Papa Francesco ha indicato la strada dell’ascolto e il Sinodo, sia quello generale sia quello italiano, l’ha largamente praticata. Attraverso l’ascolto la Chiesa entra nella storia e nelle sue contraddizioni e il radiomessaggio di Pio XII del Natale 1944 costituisce ancora oggi una importante lezione di ascolto attento della realtà. Quella di allora era una “spaventevole realtà” fatta di “brutalità, iniquità, distruzione, annientamento”. L’Europa, il mondo erano in guerra dal 1° settembre 1939: più di cinque lunghi anni di guerra, troppi. “L’alba del Natale — diceva il Papa — si leva su campi di battaglia sempre più estesi, su cimiteri ove sempre più numerose si accumulano le spoglie delle vittime, (...) sulle rovine di città dianzi fiorenti e prospere (…) Quale desolazione! (…) Non vi sarebbe più dunque speranza per l’umanità?”.
Sono parole terribilmente attuali. Il mondo è oggi nuovamente dominato dalla guerra come non accadeva dal 1945: in Ucraina da più di mille giorni, a Gaza, in…
Papa Francesco ha indicato la strada dell’ascolto e il Sinodo, sia quello generale sia quello italiano, l’ha largamente praticata. Attraverso l’ascolto la Chiesa entra nella storia e nelle sue contraddizioni e il radiomessaggio di Pio XII del Natale 1944 costituisce ancora oggi una importante lezione di ascolto attento della realtà. Quella di allora era una “spaventevole realtà” fatta di “brutalità, iniquità, distruzione, annientamento”. L’Europa, il mondo erano in guerra dal 1° settembre 1939: più di cinque lunghi anni di guerra, troppi. “L’alba del Natale — diceva il Papa — si leva su campi di battaglia sempre più estesi, su cimiteri ove sempre più numerose si accumulano le spoglie delle vittime, (...) sulle rovine di città dianzi fiorenti e prospere (…) Quale desolazione! (…) Non vi sarebbe più dunque speranza per l’umanità?”.
Sono parole terribilmente attuali. Il mondo è oggi nuovamente dominato dalla guerra come non accadeva dal 1945: in Ucraina da più di mille giorni, a Gaza, in Libano, ora anche in Siria, in Sudan e in tanti altri luoghi. I pezzi della guerra mondiale sembrano saldarsi in una pandemia che non suscita analoga reazione e solidarietà internazionale come quella del Covid. Anzi. La guerra appare la “normalità”. Il radiomessaggio di Pio XII annunciava la speranza che viene da Betlemme, ma il Papa sapeva di parlare a “cuori ottenebrati, afflitti, abbattuti”. La speranza cristiana sfida anche gli orizzonti più cupi, è sempre una spes contra spem.
Nel 1944 Pio XII si è interrogato anche – in modo inusuale e con coraggio - sui modi concreti attraverso cui questa speranza può cambiare il mondo. E’ una strada che dobbiamo cercare di percorrere anche oggi.
Dopo aver parlato dell’ordine internazionale post-bellico nel 1941 e di una nuova giustizia sociale, nel 1944, affronta le grandi questioni politico-istituzionali e, per la prima volta nel magistero della Chiesa, manifesta la preferibilità di uno specifico sistema politico: la democrazia. Proprio quel sistema politico che il fascismo e il nazismo avevano soffocato portando il mondo nella catastrofe bellica. (L’altro grande totalitarismo del Novecento, quello comunista, non ha fatto questa tragica scelta e per questo è sopravvissuto molto più a lungo). Nell’inverno più duro dall’inizio del conflitto, il Papa si chiede da dove può arrivare la pace. È convinto che, mentre gli eserciti si combattono in modo atroce, siano disponibili energie profonde contro la guerra. Ma bisogna attivarle. Pensa che “se non fosse mancata la possibilità di sindacare e di correggere l’attività dei poteri pubblici, il mondo non sarebbe stato trascinato” nel conflitto. Non è casuale, aggiunge, che nel corso della guerra sia diventata sempre più forte la “tendenza democratica”. Anche il Papa è convinto che per evitare “il ripetersi di una simile catastrofe, occorre creare nel popolo stesso efficaci garanzie”. La guerra rende urgente un sistema politico che eviti scelte delle élite disancorate dalla volontà popolare: bisogna che le classi dirigenti ascoltino i loro popoli. Ecco perché la democrazia è diventato un problema di “somma importanza (…) per il pacifico progresso della famiglia umana”.
Queste convinzioni hanno ispirato i cattolici di allora - ne ho parlato a proposito del Codice di Camaldoli – e la stessa Costituzione italiana. Dal 1944 il tema della democrazia è tornato più volte nel magistero dei Papi. Dopo le importanti parole di Giovanni XXIII sui diritti universali e sulla promozione della donna, Paolo VI ha scritto che la democrazia “trova nel Vangelo non solo incoraggiamento ma sostegno”. E ha reinterpretato la famosa frase di San Paolo, generalmente utilizzata per affermare l’autorità, scrivendo che “la Chiesa ci ricorda l’origine divina dell’autorità e insegna a quanti la esercitano che il loro potere è limitato dai diritti della coscienza e dalle esigenze dell’ordine naturale voluto da Dio”. Democrazia vuol dire limitazione del potere di chi comanda. La costituzione conciliare Gaudium et Spes riconosce come “pienamente conforme alla natura umana che si trovino strutture giuridico-politiche che sempre meglio offrano a tutti e senza alcuna discriminazione, la possibilità effettiva di partecipare liberamente e attivamente sia alla elaborazione dei fondamenti giuridici della comunità politica, sia al governo della cosa pubblica, sia alla determinazione del campo d’azione e dei limiti dei differenti organismi, sia alla elezione dei governanti”. Giovanni Paolo II ha dedicato molta attenzione al tema della democrazia nell’enciclica Centesimus Annus e Benedetto XVI, già prima di essere eletto, ha affermato che “la garanzia della collaborazione nella formazione della legge e nell’equa gestione del potere è il motivo fondamentale a favore della definizione della democrazia come la forma di ordinamento politico più adeguata” per tornarne poi a parlarne anche da Papa. Sulla linea dei precedenti pontefici, anche per Papa Francesco la democrazia è importante e va difesa. Ma si distingue dai suoi predecessori perché è il primo Papa a confrontarsi con un fenomeno nuovo: la crisi della democrazia. Già nel 2011, l’arcivescovo di Buenos Aires parlava di “divorzio tra governanti e popolo”, di “democrazia a bassa intensità”, di degenerazione della politica. “Mantenere viva la realtà delle democrazie” è la “sfida che oggi la storia vi pone” ha detto dieci anni fa Papa Francesco ai deputati del Parlamento europeo. La globalizzazione, notava, “colpisce la vitalità del sistema democratico depotenziando il ricco contrasto, fecondo e costruttivo, delle organizzazioni e dei partiti politici tra di loro”. Democrazia, infatti, è un sistema politico-istituzionale che implica anche un ricco pluralismo sociale e culturale, mentre la globalizzazione svuota le società di tale pluralismo, indebolisce o addirittura azzera quei corpi intermedi che ne garantiscono la vitalità a tutti i livelli e che sono l’humus vitale della democrazia: la Chiesa li conosce bene, è essa stessa ne fa parte. Difendere la democrazia, dunque, vuol dire vitalizzare i corpi intermedi: proprio l’opposto di ciò che è accaduto negli ultimi decenni, non solo in Italia.
Non basta più saldare élite e popolo: è in corso, infatti, un’erosione che svuota tutt’e due. Per quanto riguarda le élite, è difficile oggi immaginare, per usare le parole di Pio XII, uomini e donne “spiritualmente eminenti e di fermo carattere”, che si considerino come i rappresentanti dell’intero popolo. La crisi della democrazia non è solo crisi di classi dirigenti, è anche crisi dei popoli: crisi, cioè, di vincoli di solidarietà che fondano legami stabili; del senso di un destino condiviso; della volontà di costruire una casa comune anche per le generazioni a venire; in cui ai più deboli sia rivolta particolare attenzione ecc. Crisi anche dei corpi intermedi che ai popoli danno voce. E’ quella denunciata da Papa Francesco nella Fratelli Tutti e, nuovamente, nella recente lettera sull’importanza della storia e della memoria. La globalizzazione, ha scritto, produce una sorta di “decostruzionismo”, suscita un “bisogno di consumare senza limiti” ed esaspera “molte forme di individualismo senza contenuti”. Denunciarlo non vuol dire rifiutare la crescente interdipendenza che caratterizza oggi l’economia mondiale, né auspicare il ritorno a forme di autarchia, di protezionismo, di chiusura delle frontiere. Ma riconoscere gli effetti problematici della globalizzazione sulla vita di miliardi di persone.
Tra le conseguenze, ad esempio, c’è il passaggio dal “noi” all’“io”. Invece, come dice Papa Francesco, “la società è più della mera somma degli individui” e parlare di popolo serve a ricordare “fenomeni sociali che strutturano le maggioranze (…) mega-tendenze e aspirazioni comunitarie (…) obiettivi comuni, al di là delle differenze”, l’esigenza di “un progetto condiviso”. È “molto difficile progettare qualcosa di grande a lungo termine se non si ottiene che diventi un sogno collettivo”, aggiunge. Di qui l’importanza del sostantivo “popolo” e nell’aggettivo “popolare’”, scrive nella Fratelli tutti. Papa Francesco non “santifica” il popolo: non crede affatto “che tutto quello che fa il popolo sia buono”, né lo mitizza attribuendogli una inscalfibile sostanza etnica o ideologica. I popoli non sono per lui le nazioni nel senso di “invenzioni” politico-culturali che i nazionalisti creano – pretendendo che siano eterne – per contrapporre popoli diversi o per dividerli al loro interno tra un popolo “vero” (noi, i patrioti) e chi non è degno di farne parte (loro, gli antipatrioti). Per lui i popoli hanno un’identità storica. “Il popolo si fa in un processo, con l’impegno in vista di un obiettivo o un progetto comune” che “vada oltre gli interessi e i desideri personali” e coinvolga più generazioni. Costruire la comune appartenenza che chiamiamo popolo “è un lavoro lento e arduo”, “esige di volersi integrare e di imparare a farlo”, “sviluppare una cultura dell’incontro in una pluriforme armonia”. L’appartenenza ad un popolo non è esclusiva o aggressiva e, in quanto costruzione che si sviluppa nel tempo, esige sempre apertura al futuro. Usare questa parola, insomma, è un modo – certamente non l’unico - per declinare la parola prossimo. Ricordo che, quando ho partecipato alla mediazione per riportare la pace in Mozambico, per far cessare una guerra civile che aveva provocato oltre un milione di morti, è stato utile ricordare alle due fazioni in lotta che erano parte di uno stesso popolo… Ma Papa Francesco sottolinea anche che “dalla metà del secolo scorso, superando molte difficoltà, si è andata affermando la tendenza a concepire il pianeta come patria e l’umanità come popolo che abita una casa comune”. Anche l’umanità tutta, dunque, può, anzi deve diventare un unico popolo se vuole affrontare insieme le grandi sfide che ci riguardano tutti. Come ho detto alla Settimana Sociale di Trieste, lo scorso luglio, “i cristiani prendono sul serio la patria, tanto che sono morti per essa, ma sanno anche che c’è sempre una patria in cielo e questo ci rende familiari di tutti e a casa ovunque”.