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Guerre, dazi e Nato: l’estero è centrale

Parigi, 7 dicembre: Donald Trump e gli altri leader all'inaugurazione di Notre-Dame 

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Fino a che punto i nostri partiti sono consapevoli del salto di qualità che si sta preparando? Al momento ognuno segue il proprio sentierino e gioca la politica estera in chiave tattica
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C’è un tema tutto politico che si tende a sottovalutare e invece riemerge in modo periodico a ricordarci la sua centralità. È la questione della politica estera: le scelte internazionali dell’Italia, compresi gli impegni militari imposti dall’adesione alla Nato in uno scenario scandito da una guerra ai confini dell’Europa che dura da due anni e mezzo (la metà del secondo conflitto mondiale).

Oggi l’Alleanza Atlantica vuol dire soprattutto aumentare in maniera sensibile il bilancio dell’organizzazione, ossia il contributo economico dei Paesi membri. Il che significa ammettere la responsabilità pressoché esclusiva delle capitali europee.

Il tema è legato strettamente all’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca. Già nel corso del primo mandato egli premeva perché gli europei alzassero al 2 per cento del Pil il proprio esborso a favore della sicurezza comune. Ora non ha cambiato idea, come ci ricorda il ministro della Difesa, Crosetto: o meglio, ha corretto le sue richieste nel se…

C’è un tema tutto politico che si tende a sottovalutare e invece riemerge in modo periodico a ricordarci la sua centralità. È la questione della politica estera: le scelte internazionali dell’Italia, compresi gli impegni militari imposti dall’adesione alla Nato in uno scenario scandito da una guerra ai confini dell’Europa che dura da due anni e mezzo (la metà del secondo conflitto mondiale).

Oggi l’Alleanza Atlantica vuol dire soprattutto aumentare in maniera sensibile il bilancio dell’organizzazione, ossia il contributo economico dei Paesi membri. Il che significa ammettere la responsabilità pressoché esclusiva delle capitali europee.

Il tema è legato strettamente all’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca. Già nel corso del primo mandato egli premeva perché gli europei alzassero al 2 per cento del Pil il proprio esborso a favore della sicurezza comune. Ora non ha cambiato idea, come ci ricorda il ministro della Difesa, Crosetto: o meglio, ha corretto le sue richieste nel senso che oggi tende a pretendere il 2,5. Viceversa l’Italia è intorno al 1,5-1,6. Lontani dal traguardo.

Parigi, 7 dicembre: Donald Trump, Emmanuel Macron e Volodymyr Zelensky (afp)

Si dirà che in questi casi non vale l’ukase: bisogna semmai guardare al negoziato che si aprirà dopo il 20 gennaio, quando Trump si sarà insediato. È corretto, ma non c’è ugualmente da essere molto ottimisti. Trasferire sugli europei il grosso delle spese per la difesa dell’Europa è una delle priorità della nuova amministrazione. Tanto è vero che il neopresidente ha minacciato di ritirare gli Stati Uniti dall’alleanza.

Una minaccia da non prendere in sé troppo sul serio, ma volta a far capire all’opinione pubblica che l’America intende ottenere l’aumento delle spese militari senza ulteriori indugi. Serve, appunto, a inaugurare il negoziato, e non per rinviarlo sine die, bensì per condurlo in porto. E se si parla di pressioni per ottenere un risultato, ci si deve attendere che la carta dei dazi possa essere messa sul tavolo e usata con qualche astuzia e flessibilità.

Chi ha ancora dei dubbi sulla determinazione di Trump, rammenti l’asprezza di Rutte, l’olandese neosegretario generale della Nato. È lui che ha messo in chiaro la necessità di inaugurare una «mentalità di guerra». Il che non significa prepararsi a una guerra imminente in Europa occidentale, bensì ragionare in termini diversi da quelli ottimisti del passato, quando gli oneri erano tutti sulle spalle dell’amico d’oltreoceano. Ora qualcosa è cambiato e la novità piomba sulle abitudini un po’ provinciali dei nostri politici.

Crosetto ha anche ricordato che l’Unione potrebbe essere chiamata presto o tardi a inviare in Ucraina svariate decine di migliaia di uomini per fungere da interposizione fra russi e ucraini. Adesso è tutto prematuro, visto che per far rispettare un armistizio occorre prima sottoscrivere degli accordi di tregua, se non proprio di pace. Ma anche il ruolo dei soldati europei, in questa forma e in tale dimensione, sarebbe un evento senza precedenti.

Fino a che punto i nostri partiti sono consapevoli del salto di qualità che si sta preparando? Al momento, ognuno segue il proprio sentierino e gioca la politica estera in chiave tattica.

A destra, Salvini ha voluto per mesi apparire il primo amico di Putin in Italia, senza temere il grottesco. Ora è preso dal congresso della Lega e si capisce, dal momento che la sua leadership scricchiola. Ma in particolare resta convinto che Trump sia un uomo del Cremlino, con ciò dimostrando di capire poco di politica internazionale.

A sinistra le divisioni sono più profonde, intrise di pacifismo filo-russo. Ha ragione Luigi Zanda, nell’intervista alla Stampa, a reclamare un chiarimento sulla politica estera tra Pd, 5S e gruppi della sinistra. È indispensabile, se si vuole costruire una credibile proposta per il futuro governo.

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