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Adulti e giovani, i nuovi riti

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Nel commentare la morte di Ramy Elgami nel quartiere Corvetto di Milano alcuni hanno scritto che gli adulti non fanno molto per i giovani. Vero. Ma forse il problema non è solo questo, poiché riguarda qualcosa di più profondo. Oggi gli adulti non sono più adulti e i giovani non sono più giovani. Nelle società tradizionali, e anche nella nostra almeno fino agli anni Settanta, i due gruppi adulti/giovani erano separati da barriere, non solo d’età ma di vita, gestite dai primi attraverso veri e propri riti di passaggio. A partire dall’esame di maturità, almeno per i gruppi sociali benestanti e alfabetizzati, per passare attraverso la leva militare per i maschi, fino al matrimonio, e persino nell’ingresso nel lavoro – la necessità di produrre il “capolavoro” per essere assunti alla fine del periodo di prova –, esistevano dei passaggi ritualizzati che servivano per tenere separati i giovani e gli adulti, salvo poi includere i primi attraverso prove iniziatiche. Un modo per controllare i gi…

Nel commentare la morte di Ramy Elgami nel quartiere Corvetto di Milano alcuni hanno scritto che gli adulti non fanno molto per i giovani. Vero. Ma forse il problema non è solo questo, poiché riguarda qualcosa di più profondo. Oggi gli adulti non sono più adulti e i giovani non sono più giovani. Nelle società tradizionali, e anche nella nostra almeno fino agli anni Settanta, i due gruppi adulti/giovani erano separati da barriere, non solo d’età ma di vita, gestite dai primi attraverso veri e propri riti di passaggio. A partire dall’esame di maturità, almeno per i gruppi sociali benestanti e alfabetizzati, per passare attraverso la leva militare per i maschi, fino al matrimonio, e persino nell’ingresso nel lavoro – la necessità di produrre il “capolavoro” per essere assunti alla fine del periodo di prova –, esistevano dei passaggi ritualizzati che servivano per tenere separati i giovani e gli adulti, salvo poi includere i primi attraverso prove iniziatiche. Un modo per controllare i giovani, come spiegano gli antropologi e come ha sottolineato Claude Lévi-Strauss analizzando la figura di Babbo Natale inventato dagli adulti per disciplinare la domanda infantile consentendo in un particolare periodo dell’anno la richiesta insopprimibile di doni. Intanto tra mondo infantile e mondo adulto si è introdotta la categoria della “adolescenza”, prodotto delle classi medie nella società industriale della fine dell’Ottocento, come spiega John Neubauer nel suo Adolescenza fin-de-siècle (il Mulino), età che s’è espansa sino coprire un arco di tempo che va tra i 12 e i 30 anni. Dall’altro lato, gli stessi adulti si sono “infatilizzati”, come ha sostenuto Witold Gombrowitz nel romanzo Ferdydurke (1938), dove si mettono alla berlina le abitudini degli adulti compresa la passione di vivere indossando tute sportive. I teenager sono stati creati da un complicato ma deciso processo di invenzione della giovinezza, scrive Jon Savage in L’invenzione dei giovani (Feltrinelli), cui è corrisposta la giovanilizzazione degli adulti: tutti desiderano essere e restare giovani.

Risultato: il gruppo degli adulti non ha più il controllo del passaggio dei giovani dallo stato adolescenziale a quello maggiorenne. Viviamo in una società in cui l’assenza di quei riti – fondamentali per le società chiuse del passato – ha prodotto una fluidità che ha via via eroso molte delle classi di inclusione. La liberazione dai vincoli imposti dai riti di passaggio – il senso era: il gruppo è tutto e tu sei nulla – ha reso le società occidentali confuse dal punto di vista generazionale. Gli ottanta anni di pace hanno abolito progressivamente la coscrizione obbligatoria che è stata, a partire dalla Rivoluzione francese, la vera definizione generazionale, almeno per gli uomini. Lévi-Strauss quando nel 1951 ha analizzato il passaggio che ha reso liquida la società contemporanea, per usare un termine di Zygmunt Bauman, ha aggiunto che non stava solo scomparendo la separazione giovani/adulti, ma anche quella, altrettanto fondamentale, tra vivi e morti, come dimostra la “natalizzazione” della festa di Halloween, dove i bambini assumono il ruolo dei morti per “rendersi esattori degli adulti”. Che fare? Certamente indietro non si torna e le trasformazioni sociali ed economiche in corso sono così complesse che nessuno può pensare di ripristinare il controllo che i riti tradizionali imponevano alle componenti generazionali; la vita che si allunga, almeno qui da noi in Occidente, impone di considerare la cosiddetta vecchiaia una classe ulteriore attraverso cui interpretare il rapporto giovani/adulti, e la transizione tra una categoria e l’altra.

Forse bisognerebbe cominciare a pensare a ciascuno di noi attraverso un’identità fluida anche dal punto di vista anagrafico, e non contrapporre così drasticamente le condizioni determinate dall’età, una considerazione che non è meno complessa di quanto avviene tra i generi maschile e femminile. Bisogna fare propria la frase di Mao Zedong, “grande è la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è eccellente”? Probabilmente no, ma il problema di ripensarci come adulti e come giovani insieme resta: fare di più per tutti.

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