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La minaccia di Musk e l’asse dei presidenti

Marzabotto, 29 settembre: Sergio Mattarella e Frank-Walter Steinmeier nell’80esimo anniversario degli eccidi di Monte Sole (ansa)

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I moniti di Mattarella e Steinmeier sono rivolti a noi. Siamo noi, cittadini smarriti, che dobbiamo usare la rete senza esserne usati. Siamo noi che non dobbiamo far precipitare la democrazia nella “caverna digitale” dove i nuovi oligarchi ci vogliono prigionieri
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Non solo l’Italia, ma anche la Germania sa badare a se stessa. Dopo Sergio Mattarella, un altro capo di Stato europeo si ribella alle invasioni di campo di Elon Musk. Stavolta è Frank-Walter Steinmeier, presidente della Repubblica federale tedesca, a segnalare il «pericolo per la democrazia» rappresentato dalle influenze esterne. Sia quando sono nascoste, come nel caso delle elezioni in Romania. Sia quando sono aperte e palesi, «come avviene attualmente in modo intenso sulla piattaforma X».

Era già successo il 14 novembre, quando l’uomo più ricco del mondo, onusto di gloria per la trionfale rielezione del tycoon di Mar-a-Lago, aveva usato il suo social network per chiedere la cacciata dei magistrati del tribunale di Roma, “colpevoli” di aver bloccato l’operazione Albania di Giorgia Meloni: «Il popolo italiano vive in una democrazia o è un’autocrazia non eletta a prendere le decisioni?», aveva cinguettato il braccio digitale del neo-presidente già sull’uscio della Casa Bianca.

Nel s…

Non solo l’Italia, ma anche la Germania sa badare a se stessa. Dopo Sergio Mattarella, un altro capo di Stato europeo si ribella alle invasioni di campo di Elon Musk. Stavolta è Frank-Walter Steinmeier, presidente della Repubblica federale tedesca, a segnalare il «pericolo per la democrazia» rappresentato dalle influenze esterne. Sia quando sono nascoste, come nel caso delle elezioni in Romania. Sia quando sono aperte e palesi, «come avviene attualmente in modo intenso sulla piattaforma X».

Era già successo il 14 novembre, quando l’uomo più ricco del mondo, onusto di gloria per la trionfale rielezione del tycoon di Mar-a-Lago, aveva usato il suo social network per chiedere la cacciata dei magistrati del tribunale di Roma, “colpevoli” di aver bloccato l’operazione Albania di Giorgia Meloni: «Il popolo italiano vive in una democrazia o è un’autocrazia non eletta a prendere le decisioni?», aveva cinguettato il braccio digitale del neo-presidente già sull’uscio della Casa Bianca.

Nel silenzio assordante e imbarazzante della premier tricolore — appena riconquistata al trumpismo da combattimento grazie al premio newyorchese conferitole due mesi prima proprio dall’“amico Elon” — era toccato all’Uomo del Colle rimettere in riga il Doge americano, spiegandogli che il popolo italiano non ha alcun bisogno dei suoi «consigli».

Elon Musk (reuters)

Ma il multi-miliardario perde il pelo, non il vizio: una settimana fa l’ha rifatto, planando come un avvoltoio nel cielo sopra Berlino: «Solo una vittoria dell’Afd può salvare la Germania». Un endorsement sfacciato e smaccato al partito neo-nazista, dopo la caduta del cancelliere Scholz. Per questo anche Steinmeier gli risponde a brutto muso, annunciando lo scioglimento del Bundestag e le elezioni anticipate del 23 febbraio: «La scelta elettorale spetta esclusivamente ai cittadini tedeschi aventi diritto di voto».

Risposta sacrosanta, come lo era stata quella di Mattarella. I due presidenti hanno legami forti, ideali e culturali: celebrano assieme, mano nella mano, gli anniversari delle stragi nazifasciste, l’ultima a Marzabotto nel settembre scorso.

Ora sembra quasi che si siano coordinati, per provare a far capire al turbo-capitalista della sorveglianza ormai alla guida degli Stati Uniti la differenza che esiste tra sovranismo e sovranità. Il primo è l’ideologia spicciola delle nuove destre al comando in Occidente, che fanno cartello in nome del nazionalismo e dell’autoritarismo. La seconda è l’autonomia e l’indipendenza con la quale i cittadini esercitano il diritto di voto, che dà senso compiuto a una democrazia rappresentativa, nella sua forma parlamentare e repubblicana.

Purtroppo non servirà. Musk è ormai soggetto e oggetto di un esperimento politico-economico senza precedenti. Insieme a Trump, incarna un’inedita oligarchia onnipotente e autoreferenziale, dove tutto si mescola e si corrompe. L’immensa ricchezza dell’uno si fonde con l’infinita spregiudicatezza dell’altro. La vittoria alle presidenziali è a tutti gli effetti “presa del potere”.

Il business si fa politica, e viceversa: da una parte l’amministrazione, dall’altra i satelliti e i missili, le auto elettriche e le batterie, l’intelligenza artificiale e quella neurale. Il tutto ibridato dal web, che diventa strumento di manipolazione e di mobilitazione globale.

Un kombinat micidiale, dentro il quale è impossibile capire chi comanda e chi ubbidisce, chi detta le regole e chi le subisce. Il sano principio dell’accountability sembra solo un vecchio arnese del passato: il “complesso militare-digitale” controlla la Casa Bianca, il Congresso, la Corte suprema, e non rende conto a nessuno.

Come un moderno Dottor Stranamore, Musk cambia il canone occidentale che abbiamo conosciuto nel secolo breve. Da Web Evangelist visionario e rivoluzionario, Elon capisce che le vecchie élite novecentesche, all’apparenza impegnate a combattere la buona battaglia per la democrazia, stanno in realtà perdendo la fede. E così, cavalcando la digitalizzazione del mondo, ci sta traghettando nell’era post-democratica.

Basta seguirlo sul suo “giocattolo”, l’ex Twitter, che ha comprato tre anni fa per 44 miliardi di dollari e ha trasformato in incubatore d’odio anti-woke e piattaforma di controvalori politicamente scorretti a uso di internauti rancorosi.

Con quasi 210 milioni di follower, il suo account alterna video del “Dark Maga” (il lato oscuro della forza trumpiana) e del tycoon vestito da Santa Klaus che guida la slitta, inni al mitico Milton Friedman che considerava criminale “il governo della Grande depressione” e tabelle sulla caduta del tasso di fertilità in Europa, foto di lui medesimo vestito da “Ozempic Santa” (dimagrito grazie a dosi da cavallo del famigerato farmaco contro il diabete, di cui fa largo uso insieme alle droghe) e grafici sul crollo di fiducia nei media mainstream (con il commento «solo i democratici gli credono ancora»).

Un fritto misto di conservazione e qualunquismo, anti-politica e liberismo. Naturalmente, al servizio dell’Internazionale Derechista, come Javier Milei ad Atreju ha chiamato la santa alleanza di Trump, Musk, Orbán, Netanyahu e naturalmente Meloni.

Già a dicembre di un anno fa, nel discorso alle alte cariche, proprio Mattarella aveva suonato l’allarme, ragionando sull’impatto della rete nelle nostre vite. Aveva parlato di «una rivoluzione enormemente più profonda, più veloce e globale di quella industriale». Aveva detto: «Il modello culturale dell’Occidente è sotto sfida». Aveva evocato «contropoteri» che possono mettere a rischio le nostre libertà, «pochi gruppi che possono condizionare le democrazie», e che «manifestano la presunzione di divenire loro i protagonisti che dettano le regole, anziché essere destinatari della regolamentazione».

Non aveva mai citato Musk, ma ne aveva scolpito l’identikit, alludendo a «oligarchi di diversa estrazione che si sfidano nell’esplorazione sottomarina, in nuove missioni spaziali, nella messa a punto di costosissimi sistemi satellitari con implicazioni militari e controllo di piattaforme di comunicazione social».

Aveva citato invece George Orwell, per dire «immaginiamo solo per un momento, applicando lo scenario descritto nel libro 1984, cosa avrebbe potuto significare una distorsione nell’uso di queste tecnologie al servizio di una dittatura del Novecento». E aveva concluso: «Ecco, sono in gioco i presupposti della sovranità dei cittadini».

In un anno è già cambiato molto. Potremmo dire che è cambiato tutto, perché quei «contropoteri» non sono più così occulti, ma hanno vinto le elezioni in quella che un tempo chiamavamo “la più grande democrazia del pianeta”, e oggi non siamo più così sicuri che lo resterà ancora a lungo. Il processo è in pieno corso e fermarlo è difficile, come spiega Byung-chul Han in Infocrazia (Einaudi).

La democrazia, potere del popolo, è ormai apertamente sfidata e minacciata dall’infodemia, cioè la riproduzione virale delle informazioni. E tanto la democrazia è lenta, prolissa e complicata, quanto i post e i tweet, i meme e le fake news si diffondono e si riproducono ovunque in tempo reale, assumendo una dignità propria a prescindere dai concetti di verità e menzogna. I media virali hanno già esercitato il loro effetto prima ancora che abbia inizio un processo di verifica. Per questo, scrive Han, il tentativo di combattere l’infodemia con la verità è condannato al fallimento: “L’infodemia è resistente alla verità”.

Le prove generali del nuovo dispositivo di potere le abbiamo viste durante la campagna elettorale americana, dove le balle spaziali di Trump, rilanciate da Musk su X, hanno fatto la differenza, indipendentemente dall’evidente follia che contenevano. È la forza di quella che il New York Times ha definito la truthiness, neologismo che riflette una verità totalmente scollegata dalla solidità dei fatti, percepita come priva di oggettività e costruita in base alla pura e semplice arbitrarietà soggettiva.

Non è quello che anche noi italiani ed europei verifichiamo ogni giorno nel discorso pubblico, e nella comunicazione di ceti politici ormai addestrati a “de-fatticizzare” la realtà e a farci ingoiare “verità alternative”, all’insegna di un opinionismo dove tutto diventa lecito e dove ogni distinzione tra vero, falso e verosimile perde di significato?

Non vale solo per i migranti che mangiano i gatti e i cani degli americani, la frottola che ha fatto vincere Donald negli Stati del Midwest. Vale anche per le panzane della nostra premier sul Belpaese che cresce e macina inesistenti avanzi primari, o per quelle del nostro vicepremier sulle sentenze mai pronunciate dalla Cassazione che «ci dà ragione sull’operazione Albania».

È il “nuovo nichilismo” del XXI secolo, che nasce nel momento in cui perdiamo fiducia nella verità, smettiamo di cercarla e ci lasciamo travolgere dalla disinformazione e dalle teorie del complotto, che gli oligarchi digitali — ormai entrati nella stanza dei bottoni — riversano a pieno ritmo nell’infosfera globale.

Di questo parliamo, quando parliamo di Musk. Un autocrate che può sfuggire a ogni controllo e che oggi obbligherebbe Carl Schmitt a rideclinare il suo principio della sovranità: in questa modernità sregolata, sovrano non è colui che decide sullo stato d’eccezione, ma chi dispone delle informazioni in rete.

E più che all’ineffabile e inafferrabile Elon, che tanto se ne frega, i moniti di Mattarella e Steinmeier sono rivolti a noi. Siamo noi, cittadini smarriti, che dobbiamo usare la rete senza esserne usati. Siamo noi, solitari interconnessi, che non dobbiamo far precipitare la democrazia nella “caverna digitale”, dove i nuovi oligarchi ci vogliono prigionieri.

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