Diceva Henry Kissinger che se non ti occupi di geopolitica, allora sarà la geopolitica ad occuparsi di te. E lo sta facendo, brutalmente, nell’Europa disunita e post-eroica che non sembra più capace di battersi per qualcuno o per qualcosa. Continente paralizzato dal fatto compiuto, come lo definisce Paolo Rumiz, il disordinato kombinat che chiamiamo Unione sta sempre più solo sul cuor della Terra, trafitto dal putinismo e dal trumpismo.
Con lo zar di Russia in guerra alle porte dell’Est e il tycoon d’America sull’uscio della Casa Bianca, i popoli soffrono paura e disincanto, i politici procedono in ordine sparso.
Quelli che hanno chiara la posta in gioco stanno uscendo o sono già usciti di scena. Macron che dice “la nostra Europa potrebbe morire”, mentre dà a Bayrou l’incarico di fare un nuovo governo già quasi morente. Merkel che spinge per l’abolizione del “freno al debito di bilancio” tedesco, mentre al voto anticipato di febbraio rischiano di vincere i neonazisti dell’Afd.
Quelli …
Diceva Henry Kissinger che se non ti occupi di geopolitica, allora sarà la geopolitica ad occuparsi di te. E lo sta facendo, brutalmente, nell’Europa disunita e post-eroica che non sembra più capace di battersi per qualcuno o per qualcosa. Continente paralizzato dal fatto compiuto, come lo definisce Paolo Rumiz, il disordinato kombinat che chiamiamo Unione sta sempre più solo sul cuor della Terra, trafitto dal putinismo e dal trumpismo.
Con lo zar di Russia in guerra alle porte dell’Est e il tycoon d’America sull’uscio della Casa Bianca, i popoli soffrono paura e disincanto, i politici procedono in ordine sparso.
Quelli che hanno chiara la posta in gioco stanno uscendo o sono già usciti di scena. Macron che dice “la nostra Europa potrebbe morire”, mentre dà a Bayrou l’incarico di fare un nuovo governo già quasi morente. Merkel che spinge per l’abolizione del “freno al debito di bilancio” tedesco, mentre al voto anticipato di febbraio rischiano di vincere i neonazisti dell’Afd.
Quelli che invece comandano, pur conoscendone la portata, la posta sono pronti a perderla. Orbán, piccolo padre della Ue illiberale, appoggia l’uomo del Cremlino e vola a Mar-a-Lago a baciare l’anello dell’amico Donald e la pantofola del super-genius Musk. Giorgia Meloni, sorella dell’Italietta patriottarda, accoglie ad Atreju l’anarco-capitalista Milei e viene ribattezzata dall’Economist la “Trump-Card” di Washington per destabilizzare Bruxelles. L’Europa in mano agli anti-europeisti: un paradosso che non promette niente di buono.
Finora ci aveva sorretto un po’ l’economia. Ma adesso butta male anche lì. La Bce ha appena limato i tassi, ma Lagarde avverte già che “le prospettive a medio termine sono incerte e al ribasso”, tra “rischi geopolitici elevati e crescenti minacce sul commercio internazionale”. In Germania la produzione industriale di ottobre è crollata del 4,3% e la Bundesbank ha appena tagliato a — 0,2 le stime sul Pil di quest’anno, in Francia la caduta di Barnier ha fatto saltare la manovra e scattare l’esercizio provvisorio, in Italia l’Ocse ha appena ridotto a 0,5% le previsioni di crescita sul 2025. Fabio Panetta segnala la drammatica “perdita di peso dell’Europa sull’economia mondiale”: negli ultimi dieci anni, gli investimenti in ricerca delle aziende Ue, concentrati soprattutto in settori maturi come l’auto, sono scesi al 60% di quelli delle imprese Usa, che nel frattempo puntato per il 70 per cento sul digitale e l’hi-tech. Il governatore di Bankitalia invoca un Productivity Compact per finanziare con un titolo di debito europeo investimenti da 800 miliardi l’anno per i prossimi sei anni: se lo si facesse, di qui al 2030 la crescita europea aumenterebbe di 7 punti, mentre il debito scenderebbe al 6% del pil comunitario. L’ex Kanzlerin tedesca — adesso che non è più in carica — apre spiragli. Ma chi è pronto a fare altrettanto, tra i primi ministri in carica nel frugalissimo e ottusissimo Nord?
Per un’economia al palo, c’è ora una difesa che sembra in movimento. L’ennesimo schiaffo di Trump sulla Nato, più violento del solito, ha risvegliato i sonnambuli novecenteschi raccontati da Broch. Difficile credere che gli Stati Uniti guidati dal nuovo “complesso militare-digitale” escano dall’Alleanza Atlantica, ma l’anatema contro gli 8 Paesi che non rispettano l’impegno di una spesa militare annua pari al 2% — tra i quali c’è anche l’Italia — è risuonato più forte che mai. Hic Rhodus, hic salta: con i Paesi europei vessati dalla stagnazione e vincolati dal Patto di Stabilità, l’unico modo per alzare gli investimenti sulla difesa senza gravare sul deficit è il debito condiviso. Draghi, nel suo “Rapporto sulla Competitività” presentato alla Commissione il 9 settembre, propone esattamente questo, cioè l’emissione di un titolo comunitario privo di rischio, sul modello americano del Treasury Bond e di quello europeo sperimentato con il Next Generation Eu durante la pandemia. Dopo un’accoglienza assai tiepida, la proposta dell’ex premier pare faccia passi avanti. Lui stesso, nei colloqui riservati, è convinto che possa arrivare al traguardo: von der Leyen gli ha assicurato che lo sosterrà. Sarebbe un gran risultato. Tanto più se raggiunto grazie al secondo esperimento di mutualizzazione dei debiti in soli tre anni, dopo quello riuscito con il Covid.
La difesa comune è fondamentale per un’Europa che — per dirla con Ernst Junger — sente ai suoi confini il clangore delle catene del Caucaso e ha l’obbligo di mostrare all’uomo del Cremlino che “lo spirito libero domina ancora il pianeta”. Dopo l’11 settembre e l’invasione di Afghanistan e Iraq, Robert Kagan teorizzò che “fare la guerra è un diritto”, che l’America ne è consapevole perché fin dalla sua nascita ha introiettato il mito di Marte, mentre l’Europa è riluttante perché è prigioniera della fiaba di Venere e crede ancora nella “pace perpetua” di Kant. È una visione cinica e grossolana, ma non del tutto campata in aria. Altre due guerre dopo — in Ucraina e in Palestina — l’Europa deve essere all’altezza del tempo di ferro che viviamo. Non si tratta di rinnegare Venere e di convertirsi a Marte, meno che mai sotto le spinte della nuova oligarchia americana, inquietante e onnipotente, di Donald&Elon. Ma se vuole ricostruire un ordine mondiale, magari facendo quel “terzo per la pace” di cui parlava Bobbio già nel 1989, con un vero esercito europeo la Ue avrebbe le carte in regole per provarci. Avrebbe già dovuto farlo da anni, e al riparo dai fuochi della battaglia, se solo la Francia avesse messo a disposizione il suo nucleare e la Germania non avesse aspettato l’operazione speciale di Putin per avviare un piano di riarmo. Oggi tutto è più complicato, benché ancora più urgente.
Detto questo, l’Europa in cui abbiamo creduto non può essere una semplice accozzaglia di nazionalisti, capace di esistere solo grazie a un esercito che sfoggia la stessa uniforme. L’Europa che abbiamo sognato non può essere solo un’immensa trincea, dove ci si ritrova insieme a “morire per Kiev”, e poi tutti nemici come prima. Questo scampolo di pianeta è scosso da tante crisi, tra globalizzazione sgovernata e delocalizzazione selvaggia, capitalismo amorale e dumping salariale. Le opinioni pubbliche sono sempre più sfiduciate, le democrazie sempre più sfibrate. Se oggi le classi dirigenti parlano di Europa solo in termini di missili, carrarmati e soldati, stanno ancora una volta scavando la fossa all’Unione, regalando la pala ai soliti populismi. La gente, oltre che dalle atomiche di Putin, chiede protezione sul futuro dei figli e sulla pensione dei nonni, sullo stipendio e sulla salute, sulle tasse e sul cibo. Fronteggiare e fermare i conflitti è una priorità assoluta per l’Occidente. Ma c’è un’altra priorità storica, trascurata da una Ue che finora è stata in piedi solo grazie alla moneta e alla sua Banca Centrale. È l’Europa sociale e solidale, quella della lotta alla povertà e alle disuguaglianze, del welfare universale e dell’equità fiscale, del lavoro e della tutela dei diritti.
È l’European dream di cui parlava David Sassoli nel suo commiato alla vita, senza il quale questo Continente può anche essere uno “spazio economico” o una “entità militare”, ma non sarà mai una comunità di destino.