All’inizio della sua avventura Beppe Grillo sosteneva che «la politica è facile», il che gli consentiva di praticarla senza fare riferimento ad alcuna cultura politica e di inviare il Movimento 5 Stelle nel mondo munito solo di ingenue soluzioni “tecniche” ai più disparati problemi. Fantasiose alla Casaleggio o banali come le chiacchiere da Bar Sport, erano proposte deliberatamente estranee alla discriminante destra-sinistra.
E infatti una volta raggiunto il potere il M5S si è alleato tanto con l’una quanto con l’altra, quanto infine con un vero tecnocrate, Mario Draghi. Si trattava in fondo di un’ideologia, sia pure preterintenzionale: un ondivago qualunquismo tecnologico.
La lunga lotta interna al Movimento, intrapresa da Giuseppe Conte per ancorarlo al campo “progressista” e per liberarlo dal garante, pareva l’inizio di una nuova stagione nella quale la poli…
All’inizio della sua avventura Beppe Grillo sosteneva che «la politica è facile», il che gli consentiva di praticarla senza fare riferimento ad alcuna cultura politica e di inviare il Movimento 5 Stelle nel mondo munito solo di ingenue soluzioni “tecniche” ai più disparati problemi. Fantasiose alla Casaleggio o banali come le chiacchiere da Bar Sport, erano proposte deliberatamente estranee alla discriminante destra-sinistra.
E infatti una volta raggiunto il potere il M5S si è alleato tanto con l’una quanto con l’altra, quanto infine con un vero tecnocrate, Mario Draghi. Si trattava in fondo di un’ideologia, sia pure preterintenzionale: un ondivago qualunquismo tecnologico.
La lunga lotta interna al Movimento, intrapresa da Giuseppe Conte per ancorarlo al campo “progressista” e per liberarlo dal garante, pareva l’inizio di una nuova stagione nella quale la politica delle mani libere o dei due forni (o forse tre) fosse archiviata in nome di una più solida strumentazione ideologica: alle ideologie infatti non si sfugge, strutturate o informi che siano.
L’interesse di molti per questa maturazione del M5S nasceva dalla circostanza che senza una solida alleanza programmatica fra il Movimento, il Pd, Avs e qualche forza di centro non vi è possibilità di battere la destra oggi al governo. E di governare in direzione alternativa.
È comprensibile la riluttanza di Conte a stabilire fin d’ora uno stretto e inscindibile legame — stile Fronte popolare — con il Pd: la tattica e la prudenza politica più elementare vietano a un partito di proclamare eterna fedeltà a un altro, che sia grosso il doppio.
Il M5S non vuole essere la “linea giovani” del Partito democratico. Vuole avere, e marcare, una propria identità e autonomia anche rispetto a una forza politica come quella, che pure non presenta certo un granitico e soverchiante profilo ideologico e organizzativo.
Bene. Ma il punto è che Conte va sostenendo non solo la propria differenza dal Pd ma anche la vecchia estraneità rispetto alla dicotomia destra-sinistra; e afferma, invece, di riconoscersi in un altro cleavage, in un’altra distinzione, quella fra progressisti e conservatori (e reazionari).
Si istituisce così una sconnessione fra sinistra e progressismo, una mancata coincidenza che al tempo delle ideologie forti sarebbe forse stata giustificata: i comunisti (non però quelli italiani, che avevano in programma la “democrazia progressiva”) non erano propriamente progressisti ma rivoluzionari (il progresso implica una continuità, la rivoluzione una discontinuità).
Ma oggi, e da tempo, l’identità progressista (o se si vuole liberal) è l’unica rimasta alle sinistre: un’identità più debole che in passato, che tuttavia dovrebbe essere orientata a una scala di valori (libertà, uguaglianza, solidarietà) ai quali la destra fa riferimento in misura molto minore, preferendo subordinarli a efficienza, sicurezza, identità.
L’idea — sbagliata o giusta che sia — è che quei valori di sinistra prefigurino una società e una civiltà più aperta e inclusiva, appunto più progredita, rispetto a quelli della destra. Così il concetto di progresso, in sé amorfo, assume una qualche consistenza e riconoscibilità.
Forse la tesi di Conte equivale all’affermazione che la sinistra di oggi ha tradito sé stessa, cioè che non è più progressista, ma tutta schiacciata sull’establishment, e che il M5S deve prenderne il ruolo — questo significherebbe che Conte vuole che il Movimento sia la “vera” sinistra ma non lo può dire in questi termini perché ha la necessità di trattenere nel “nuovo” M5S i voti di una base che veramente non si sente né di sinistra né di destra — .
C’è effettivamente traccia nelle parole di Conte di una serie di considerazioni — su Gaza, sui rapporti con Putin, sugli investimenti per il riarmo, sulla sanità — che, comunque le si giudichino, lo collocano, a parole, molto vicino alle posizioni del gruppo europeo Left, a cui appunto il M5S afferisce.
Ma nella reticenza sulla bipartizione tradizionale dello spazio politico c’è una profonda ambiguità. Il progressismo disancorato dalla distinzione fra destra e sinistra è consegnato fatalmente alla tattica e genera una politica ondivaga, occasionale, che si intesta il diritto di decidere di volta in volta che cosa è “progresso”. Se oggi “progressista” è Left, domani non potrebbe forse essere un triliardario visionario ultra-tecnologico?
La verità è che se non si sforza seriamente di vincolarsi allo spessore storico e valoriale della politica il M5S corre il rischio di ritornare al punto di partenza. Dato che il concetto di progresso in quanto tale può essere di molti colori, di molte stagioni, il M5S senza Grillo si è davvero liberato dalla vecchia leggerezza populistica e sa davvero esibire un’identità non camaleontica?