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La posta in gioco sullo sciopero

Torino, 29 novembre: un momento dello sciopero contro la manovra del governo (fotogramma)

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Quando il ministro Salvini interferisce pesantemente con le decisioni sindacali non siamo in presenza di una ordinaria “dialettica democratica”. Bensì di una inequivocabile pulsione all’arbitrio
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Mentre il servizio ferroviario dei treni ad alta velocità e, tanto più, di quelli regionali conosce il punto più basso di efficienza, il titolare di quel ministero, Matteo Salvini, si impegna nell’ennesima prova di forza. Nuove affermazioni tonitruanti e misure d’autorità a proposito dell’esercizio del diritto di sciopero in occasione dell’astensione dal lavoro annunciata per venerdì 13 dicembre.

Sullo sfondo è in atto la più aspra battaglia delle idee e la più violenta campagna ideologica degli ultimi quarant’anni, che hanno come posta in gioco alcune parole cruciali, i loro significati controversi e le loro possibili conseguenze. Qui è in palio, in primo luogo, quella egemonia culturale contesa tra i due schieramenti che si fronteggiano nello scenario politico nazionale.

In particolare, negli ultimi mesi, una insidiosa guerra di logoramento viene condotta contro il vocabolario progressista e di sinistra, e i relativi valori di riferimento, facendolo vacillare e rivelandone la cris…

Mentre il servizio ferroviario dei treni ad alta velocità e, tanto più, di quelli regionali conosce il punto più basso di efficienza, il titolare di quel ministero, Matteo Salvini, si impegna nell’ennesima prova di forza. Nuove affermazioni tonitruanti e misure d’autorità a proposito dell’esercizio del diritto di sciopero in occasione dell’astensione dal lavoro annunciata per venerdì 13 dicembre.

Sullo sfondo è in atto la più aspra battaglia delle idee e la più violenta campagna ideologica degli ultimi quarant’anni, che hanno come posta in gioco alcune parole cruciali, i loro significati controversi e le loro possibili conseguenze. Qui è in palio, in primo luogo, quella egemonia culturale contesa tra i due schieramenti che si fronteggiano nello scenario politico nazionale.

In particolare, negli ultimi mesi, una insidiosa guerra di logoramento viene condotta contro il vocabolario progressista e di sinistra, e i relativi valori di riferimento, facendolo vacillare e rivelandone la crisi profonda in corso ormai da tempo. Una offensiva che incrina i fondamenti della mentalità democratica di massa e ne indebolisce le categorie essenziali erodendo la memoria condivisa.

Roma, 10 dicembre: l'incontro tra Salvini e i sindacati al ministero dei Trasporti (ansa)

Accade così che un fattore cruciale della modernità e dello sviluppo civile delle società libere, quale è lo sciopero, venga messo in discussione non in base a un criterio razionale di opportunità o di efficacia, ma proprio in relazione alla sua legittimità. E accade ancora che il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, che ricorre al lessico tradizionale, direi classico, del movimento operaio e sindacale, poco manca che venga tacciato di terrorismo.

Dietro tale contestazione ideologica emergono due tendenze. La prima è il pregiudizio verso tutto ciò che appare come “disordine sociale” e motivo di “turbamento dell’ordine pubblico”, all’interno di una prospettiva di controllo dall’alto delle dinamiche collettive e di disciplinamento dei movimenti delle masse. Ne è un esito possibile, seppure non fatale, il mutamento in senso autoritario delle istituzioni e degli apparati dello Stato.

La seconda tendenza è quella al corporativismo come sistema nel quale gli interessi dei gruppi e i conflitti, a partire da quello tra capitale e lavoro, vengono mediati dalla politica del potere in nome dell’interesse generale e della ragion di Stato. Entrambe le tendenze rappresentano l’esatto opposto delle “società aperte” e delle teorie democratiche e liberali. Di tutto ciò la politica dell’attuale governo delle destre è, allo stesso tempo, una confusionaria applicazione e un velleitario laboratorio.

In questo quadro, quelle che per il conformismo della sottocultura di destra vengono presentate come parole proibite richiamano, in realtà, altrettante energie e risorse che costituiscono il cuore pulsante di una democrazia matura.

La “rivolta sociale” alla quale si è tentato di crocifiggere Landini è nient’altro che una manifestazione di indipendenza, che sul piano dei movimenti di massa corrisponde a quanto una plurisecolare storia di autonomia individuale ha via via definito come ribellione morale, dissidio etico e moto spirituale. Fino ai giorni nostri e ad Aldo Capitini, Danilo Dolci, Lorenzo Milani, Pier Paolo Pasolini, Emma Bonino, Giovanni Testori, Liliana Segre, Goffredo Fofi…

E basta aver letto due o tre manuali di Scienze sociali per apprendere che il conflitto è una categoria irrinunciabile dell’analisi scientifica delle società contemporanee; e rappresenta un fattore prezioso di rinnovamento delle dinamiche sociali al fine di impedirne la sclerotizzazione. Non solo, il conflitto tra interessi e gruppi è garanzia di innovazione per i “mondi vitali” e le strutture istituzionali. In particolare, il conflitto generazionale è, nella storia della civiltà umana, l’elemento più efficace di superamento delle gerontocrazie.

Lo sciopero, infine. Il progresso dei sistemi politici occidentali si è espresso anche attraverso le lotte per la legalizzazione del diritto di sciopero. A partire da John Stuart Mill il liberalismo ottocentesco ha interpretato l’astensione dal lavoro come mezzo per limitare e bilanciare il potere e la sua irresistibile vocazione autocratica. Dunque uno strumento indispensabile per ridurre la sproporzione tra la forza di chi possiede o controlla i mezzi di produzione e la fragilità del lavoro subordinato e dell’individuo isolato.

È proprio la possibilità, per tanti individui isolati, di associarsi e di ricorrere all’azione collettiva che costituisce una prerogativa dei sistemi liberal-democratici. In altri termini, come ha ricordato Nadia Urbinati, solo se i diversi attori si trovano in condizioni di pari opportunità di partenza si potrà garantire l’equilibrio sociale come esito di un sistema di regole in grado di evitare la sopraffazione della parte più debole.

Insomma non è un paradosso affermare che il conflitto possa favorire l’ordine sociale attraverso una contrattazione equa che impedisca la prevaricazione di un attore sull’altro, invece che determinare il suo esatto contrario, ovvero il disordine sociale. Sia chiaro, il repertorio delle forme di mobilitazione sindacale, a mio avviso, andrebbe radicalmente rinnovato. Ma questo discorso deve partire dal riconoscimento della legittimità del suo esercizio e della piena titolarità dei lavoratori e delle loro rappresentanze a utilizzarlo.

Quando un membro del governo interferisce pesantemente, e spesso trivialmente, con le decisioni sindacali, oscillando tra sbeffeggiamento e criminalizzazione, non siamo in presenza di una ordinaria “dialettica democratica”, bensì di una inequivocabile pulsione all’arbitrio.

Siamo alle solite. La stucchevole polemica sul fascismo andrebbe abbandonata una volta per sempre: no, il fascismo non è tornato e non tornerà. Ma questa modesta “allegria di naufragi” non dovrebbe impedirci di vedere le brutture del mondo.

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