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Perché serve un gesto di clemenza

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Secondo la nostra Carta costituzionale era un presunto innocente, in quanto parte di quel 25,5 % di detenuti in attesa di una sentenza definitiva. Aveva 44 anni, era nato a La Spezia, e si è impiccato all’interno di una cella della locale Casa Circondariale il 12 novembre scorso. Ricoverato in ospedale, è deceduto due giorni fa. Si trovava in attesa di giudizio per reati non particolarmente rilevanti, propri di uno stile di vita marginale.

Nel sistema penitenziario italiano, il record dei suicidi, 84, è stato raggiunto nel 2022; oggi siamo a 83, e tutto fa temere che negli oltre trenta giorni che ci separano dal nuovo anno, questa macabra statistica sia destinata a crescere ulteriormente. Sono dati che ci parlano di una realtà impossibile da rimuovere: in prigione ci si toglie la vita circa venti volte più di quanto si faccia nelle corrispondenti fasce di età tra i cittadini liberi. E questo significa, innanzitutto, che è il carcere, la sua struttura immanente e oppressiva, la sua …

Secondo la nostra Carta costituzionale era un presunto innocente, in quanto parte di quel 25,5 % di detenuti in attesa di una sentenza definitiva. Aveva 44 anni, era nato a La Spezia, e si è impiccato all’interno di una cella della locale Casa Circondariale il 12 novembre scorso. Ricoverato in ospedale, è deceduto due giorni fa. Si trovava in attesa di giudizio per reati non particolarmente rilevanti, propri di uno stile di vita marginale.

Nel sistema penitenziario italiano, il record dei suicidi, 84, è stato raggiunto nel 2022; oggi siamo a 83, e tutto fa temere che negli oltre trenta giorni che ci separano dal nuovo anno, questa macabra statistica sia destinata a crescere ulteriormente. Sono dati che ci parlano di una realtà impossibile da rimuovere: in prigione ci si toglie la vita circa venti volte più di quanto si faccia nelle corrispondenti fasce di età tra i cittadini liberi. E questo significa, innanzitutto, che è il carcere, la sua struttura immanente e oppressiva, la sua insensatezza a costituire un sistema patogeno: ovvero che produce alienazione, psicosi, depressione, autolesionismo e morte. Ne è una conferma un altro dato generalmente ignorato: tra gli agenti penitenziari il tasso di suicidi è sensibilmente superiore a quello registrato in tutti gli altri di corpi di polizia.

Il quadro generale viene sintetizzato da Gennarino De Fazio, Segretario della Uilpa, uno dei sindacati più rappresentativi: sono ormai 16 mila i detenuti oltre la capienza regolamentare e più di 18mila i posti vacanti nella Polizia penitenziaria.

Sono le cifre di un disastro che appare irreversibile: basti pensare che i pochi nuovi agenti previsti da uno dei molti “decreti sicurezza” dovrebbero entrare in servizio solo nei primi mesi del 2026. E nulla, proprio nulla, è stato realizzato per affrontare le più gravi contraddizioni del sistema.

Non stupisce che in questo quadro così desolato esploda la violenza endemica che cova nelle strutture fatiscenti, nell’incattivirsi delle relazioni tra custodi e custoditi, nelle condizioni disumane di vita, nella congestione dei corpi, nel degrado degli spazi e nell’aggressività dei rapporti gerarchici. Sono 198 i poliziotti penitenziari indagati per lesioni gravi e torture e decine le inchieste giudiziarie in corso. All’origine non c’è l’attività di un sodalizio di sociopatici e sadici che ha scelto la divisa azzurra della penitenziaria per legittimare le proprie pulsioni, ma la condizione materiale di quella istituzione totale che asseconda e incentiva l’istinto di sopraffazione e le inclinazioni di alcuni. E c’è una parte della classe politica che tutto ciò giustifica e blandisce: da qui, le scellerate parole del sottosegretario Del Mastro («non lasciamo respirare chi è dietro quel vetro»), lestamente fatte proprie dalla Presidente del Consiglio.

Il sistema penitenziario italiano è un corpaccione abnorme, enfiato, febbricitante, sul quale nessun intervento è possibile fino quando non verranno ridotte drasticamente la pressione e la temperatura che ne alterano il metabolismo e ne deformano la funzionalità. Perché ciò possa accadere è innanzitutto sul sovraffollamento che si deve agire, e subito. A una situazione di emergenza si deve rispondere con misure di emergenza. Da qui la proposta proveniente da giuristi, costituzionalisti e funzionari dell’amministrazione penitenziaria, di un provvedimento di amnistia e indulto che ponga le condizioni per una più generale riforma del sistema. Tra chi si è detto favorevole ricordo Michele Ainis, Mons. Vincenzo Paglia, Stefano Anastasia, Rita Bernardini, Giovanni Fiandaca, Dacia Maraini, Gherardo Colombo, Alessandro Bergonzoni, Gaia Tortora e Tullio Padovani. E molti altri ancora.

Si tratta di un intervento che la Costituzione prevede come strumento di politica del diritto penale quando se ne ravvisi la necessità e l’urgenza, come certamente è questo il caso. Un atto di clemenza generale che potrebbe tradursi in una legge di amnistia e di indulto per i reati e per i residui di pena fino a due anni.

L’ultima legge di clemenza adottata in Italia è stato l’indulto del 2006. Nonostante la più massiccia opera di “diffamazione” mai esercitata nei confronti di un provvedimento governativo, quella misura ha ottenuto risultati eccezionalmente positivi: dei 27 mila detenuti liberati grazie all’indulto, solo il 35% era rientrato in carcere cinque anni dopo, a fronte di un dato complessivo che vede intorno al 67% la percentuale di recidiva registrata tra quanti scontano interamente la propria pena in carcere; in altri termini, come ha scritto il Journal of Political Economy, il tasso di recidiva tra i beneficiari dell’indulto del 2006 è diminuito del 25%. Sono numeri su cui riflettere.

Si potrà scoprire, così, che la clemenza non è l’espressione di sentimenti filantropici e tanto meno, «la resa dello Stato» (Carlo Nordio): è, piuttosto, l’esito di un calcolo razionale del rapporto tra costi e benefici e un investimento intelligente e lungimirante sulle garanzie - e sulla forza - dello stato di diritto.

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