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Il caso Ruffini e il ruolo dei cattolici

Ernesto Maria Ruffini, direttore dell'Agenzia delle Entrate

 

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Non ci sono velleità di Terzo Polo in questa area desiderosa di riconoscersi nel direttore dell’Agenzia delle Entrate o in altri personaggi simili. C’è piuttosto la volontà di contare di più nell’alleanza di centrosinistra. E di non lasciare il campo agli esponenti di altre culture politiche
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Difficile pensare che Ernesto Ruffini, capo dell’Agenzia delle Entrate, possa essere il “nuovo Prodi”, come si vocifera: ossia colui che cuce insieme i gruppi grandi e piccoli dell’arcipelago d’opposizione, con l’obiettivo di presentarsi alle elezioni come candidato premier di un’ampia coalizione. Troppo diversi i personaggi e le situazioni, troppa acqua è passata sotto i ponti dall’era Prodi a oggi.

Il che non significa che Ruffini non possa esercitare in futuro un ruolo politico e soprattutto di governo. Magari in rappresentanza di quel mondo cattolico, legato alla storia della sinistra democristiana, che oggi quasi non esiste entro il recinto del Pd di Elly Schlein.

È un’area che negli anni di Prodi — se vogliamo insistere nel paragone — esercitò una notevole influenza, diciamo pure un’egemonia. Adesso è presente nelle istituzioni al massimo livello, dato che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, da lì proviene. Tuttavia negli equilibri politici quotidiani conta or…

Difficile pensare che Ernesto Ruffini, capo dell’Agenzia delle Entrate, possa essere il “nuovo Prodi”, come si vocifera: ossia colui che cuce insieme i gruppi grandi e piccoli dell’arcipelago d’opposizione, con l’obiettivo di presentarsi alle elezioni come candidato premier di un’ampia coalizione. Troppo diversi i personaggi e le situazioni, troppa acqua è passata sotto i ponti dall’era Prodi a oggi.

Il che non significa che Ruffini non possa esercitare in futuro un ruolo politico e soprattutto di governo. Magari in rappresentanza di quel mondo cattolico, legato alla storia della sinistra democristiana, che oggi quasi non esiste entro il recinto del Pd di Elly Schlein.

È un’area che negli anni di Prodi — se vogliamo insistere nel paragone — esercitò una notevole influenza, diciamo pure un’egemonia. Adesso è presente nelle istituzioni al massimo livello, dato che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, da lì proviene. Tuttavia negli equilibri politici quotidiani conta ormai poco o niente.

Peraltro esiste nella società, al punto che è in grado di offrire qualche esempio di classe dirigente a un esecutivo di centrosinistra che al momento non esiste, ma che potrebbe prendere forma in un futuro non prevedibile. Purché, è logico, sia capace di conquistare nel Paese i voti necessari.

L’obiezione è ovvia ed è già stata fatta: se Ruffini è l’uomo delle tasse, davvero la sinistra vuole legare la propria immagine a un signore ancora sconosciuto al grande pubblico ovvero identificato, quando è conosciuto, con un tema, il fisco, che tutti soffrono? Ma la risposta è nei fatti. Se realmente si trattasse di immaginare il nuovo Prodi, l’obiezione avrebbe senso. Ma non siamo in quella dimensione.

Intorno al nome di Ruffini si può aggregare una parte degli ambienti cattolici che ora, alla fine del 2024, vagano senza un baricentro. Un’area in cui i padri o i fratelli maggiori degli attuali spaesati erano abituati al potere, anche per la loro capacità di mediazione. E che invece si trovano a dover scegliere tra una leader della sinistra tendenzialmente radicale e una premier proveniente da una storia partitica assai lontana.

S’intende, non ci sono velleità di Terzo Polo in questa area desiderosa di riconoscersi in Ruffini o in altri personaggi simili. C’è piuttosto la volontà di contare molto di più nell’alleanza di centrosinistra e di non lasciare tutto il campo agli esponenti di altre culture politiche. Il che vuol dire, tra l’altro, essere ben rappresentati nelle future liste elettorali, nonché ottenere, come detto, idonei incarichi di governo nel caso in cui nel Paese cambiasse il vento.

Infine, l’altra obiezione, tutt’altro che trascurabile. Il centrodestra (vedi Gasparri) ha già attaccato in merito al punto chiave: come è possibile che Ruffini resti al suo posto, dove era stato nominato da Renzi e confermato dal governo Meloni, se la sua ambizione è darsi un profilo politico?

E in effetti non sarà possibile. Adesso siamo in una breve fase transitoria al termine della quale il capo dell’Agenzia delle Entrate dovrà prendere le sue decisioni. E senza dubbio lo farà. Del resto, se due anni fa la neo presidente del Consiglio lo ha confermato nel suo incarico, vuol dire che lo stimava. Evidentemente tale stima non è venuta meno.

Quello che cambia adesso è la cornice. Nel momento in cui Ruffini e il mondo che ruota intorno a lui pensano di giocare un ruolo nel centrosinistra, alla ricerca dei voti perduti, è chiaro che l’incarico nell’amministrazione è destinato a terminare senza indugi.

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