In quale modo la crisi della Quinta Repubblica francese si riflette — se si riflette — sugli assetti della cosiddetta Seconda Repubblica italiana? In apparenza non c’è alcun nesso. Diverso l’equilibrio costituzionale, diversi i protagonisti. Semmai le difficoltà di Parigi alimentano la soddisfazione, a malapena trattenuta, degli avversari del modello semi-presidenziale. Vedete, dicono a mezza bocca, voi che guardavate alla Francia: ora stanno peggio di noi, debito alle stelle e istituzioni imballate. Si rincorrono anche i giochi di parole, peraltro nati oltralpe, sulla “crisi all’italiana”: per intendere che la soluzione, se c’è, passa attraverso una serie di ipotesi lambiccate, degne di una certa tradizione politica romana. Ma anche questo sembra un luogo comune. Quella francese non sembra proprio una vicenda all’italiana, bensì un fatto senza precedenti che investe un equilibrio che ha funzionato per sessant’anni e ora si è inceppato. Se si trattasse di un computer, si direbbe che un “baco” si è insinuato negli ingranaggi e ha provocato il cortocircuito.
Tuttavia è opportuno osservare con attenzione cosa succede all’Eliseo e dintorni. Qualcosa che riguarda soprattutto gli attori dello psicodramma. Intanto Mélenchon, il capo della France Insoumise, leader della sinistra massimalista, si è collocato al centro della scena. Aveva provato a farlo la sera stessa dei risultati elettorali, lo scorso luglio, ma adesso la sua parte in commedia è ben più visibile. “Un irresponsabile”, come lo ha definito Macron, accomunandolo a Marine Le Pen? Magari sì, ma non è questo il punto. Molti osservatori, dopo il voto estivo, davano per certo che l’anziano demagogo sarebbe stato messo fuori dai giochi in favore di una sorta di centro-sinistra inedito, composto dai “volenterosi” della sinistra e della destra moderata. Ma non è andata così. Mélenchon non si è fatto scaricare e oggi ha calato sul tavolo le sue carte con tutta la spregiudicatezza manovriera che gli è riconosciuta. Non sappiamo che esito avrà la battaglia in corso, ma l’uomo si è ritagliato un ruolo cruciale che potrebbe produrre effetti clamorosi nell’ipotesi — al momento remota — di dimissioni del presidente della Repubblica.
Se dunque guardiamo alla sinistra europea, vediamo che il massimalismo stile Mélenchon non è troppo lontano della sinistra rosso-bruna tedesca di Sahra Wagenknecht, filo russa in politica estera e disposta ad abbracciare temi, diciamo così, di destra pur di evitare che i lavoratori e le classi impoverite dalla congiuntura si affidino senz’altro agli estremisti di AfD. Di fatto si tratta di una nuova sintonia fra una sinistra tutt’altro che riformista e una destra che punta alla destabilizzazione. Quello che a Parigi sta facendo Marine Le Pen, messa sotto pressione dalla magistratura transalpina. C’è insomma una nuova mappa politica che si va precisando e si estende dalle nazioni fino a poco tempo fa egemoni in Europa ai paesi fino a ieri vassalli e oggi a rischio d’instabilità.
E l’Italia? Gli ammiratori di Mélenchon, espliciti o più spesso impliciti, non mancano: da Conte all’alleanza Verdi-sinistra, fino a un certo sindacalismo. Un successo del francese spingerebbe i fautori della sinistra radicale ad accentuare i toni demagogici, a scapito della famosa sinistra riformista che già adesso sembra assai appannata. E a destra Le Pen è in ottimi rapporti con Salvini, molto meno con Giorgia Meloni. Non c’è dubbio che il capo della Lega sarebbe il primo sostenitore della francese se si arrivasse a una contesa elettorale per la presidenza. Viceversa, la premier ha scelto la strada della stabilità in Europa. Che vuol dire sostegno a Von der Leyen e vicinanza ai Popolari. Su questo la destra italiana è divisa, ma quello che accadrà in Francia avrà conseguenze a sud delle Alpi.