Il sistema politico francese ha garantito per sessant’anni una stabilità invidiabile al Paese. Ne ha favorito la crescita economica e rafforzato il prestigio internazionale. Ora, però, rischia di avvitarsi in una crisi istituzionale e politica dagli esiti imprevedibili. Era successo lo stesso con le grandi monarchie assolute di Luigi XIV e Luigi XV: lunghi anni di stabilità, crescita economica e autorevolezza mondiale. Poi, però, la Rivoluzione e la ghigliottina.
Fortunatamente, la testa del presidente Macron è destinata a restare al suo posto, almeno fisicamente. Ma la sua sopravvivenza politica, e quello del suo progetto, sono sempre più a rischio. Se anche una delle mozioni di censura che le opposizioni di destra e di sinistra hanno presentato contro il primo ministro Barnier dovesse trovare una convergenza bipartisan, la Francia si troverebbe senza governo, senza bilancio, senza una maggioranza parlamentare di qualsiasi colore e senza la possibilità di indire nuove elezioni fino …
Il sistema politico francese ha garantito per sessant’anni una stabilità invidiabile al Paese. Ne ha favorito la crescita economica e rafforzato il prestigio internazionale. Ora, però, rischia di avvitarsi in una crisi istituzionale e politica dagli esiti imprevedibili. Era successo lo stesso con le grandi monarchie assolute di Luigi XIV e Luigi XV: lunghi anni di stabilità, crescita economica e autorevolezza mondiale. Poi, però, la Rivoluzione e la ghigliottina.
Fortunatamente, la testa del presidente Macron è destinata a restare al suo posto, almeno fisicamente. Ma la sua sopravvivenza politica, e quello del suo progetto, sono sempre più a rischio. Se anche una delle mozioni di censura che le opposizioni di destra e di sinistra hanno presentato contro il primo ministro Barnier dovesse trovare una convergenza bipartisan, la Francia si troverebbe senza governo, senza bilancio, senza una maggioranza parlamentare di qualsiasi colore e senza la possibilità di indire nuove elezioni fino al luglio 2025.
Da forza motrice della politica europea, Parigi diventerebbe l’ennesimo “malato d’Europa” in un lazzaretto, per la verità, già fin troppo affollato. Il differenziale di interesse con i Bund tedeschi ha ormai superato quelli di Spagna e Portogallo e si avvicina alla Grecia. Se continua così, rischia di raggiungere l’Italia in fondo al treno. Il presidente Macron, che mentre il suo governo è sull’orlo del baratro si trova in visita in Arabia Saudita, dopo aver elargito tante visionarie lezioni sul futuro dell’Europa, si trova oggi intrappolato dai suoi stessi deputati di estrema destra ed estrema sinistra che l’Europa la detestano. Forse, se è lecito in frangenti così drammatici cercare di tirare una morale, il suo eccesso di europeismo programmatico, accompagnato dalla pochezza del suo europeismo pragmatico, alla fine si è ritorto contro di lui. Se fosse riuscito a realizzare almeno una parte dei progetti annunciati, se avesse davvero osato condividere con gli alleati il primato militare e nucleare che detiene in Europa, oggi la Francia e l’Europa stessa non sarebbero ridotte in queste condizioni.
E invece. Dopo aver vissuto l’incubo di un cancelliere tedesco inesistente, come si è rivelato Scholz, adesso si apre lo spettro di un presidente francese prigioniero alla Bastiglia, in ostaggio dei populisti di destra e di sinistra che, non potendo decapitarlo, possono comunque impedirgli di esercitare il suo ruolo politico. Non solo a Parigi, ma anche e soprattutto a Bruxelles dove la leadership dei capi di governo riuniti nel Consiglio europeo non è mai stata così evanescente.
Il vero problema è che, alla fine, in un modo o nell’altro la crisi francese si risolverà. Il Paese non può restare senza governo e senza legge finanziaria. Nessuno, nemmeno Le Pen, nemmeno Mélenchon, ha interesse a trascinare la Francia in una catastrofe economico-finanziaria senza sbocchi. Tuttavia il presidente francese, se anche resterà al suo posto fino alla naturale scadenza del mandato, sarà comunque un leader azzoppato, non in grado di spendere sulla scena internazionale la credibilità del suo ruolo e quella della nazione che rappresenta. Allo stesso modo, anche il lungo letargo tedesco è destinato a finire con le elezioni anticipate che daranno la vittoria ai Popolari di Merz e li obbligheranno ad una coalizione con un partito socialdemocratico fortemente ridimensionato.
Tutto questo potrà salvare le apparenze a Parigi e a Berlino. Ma non restituirà agibilità politica ad una Europa che ne avrebbe più bisogno che mai, schiacciata com’è tra Putin, Trump e Xi Jinping. La creazione di una maggioranza variabile che abbiamo visto formarsi al Parlamento europeo in occasione del voto sulla Commissione, è la spia di un disagio che non sarà risolto dalle elezioni tedesche e ancor meno dalla eventuale ricomposizione della crisi francese. A Parigi come a Berlino, a Roma come a Varsavia, i governi di una destra più o meno moderata, più o meno europeista, sono ormai ostaggio delle Vandee populiste che si agitano alla loro destra, che li ricattano e li ricatteranno in modo sempre più plateale. La grande socialdemocrazia europea nacque quando seppe rompere i ponti alla propria sinistra. La destra europea di oggi non è in grado di fare altrettanto con la palude sovranista, e non riesce neppure a concepire una Bad Godesberg moderata. In questo quadro, purtroppo, l’Europa continuerà a restare orfana di una leadership politica credibile.