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Meloni, la stabilità e i suoi rischi nel 2025

Giorgia Meloni al comizio finale di Atreju 

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Il punto del 17 dicembre 2024
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Il 2025 si avvia a essere un anno significativo per le sorti di protagonisti e comprimari, tra maggioranza e opposizione. In primo luogo, si deciderà il destino della legislatura: in primavera saremo a metà strada del quinquennio e l’impressione è che il cammino sia in salita per tutti. Il centrodestra deve combattere il logoramento fisiologico in una coalizione che non gode di salute straordinaria, ma ha tutto l’interesse a salvare le apparenze fingendo d’essere unita. Del resto, la presidente del Consiglio può vantare il generoso appoggio che le deriva da alcuni articoli della stampa internazionale. Quanto al centrosinistra, è evidente la mancanza di un’opposizione incisiva, unita all’insufficiente coesione interna (eufemismo).

Stando così le cose, Giorgia Meloni può pensare di difendere senza troppe difficoltà la stabilità interna, valore di tutto rispetto se paragonato alle tensioni e alle incertezze che attraversano Germania e Francia. Non solo, crede di potersi permettere i to…

Il 2025 si avvia a essere un anno significativo per le sorti di protagonisti e comprimari, tra maggioranza e opposizione. In primo luogo, si deciderà il destino della legislatura: in primavera saremo a metà strada del quinquennio e l’impressione è che il cammino sia in salita per tutti. Il centrodestra deve combattere il logoramento fisiologico in una coalizione che non gode di salute straordinaria, ma ha tutto l’interesse a salvare le apparenze fingendo d’essere unita. Del resto, la presidente del Consiglio può vantare il generoso appoggio che le deriva da alcuni articoli della stampa internazionale. Quanto al centrosinistra, è evidente la mancanza di un’opposizione incisiva, unita all’insufficiente coesione interna (eufemismo).

Stando così le cose, Giorgia Meloni può pensare di difendere senza troppe difficoltà la stabilità interna, valore di tutto rispetto se paragonato alle tensioni e alle incertezze che attraversano Germania e Francia. Non solo, crede di potersi permettere i toni del discorso conclusivo di Atreju, domenica scorsa. In realtà non è così. Quell’intervento, per come si è svolto, resta un errore anche se non cambia — come non cambierà — i rapporti di forza e dunque la solidità dell’esecutivo. Il problema semmai è un altro e tocca proprio la data citata all’inizio. 2025, l’anno in cui la legislatura dovrà prendere una direzione di marcia ovvero esaurirsi nel piccolo cabotaggio. E non è immaginabile che il piccolo cabotaggio duri due anni e mezzo.

L’ansia che si avvertiva nelle parole della premier dipende forse da questo: dalla sensazione che l’agenda del governo sia piena di intenzioni, eppure vuota di risultati già acquisiti ovvero di riforme in dirittura d’arrivo. L’attacco all’opposizione — che pure, come si è detto, è molto debole — rivela la consueta necessità di scovare un nemico a cui affibbiare la responsabilità degli insuccessi. Eppure, oltre una certa soglia, il meccanismo non funziona. Se si chiede il “premierato” o l’autonomia regionale ovvero ancora una giustizia “de-ideologizzata”, fondata sulla separazione delle carriere dei magistrati, si mette nel conto qualche veemente polemica, talvolta segno di un dissenso nel merito e altre volte di un mero riflesso conservatore. In ogni caso, Giorgia Meloni è oggi sotto pressione come mai nei due anni del suo governo. E probabilmente si rende conto che occorre cercare un colpo d’ala all’inizio del nuovo anno, altrimenti c’è il rischio di galleggiare senza una meta. “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. È una frase famosa per il suo cinismo, ma il suo autore, Giulio Andreotti, agiva in un’Italia ben diversa dall’attuale. Un’Italia in cui le risorse economiche erano abbastanza abbondanti, la svalutazione della lira aiutava le esportazioni e persino il debito era sotto controllo rispetto a oggi.

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Oggi la premier deve ringraziare le testate estere che la trattano bene, ma è consapevole che certe analisi fanno presto a rovesciarsi nel loro contrario. Cosa accadrà, ad esempio, se la separazione delle carriere venisse affossata tra Camera e Senato? Non si tratta di una riforma secondaria, che si può accantonare e riprendere in un secondo tempo, bensì di un asse strategico del governo. Se si arena in Parlamento, le conseguenze sarebbero distruttive per la maggioranza, nel senso che ne verrebbe rivelata l’inconsistenza riformatrice. Altro che “tirare a campare”: sarebbe persino peggio. Con due ipotesi. La prima: una legislatura esaurita può procedere con l’ordinaria amministrazione, attuando il minimo indispensabile. Non sarebbe nel carattere della Meloni, almeno a giudicare dai toni usati alla festa di Atreju. La seconda: si cambia governo; ovvero, se questa soluzione risultasse improponibile per una serie di ragioni politiche, si scioglie il Parlamento. Dipende dal presidente della Repubblica, certo, ma soprattutto dalle circostanze che potrebbero crearsi di qui a qualche mese.

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