Sembravano indietreggiare sui tetti di Parigi, piegare ancora di più le loro ali nere di pipistrello i 54 mostri che da quasi due secoli sorvegliano Notre-Dame sporgendosi dalle guglie, afferrando i pinnacoli, curvandosi nell’ombra delle nicchie mentre gli uomini celebravano la loro vittoria sul fuoco riaprendo ai fedeli e al mondo le porte della cattedrale ricostruita dopo l’incendio del 2019, nel canto liberatorio del Te Deum.
L’arcivescovo Ulrich ha battuto la soglia con il suo pastorale, tra le cinque navate è risuonato tre volte il salmo 121 (“Il mio aiuto viene dal Signore che ha fatto cielo e terra”), e il presidente francese Macron ha potuto annunciare che «oggi tornano a suonare le campane della nostra storia» ai capi di Stato e di governo, re e principi di ogni Paese, con Trump e Zelensky — reduci da un colloquio a tre all’Eliseo — inquadrati da fotografi e televisioni nella speranza di una scintilla di tregua dalla guerra: quasi come se il mondo di oggi, mentre affida il s…
Sembravano indietreggiare sui tetti di Parigi, piegare ancora di più le loro ali nere di pipistrello i 54 mostri che da quasi due secoli sorvegliano Notre-Dame sporgendosi dalle guglie, afferrando i pinnacoli, curvandosi nell’ombra delle nicchie mentre gli uomini celebravano la loro vittoria sul fuoco riaprendo ai fedeli e al mondo le porte della cattedrale ricostruita dopo l’incendio del 2019, nel canto liberatorio del Te Deum.
L’arcivescovo Ulrich ha battuto la soglia con il suo pastorale, tra le cinque navate è risuonato tre volte il salmo 121 (“Il mio aiuto viene dal Signore che ha fatto cielo e terra”), e il presidente francese Macron ha potuto annunciare che «oggi tornano a suonare le campane della nostra storia» ai capi di Stato e di governo, re e principi di ogni Paese, con Trump e Zelensky — reduci da un colloquio a tre all’Eliseo — inquadrati da fotografi e televisioni nella speranza di una scintilla di tregua dalla guerra: quasi come se il mondo di oggi, mentre affida il suo futuro a una politica affaticata e una democrazia deludente, cercasse conforto in una benedizione.
Macron parlava ai francesi ma in realtà la riapertura di Notre-Dame va intesa come un restauro dell’anima intera d’Europa, che interpella i laici come i cattolici. Simbolo di una città e cuore del Paese, la cattedrale nasce nel segno di Dio come luogo di preghiera, ma nei secoli supera la dimensione del tempio dimora della divinità per diventare spazio della comunità, punto di riferimento naturale del cittadino, dominando il paesaggio urbano.
La fede segna le basiliche fin dalla pianta a croce latina, e tutti gli ornamenti, le decorazioni, le immagini e la geometria che regola le proporzioni tra le volte e i timpani costruiscono una sorta di gigantesco compendio del messaggio cristiano, con il monito medievale del pentimento e la speranza eterna della redenzione.
Ma le cattedrali del Medioevo ospitano anche l’audacia dell’uomo come creatore e non solo come creatura, la sua aspirazione a oltrepassare i limiti, a superare la misura conosciuta, in quello slancio che oggi chiameremmo innovazione: nel segno del divino, allora, ma nella prova dell’umano, che qui inventa ciò di cui ha bisogno come la biella e il volano, sperimenta il legno, coniuga il ferro con il vetro che porta la luce, e lascia l’impronta del gotico sulla cultura occidentale.
Ci sentiamo coinvolti dal recupero di Notre-Dame per questo insieme di ragioni, riassumibili in un’immagine: la cattedrale è uno dei simboli più eloquenti della civiltà europea, qualcosa che esiste, che è riconoscibile in sé, ma di cui noi oggi siamo più fruitori e consumatori che protagonisti e testimoni.
Eppure qui si raccoglie e si congiunge il meglio della nostra storia, dall’invenzione greca della città al diritto romano, all’affermazione dei diritti, alla misericordia cristiana, all’arte della politica come strumento di governo e meccanismo di selezione della classe dirigente e dell’autorità pubblica, al welfare come passaggio dalla carità alla solidarietà, al lavoro come obbligazione volontaria alla necessità, ma anche come espressione del proprio talento e elemento di integrazione sociale e cittadinanza effettiva.
È il perimetro delle nostre libertà nel loro esercizio quotidiano e nella loro vicenda storica travagliata. Ma è un perimetro incompleto, un’incompiuta, perché manca qualcosa di fondamentale per definire compiutamente la civiltà europea: la democrazia liberale, cioè la democrazia dello Stato di diritto, dei diritti e delle istituzioni.
È giusto finalmente riconoscere che questa specifica forma di democrazia, con le sue qualità e le sue vulnerabilità, è un elemento costitutivo della nostra identità individuale e collettiva di europei e occidentali. Ed è proprio oggi il momento utile di questo riconoscimento, per le difficoltà che la democrazia liberale incontra e per la nostra disaffezione fredda, che la espone all’offensiva della minaccia neo-autoritaria.
Macron a Notre-Dame parlava nel mezzo di una crisi di governo quasi irrisolvibile, che si unisce e si somma a quella del cancelliere Scholz in Germania. I due motori storici della Ue sono in panne, e accrescono ancora di più l’impasse dell’Europa davanti alla guerra d’invasione russa in Ucraina e al conflitto in Medio Oriente.
Nelle due capitali europee la democrazia sembra girare su se stessa, a vuoto, come un meccanismo impazzito, comunque inutile, certamente improduttivo. Tutto questo va a vantaggio del modello antagonista proposto dagli autocrati, dalle democrature, dai leader neo-autoritari: la democrazia illiberale, incentrata sul comando e sul potere come baricentro del sistema, sciolti da vincoli e controlli, estranei allo Stato di diritto e alle garanzie, liberi di esprimere la sovranità attraverso l’esercizio dell’autorità.
La democrazia si è infranta nella sua stessa concezione, generando interpretazioni di sé diverse tra di loro, concorrenti e inevitabilmente ostili: anche nell’Unione Europea, oltre che fuori, ci sono leader e Paesi che si propongono di tagliare le unghie alla democrazia che abbiamo conosciuto fino a oggi, correggendola e limitandola, denunciando la sua burocratizzazione degli strumenti di controllo, la fatica del bilanciamento dei poteri, il costo delle regole che rallentano il passo del legittimo sovrano.
Lo spettacolo d’impotenza delle due crisi aperte in Francia e Germania, la lentezza delle procedure parlamentari, verranno invocate come prova regina: la rappresentanza è inceppata, i parlamenti sono inconcludenti, i governi nascono deboli, zoppi e già condannati, il sistema nel suo insieme è inceppato e probabilmente è arrivato al capolinea. È quindi il momento di una semplificazione radicale, che consenta al potere di esprimersi nella sua nitidezza: la democrazia autoritaria.
C’è dunque un altro incendio da spegnere, dopo le fiamme del 2019. Bisogna avere la coscienza del rischio che stiamo correndo, della delusione dei cittadini, della posta in gioco che riguarda il nostro modo di vivere, i valori in cui siamo cresciuti, la nostra cultura quotidiana, ciò che chiamiamo la civiltà europea. C’è qualcosa da difendere, in questa stagione che ripropone la tentazione della forza: qualcosa che vale il prossimo Te Deum.