Femminicidi, una sconfitta collettiva
di Michela Marzano«È stata fatta giustizia, ma abbiamo perso tutti come società». Sono state queste le prime parole di Gino Cecchettin dopo la sentenza della Corte d’Assise di Venezia, che ha condannato all’ergastolo Filippo Turetta, l’assassino di sua figlia Giulia. Impassibile e concentrato sul banco della giuria, l’uomo non ha mai distolto lo sguardo mentre il presidente leggeva il verdetto. A differenza di Turetta che, invece, ha ascoltato la condanna a testa bassa, con gli occhi quasi chiusi.
A poco più di una settimana dalla condanna all’ergastolo di Alessandro Impagnatiello, la reazione di Gino Cecchettin ricorda quella di Chiara, la sorella di Giulia Tramontano: nessuna condanna può portare pace nel cuore quando una figlia o una sorella vengono uccise. Nessuna pena — altro che ideologia della vendetta, come sostenuto dal legale di Turetta — può colmare il vuoto lasciato da un uomo che decide di possedere, fino alla fine, la vita di una donna.
È questo che è accaduto a Giulia Cecchettin,…
«È stata fatta giustizia, ma abbiamo perso tutti come società». Sono state queste le prime parole di Gino Cecchettin dopo la sentenza della Corte d’Assise di Venezia, che ha condannato all’ergastolo Filippo Turetta, l’assassino di sua figlia Giulia. Impassibile e concentrato sul banco della giuria, l’uomo non ha mai distolto lo sguardo mentre il presidente leggeva il verdetto. A differenza di Turetta che, invece, ha ascoltato la condanna a testa bassa, con gli occhi quasi chiusi.
A poco più di una settimana dalla condanna all’ergastolo di Alessandro Impagnatiello, la reazione di Gino Cecchettin ricorda quella di Chiara, la sorella di Giulia Tramontano: nessuna condanna può portare pace nel cuore quando una figlia o una sorella vengono uccise. Nessuna pena — altro che ideologia della vendetta, come sostenuto dal legale di Turetta — può colmare il vuoto lasciato da un uomo che decide di possedere, fino alla fine, la vita di una donna.
È questo che è accaduto a Giulia Cecchettin, nonostante la Corte abbia sorprendentemente escluso le aggravanti di crudeltà e stalking. Come si può negare la crudeltà in un femminicidio premeditato? E lo stalking? I messaggi di Turetta, infiniti e ossessivi, sono lì a testimoniarlo. Un uomo geloso, possessivo, incapace di accettare che Giulia potesse vivere indipendentemente da lui: non voleva che uscisse con le amiche, che si laureasse prima di lui, che andasse in vacanza senza di lui. Tutto questo ha costruito il femminicidio perfetto.
Perché, va ribadito, un femminicidio non è mai un raptus. Non è una decisione improvvisa, ma il tragico epilogo di una relazione malata, in cui lui si arroga il diritto di essere padrone della vita di lei. E considera normale annullarne l’esistenza se lei osa anche solo esprimere il desiderio di vivere libera, altrove, lontano da lui.
«Come essere umano mi sento sconfitto, come papà non è cambiato nulla rispetto a ieri», ha detto ancora Gino Cecchettin dopo aver ascoltato la sentenza. Parole che ricordano quanto sia fondamentale agire prima, perché le pene, per quanto simbolicamente importanti, non bastano a fermare le violenze di genere. Certo, una condanna all’ergastolo per un giovane uomo rappresenta un segnale, un primo passo verso il cambiamento culturale. Ma non è sufficiente.
Femminicidio Giulia Cecchettin, ergastolo per Turetta: la sentenza della Corte d'Assise di Venezia
Ogni femminicidio che arriva in tribunale è la prova di una sconfitta collettiva. Le donne continuano a non essere al sicuro, continuano a essere uccise. E l’estrema dignità di Gino Cecchettin nel dolore strideva con lo sguardo basso di un assassino che, a differenza di lui, non sembrava nemmeno trovare il coraggio di affrontare le conseguenze delle proprie azioni, di guardare in faccia la realtà. Perché è questo che ormai si deve fare, come individui e come società, guardare negli occhi la profondità della violenza che si scatena contro le donne.
La condanna all’ergastolo di Impagnatiello e di Turetta indica in maniera chiara qual è il percorso da seguire: educare, educare, e ancora educare. Dietro ogni femminicidio si cela una montagna di stereotipi, relazioni tossiche e retaggi culturali. C’è l’incapacità di tanti uomini di gestire la frustrazione e la perdita, un’aggressività che si scatena contro chi rivendica la propria autonomia. C’è un retaggio che pesa sulle donne, soffocandone la libertà e rendendo ancora difficile per molti accettare che l’amore non ha nulla a che fare con il possesso, anzi, ne è l’esatto contrario.
Turetta è stato condannato. La giustizia ha fatto il suo corso. Ma nessuna sentenza potrà mai restituire a Gino Cecchettin sua figlia, né ridare a Giulia la vita che le è stata brutalmente strappata. Nulla di ciò che si discute in un’aula, quando una donna viene uccisa, può mai essere davvero giusto. Parlare di giustizia significa parlare di riconoscimento e rispetto. Ed è questa la giustizia che, come individui e come società, dobbiamo impegnarci a costruire.