Una porta aperta indica una soglia e un passaggio: dalla reclusione alla libertà, se quella porta si trova in un istituto penitenziario. E se ad aprirla è un Pontefice. La decisione di papa Francesco di aprire nel carcere di Rebibbia una porta santa, all’indomani della cerimonia di inaugurazione dell’anno giubilare tenutasi a San Pietro la notte di Natale, ha un grande significato spirituale e un valore simbolico universale. Ma prende anche, dato lo stato attuale delle carceri italiane, un immediato significato politico e sociale.
Sono recluse in Italia, a metà dicembre 2024, più di 62 mila persone, una parte non piccola delle quali non è stata ancora raggiunta da condanna definitiva. È lì, ma potrebbe non dover essere lì, se fosse assolta. In ogni caso il sistema penitenziario non potrebbe ospitare più di 51 mila detenuti.
Ci sono dunque 10 mila detenuti in soprannumero: siamo prossimi al record. Sovraffollamento non vuol dire che si sta strettini, come su un volo low cost in…
Una porta aperta indica una soglia e un passaggio: dalla reclusione alla libertà, se quella porta si trova in un istituto penitenziario. E se ad aprirla è un Pontefice. La decisione di papa Francesco di aprire nel carcere di Rebibbia una porta santa, all’indomani della cerimonia di inaugurazione dell’anno giubilare tenutasi a San Pietro la notte di Natale, ha un grande significato spirituale e un valore simbolico universale. Ma prende anche, dato lo stato attuale delle carceri italiane, un immediato significato politico e sociale.
Sono recluse in Italia, a metà dicembre 2024, più di 62 mila persone, una parte non piccola delle quali non è stata ancora raggiunta da condanna definitiva. È lì, ma potrebbe non dover essere lì, se fosse assolta. In ogni caso il sistema penitenziario non potrebbe ospitare più di 51 mila detenuti.
Ci sono dunque 10 mila detenuti in soprannumero: siamo prossimi al record. Sovraffollamento non vuol dire che si sta strettini, come su un volo low cost in attesa di raggiungere la meta agognata delle vacanze. Non vuol dire nemmeno che si deve sopportare qualche scomodità, come a teatro lontani dal palco e con uno spilungone davanti.
Vuole dire invece non veder rispettata la propria dignità di uomini o di donne, vedersi negati spazi di vita e di socialità fondamentali, vedere limitati gli accessi ai servizi riabilitativi, vedere aumentare il consumo di psicofarmaci, vedere deteriorarsi i rapporti umani per troppa prossimità e quasi nessuna intimità, vedere moltiplicarsi le tensioni con il personale addetto alla sorveglianza, stressato da eccessivi carichi di lavoro e in sotto organico. Vuol dire, infine, vedere alle volte il proprio compagno di cella togliersi la vita con le stringhe delle scarpe.
A volte: troppe volte. Questo è infatti di sicuro un record: nell’anno in corso e fino al 16 dicembre ci sono stati 89 suicidi nelle prigioni italiane. Chi per impiccamento, chi per soffocamento. Chi con i lacci o una corda rudimentale, chi infilando la testa in una busta di plastica. E un’impennata record anche di minori detenuti.
Ora, una classe politica che gode intimamente all’idea di togliere il respiro al criminale trasportato sull’auto della polizia nuova fiammante non potrà che pensare che, in fondo, quei morti suicidi un po’ se la sono cercata. Una classe politica che a ogni decreto in materia di giustizia introduce un nuovo reato, tanto non costa nulla, e che riesce nella stupefacente impresa di indossare vesti garantiste quando si tratta di riformare l’ordinamento giudiziario, salvo infilarsi subito dopo i panni del più becero populismo penale e sanzionatorio adottando politiche di schietto stampo securitario, una classe politica così, altro che aprire le porte: ciò che vuole è buttar via la chiave. Dimenticare, non pensare e togliersi persino dalla vista coloro che marciscono in galera.
Se lo fa, lo fa però contro la Costituzione. Contro l’articolo 27 della Costituzione, per il quale la pena non può essere mai contraria al senso di umanità e deve sempre tendere alla riabilitazione del condannato. Il senso di umanità, tuttavia, non è rispettato, se un detenuto non ha nemmeno tre metri quadri per sé. E la riabilitazione rimane una chiacchiera vuota, se il tempo della detenzione viene ridotto a tempo perso, vuoto, negato, un tempo in cui nessun seme viene gettato, nessuna speranza di reinserimento sociale alimentata, nessuna porta aperta.
Questo però è quel che purtroppo pensa la maggioranza: ci vogliono più carceri, pene più severe, nuove fattispecie di reato. Chi ha sbagliato deve pagare e pagare significa che deve stare in galera, per cui basta pietismi, basta buonismi, basta con i giudici che concedono benefici e con i percorsi alternativi. E il carcere — dimenticavo — non può essere un hotel a cinque stelle (quando in carcere, va da sé, di stelle non ce n’è nemmeno una).
Gli ultimi governi di centrosinistra — e intendo: governi senza leghisti, populisti o post-fascisti — avevano, tra il 2017 e il 2018, messo mano a una riforma dell’ordinamento penitenziario che prendeva sul serio e provava a dare effettività ai diritti dei detenuti, in tema per esempio di pene alternative, riconoscimento dell’affettività, cura e assistenza medica.
Quella stagione si è chiusa, però, molto presto e lo scenario politico è cambiato abbastanza perché, oltre alla voce del Papa — e, va detto, dei pochi radicali rimasti che non rinunciano a porre il tema dello stato delle carceri e a farlo tutto l’anno — ben poche sono oggi le voci che si levano preoccupate dall’opposizione. Quanti voti si prendono infatti difendendo i diritti dei detenuti (dei colpevoli, come degli innocenti)? Nessuno: la risposta è nota.
E così clandestini, occupanti abusivi, drogati (al volante o no), scioperanti (precettati o no), ideologi gender e fanatici del politicamente corretto: non ci sono forse altri individui che finiscono oggi ai margini del discorso pubblico e perbene? Certo che sì: sono i detenuti, per l’appunto.
Ma tutte le altre categorie stigmatizzate trovano almeno qualche voce a difesa, nello spazio dialettico delle ragioni, e a volte anche più di qualche voce. I detenuti, invece, nessuna: per loro la porta rimane chiusa. Aperta simbolicamente per il Giubileo, ogni quarto di secolo, e chiusa per tutto il resto del tempo.