infine pronti ad ospitare un governo vassallo dell’Impero risorto con la Russia eterna.
Per ora la sovranità ucraina assediata dall’Armata rossa resiste, sia pure mutilata e ridotta di fatto al profilo militare, anche se nella dimensione resistenziale c’è sempre un elemento di moralità civile che traduce il patriottismo nella difesa popolare dei luoghi, dei riti e delle abitudini della vita comune quotidiana, e del loro spirito pubblico. Naturalmente Zelensky è esposto, minacciato, infragilito dalla sua stessa ostinazione e capacità di resistere, sorretto dal sostegno renitente dell’Occidente, consapevole di dover indicare un esito al suo popolo stremato; mentre Putin misura il peso dell’avventura ucraina su una bilancia più capiente, che può calcolare tra gli attivi le crepe che dividono l’Europa e quegli stessi dubbi che affiorano dall’eterna tentazione occidentale della realpolitik: e probabilmente anche il ritorno in scena di un avversario-partner come Trump, che rientra alla Casa Bianca grazie alla procedura democratica ma con l’animo evidente della vendetta autocratica. Per ragioni diverse, i due nemici cercano un apriscatole esterno, essendo incapaci di risolvere da soli la crisi. E Trump può essere per entrambi l’occasione di testare la tenuta del mondo davanti all’ultima guerra europea, in un fixing tra il governo e il caos.
In realtà l’arma segreta che Trump può mettere sul tavolo è la più evidente: la sua irregolarità, e l’irritualità della sua politica. Non è necessario che si presenti come “amico” di Putin, perché anche l’America che lo ha votato non è cieca e sorda al punto da dimenticare la ferita dell’invasione russa dell’Ucraina: troppo recente. E’ sufficiente che il leader Usa si confermi “uomo nuovo”, estraneo al concerto dei leader occidentali e alla loro invocazione dei comandamenti di libertà, diritto, giustizia che sono da sempre alla base del rapporto tra Europa e America. Trump è politicamente e antropologicamente fuori da questo schema, da quell’età e dalle eredità obbligatorie che ne derivano. Nulla è automatico, nella formula del nuovo populismo della destra estrema, poco è prevedibile, quasi tutto deve sembrare istintivo, immediato, dettato dai fatti, senza dipendenze e lasciti, come se il leader confezionasse ogni volta la politica sul momento, modellandola con le mani davanti al suo pubblico, in una performance più che in una strategia. La vera garanzia del presidente-mediatore è di non avere vincoli esterni, neppure nella tradizione, tantomeno nella storia, dunque di essere disponibile e aperto a cogliere qualsiasi opportunità. Il suo accreditamento con Zelensky consiste nella leva degli aiuti e degli armamenti, che lui governa come Biden anche se rovescia la sua politica: Kiev sa che senza gli Usa, chiunque li guidi, non c’è resistenza possibile in Ucraina: e di conseguenza per la prima volta si è detto disponibile a congelare il fronte per arrivare a un cessate il fuoco, scambiando di fatto i territori occupati dall’invasore con la garanzia dell’ombrello Nato aperto sull’Ucraina.
Con Putin la carta di Trump è la sua anomalia, la difformità dai giudizi e dai pregiudizi che lo hanno preceduto e che per decenni hanno fatto sventolare la bandiera americana, mentre ora sono rifiutati come una bolla politica che non deve più condizionare l’estro estemporaneo della leadership. Putin vede in Trump un presidente che non ha preconcetti e limiti, e può dunque trovare in ogni situazione una sua convenienza.
Soprattutto Putin e Trump per vie diverse sono interessati a raggiungere un obiettivo decisivo per la nuova epoca che stiamo vivendo: la costruzione di un diverso ordine mondiale, che ridimensioni la religione civica dei controlli, delle regole, del diritto, della separazione e del bilanciamento dei poteri, e insedi negli Stati un sistema di comando “verticale” basato sul potere concentrato nella leadership, dove si riassume la sovranità popolare. Non è solo un cambio della norma, ma un ribaltamento della cultura politica, con la fine della stagione liberal-democratica e l’avvio dell’età autocratica. In questo passaggio, se si aprirà un tavolo di trattativa sulla guerra, quali saranno le regole del negoziato e gli obiettivi dell’arbitrato? Siamo sicuri che il diritto peserà più della forza, che la libertà non verrà sacrificata alla sovranità, che il potere non si libererà dei controlli costituzionali? In poche parole, siamo certi che il nuovo ordine mondiale non si fonderà sui soprusi, amnistiandoli, e non si reggerà sugli abusi, giustificandoli con la supremazia del potere consacrato dall’unzione popolare? Questa “pace autoritaria” non sarebbe un prodigio trumpiano ma un inganno, perché legittimerebbe il diritto alla prevaricazione del più forte. In fondo, come si scoprì, anche la guarigione dei re taumaturghi dalle piaghe era un’impostura: che forse non è il caso di ripetere mille anni dopo, cercando un miracolo e non una soluzione politica, che fondi la pace sulla giustizia.