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La tecnodestra che avanza

Butler, Pennsylvania (Stati Uniti): Donald Trump e Elon Musk durante la campagna elettorale (afp)

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Si è costituita in soggetto pubblico, è entrata nel territorio della politica tradizionale, promettendo di rivoluzionarla. Figlia di due estremismi del capitalismo e del trumpismo, può essere soltanto radicale
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Non capita a tutte le generazioni di veder nascere una nuova specie politica capace di condizionare l’intero sistema, influire direttamente sulla sua natura e sulla sua fisionomia e condizionare radicalmente le sue scelte: succede nei momenti di crisi acuta o di frattura profonda, o ancora in occasione di un rivolgimento sociale.

Ma può verificarsi anche quando una fase è in esaurimento, per estenuazione, e nuovi soggetti sociali invadono il campo saltando il cursus honorum della tradizione, l’apprendistato, il voto e dunque il consenso popolare, forti di un potere personale sviluppato in un mondo parallelo, estraneo alla gestione della cosa pubblica e delle istituzioni, e pronti a tradurlo automaticamente in autorità politica al tavolo di comando dello Stato e del Paese.

È quel che sta avvenendo oggi con l’innesto del capitalismo tecnologico billionario sul tronco reazionario del trumpismo, generando un nuovo fenomeno culturale e politico che segnerà questa stagione: la tecnodestra…

Non capita a tutte le generazioni di veder nascere una nuova specie politica capace di condizionare l’intero sistema, influire direttamente sulla sua natura e sulla sua fisionomia e condizionare radicalmente le sue scelte: succede nei momenti di crisi acuta o di frattura profonda, o ancora in occasione di un rivolgimento sociale.

Ma può verificarsi anche quando una fase è in esaurimento, per estenuazione, e nuovi soggetti sociali invadono il campo saltando il cursus honorum della tradizione, l’apprendistato, il voto e dunque il consenso popolare, forti di un potere personale sviluppato in un mondo parallelo, estraneo alla gestione della cosa pubblica e delle istituzioni, e pronti a tradurlo automaticamente in autorità politica al tavolo di comando dello Stato e del Paese.

È quel che sta avvenendo oggi con l’innesto del capitalismo tecnologico billionario sul tronco reazionario del trumpismo, generando un nuovo fenomeno culturale e politico che segnerà questa stagione: la tecnodestra, la tech right come l’ha chiamata Elon Musk su X, benedicendo un post che l’annunciava e la battezzava: “Questo riassume più o meno il tutto, e mi ha aperto gli occhi”.

Dunque la tecnodestra ha già varcato il Rubicone, si è costituita in soggetto pubblico, è entrata nel territorio della politica tradizionale, promettendo di rivoluzionarla. Figlia di due estremismi del capitalismo e del trumpismo, può essere soltanto radicale, nei programmi che diventano progetti, nelle riforme che si trasformano in innovazione, nel governo visto come missione.

Ci eravamo accorti, naturalmente, delle immense fortune accumulate dagli imprenditori plurimiliardari della Silicon Valley, grazie a un talento tecnologico che ha trasformato la nostra vita: ma non avevamo capito che il connubio favoloso tra iper-tecnologia e iper-profitti (che nel caso di Musk superano il Pil di Paesi come il Portogallo) produceva una sorta di plusvalore carismatico e insieme la tentazione di spenderlo al banco di comando della nostra vita associata, quello del potere politico, giocando tutto sulla ruota della democrazia, supremo regolatore dell’intero sistema.

In fondo la potenza innovativa delle nuove proposte tecnologiche, la loro suggestione, la pervasività hanno cambiato il costume, il lavoro, l’informazione, l’economia, la cultura, la comunicazione e le relazioni personali.

Un passo in più, solo un passo, e la rivoluzione contagia e invade il recinto protetto della politica: perché fermarsi davanti al vecchio interdetto che pretende esperienza storica e competenza specifica per l’esercizio del potere pubblico?

In un’epoca in cui la popolarità sostituisce la fama, il tycoon è il nuovissimo alieno che viene dal mondo del fare, e può ben colonizzare il mondo del dire, con il suo patrimonio personale di modernizzazione e rivoluzione che ha conquistato i mercati, le abitudini e i consumi, e adesso vuole cambiare per sempre i riti della politica. Manca solo l’occasione.

Che arriva con la battaglia per la Casa Bianca. È esattamente “l’irregolarità” di Trump, con la sua rottura degli schemi, del linguaggio e dei gesti tradizionali, che apre la strada ai campioni della tecnodestra, perché è uno sfondamento. Saltano gli argini della vecchia politica, il partito repubblicano di Ronald Reagan si trasforma in uno strumento del populismo sovranista e nazionalista che sotto l’abito blu ufficiale di Trump nasconde le corna di bufalo dell’assalto al Campidoglio: in una continua minaccia di eversione, perché la destra estrema o vince o fa saltare il tavolo.

Come se Trump avesse dischiuso il vaso mitologico del superpotere senza più limiti e confini, i capitani dei nuovi giganti tech corrono al suo fianco, uno dopo l’altro. Il capitalismo e l’impresa hanno sempre parlato all’orecchio del governo, in tutti i Paesi, ma quella relazione riconosceva implicitamente il primato della politica, con i poteri esterni che influivano, si avvantaggiavano, appoggiavano, ma in qualche modo si gerarchizzavano rispetto all’autorità dello Stato.

Oggi siamo alla svolta: i tycoon non si limitano a finanziare le campagne elettorali (a buon rendere dopo la vittoria) ma si fanno loro stessi politica, legittimati dalla loro storia, dalla loro fortuna, dalla loro biografia da distribuire al popolo come una pagana ideologia.

Sbaglieremmo però a considerare Trump un semplice veicolo che introduce gli uomini nuovi nella frattura che lui ha aperto nel mondo politico. Il presidente è molto di più. Sconfitta la sinistra, la sua partita si gioca direttamente con il sistema, anzi con la sua natura.

Per la destra estrema, infatti, è arrivato il momento di correggere la democrazia, di tagliarle le unghie eliminando il suo carattere liberal-democratico, quindi il suo culto per lo Stato di diritto, la sua ossessione per i controlli, il bilanciamento dei poteri, la coscienza del limite: per liberare finalmente la piena potestà del leader che ha vinto le elezioni, conferirgli i mezzi per esercitare non soltanto il governo ma il comando, e instaurare il “potere verticale” delle “democrazie autoritarie”.

Questo è il punto dell’innesto e dello scambio tra il leader della destra sovranista e i condottieri della nuova tecnodestra. Che con l’alfabeto futurista della Silicon Valley trasformeranno la reazione in innovazione, presentando il ridimensionamento degli istituti democratici come una modernizzazione del sistema e i nuovi elementi di autoritarismo come una semplificazione del meccanismo di governo.

Abituati alla disintermediazione, all’ubiquità, alla velocità di un mondo globale, saranno loro a denunciare il carattere antiquario, burocratico, lento e costoso della procedura democratica che appesantisce e frena ogni decisione costringendola a un percorso faticoso, come se la democrazia avesse paura di se stessa.

Ci spiegheranno che è un riflesso naturale dell’età delle dittature, una salvaguardia per garantire che la tragedia non si ripeta: ma nel mondo di oggi che ha accorciato la storia e ristretto la geografia, perché ormai il centro è ovunque e ogni cosa è contemporanea, non ha senso seguire un codice di condotta del secolo scorso, completamente sfasato rispetto alle nuove esigenze, alle domande e alle attese del cittadino, e al ritmo stesso della sua vita.

La tech right darà dunque una sorta di timbro scientifico alla mutazione in senso autoritario della democrazia, presentandola come un’evoluzione nel moderno e uno svecchiamento funzionale del sistema.

«Questo può essere il nostro momento Sputnik — ha detto Vivek Ramaswamy, il partner di Musk scelto da Trump per rivoluzionare l’efficienza governativa — . Possiamo risvegliarci dal sonno, e l’elezione di Trump può segnare l’inizio di una nuova era d’oro in America, ma solo se la nostra cultura darà la priorità al successo rispetto alla normalità, e all’eccellenza rispetto alla mediocrità».

Se l’operazione andrà in porto assisteremo così a uno spettacolo inedito: la divaricazione tra capitalismo e liberal-democrazia, la cui alleanza, insieme con il lavoro e il welfare, è stata il nucleo vitale della civiltà occidentale in cui abbiamo vissuto, nella libertà.

Ecco perché chi continuava a chiedere a Giorgia Meloni di adeguare la cultura della sua destra alla democrazia dell’Occidente non ha mai avuto risposta: restando ferma, la premier si affida in realtà allo spirito reazionario del tempo, che spinge la democrazia ad adeguarsi al vento della destra. Resta una domanda: ma noi, che cosa stavamo facendo?

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