Al suo decimo Capodanno al Quirinale, Sergio Mattarella celebra questa sua virtuosa anomalia con un’intensa lezione di “patriottismo costituzionale” rivolta al Paese e al Palazzo. In un’ottica governo-centrica, gli auguri di Capodanno avranno ugualmente deluso quelli che a destra aspettavano carote e a sinistra auspicavano bastoni. Il Capo dello Stato vola molto più su delle misere beghe quotidiane con le quali negli incunaboli del potere romano la democrazia liberale svilisce in “crazia dei mediocri”, secondo una vecchia formula cara a Salvemini e a Bobbio. Il presidente della Repubblica guarda a orizzonti più lontani.
Parla a tutti noi — donne e uomini che vivono un tempo squassato da tragedie epocali e ingiustizie sociali — con il linguaggio di una politica alta e “altra” rispetto a quella che tracima ogni giorno dalle quinte televisive e dalle gazzette di regime, tra social network avvelenati dalla bugia e dal rancore e ir-reality show dominati dalla pornografia del dolore. E…
Al suo decimo Capodanno al Quirinale, Sergio Mattarella celebra questa sua virtuosa anomalia con un’intensa lezione di “patriottismo costituzionale” rivolta al Paese e al Palazzo. In un’ottica governo-centrica, gli auguri di Capodanno avranno ugualmente deluso quelli che a destra aspettavano carote e a sinistra auspicavano bastoni. Il Capo dello Stato vola molto più su delle misere beghe quotidiane con le quali negli incunaboli del potere romano la democrazia liberale svilisce in “crazia dei mediocri”, secondo una vecchia formula cara a Salvemini e a Bobbio. Il presidente della Repubblica guarda a orizzonti più lontani.
Parla a tutti noi — donne e uomini che vivono un tempo squassato da tragedie epocali e ingiustizie sociali — con il linguaggio di una politica alta e “altra” rispetto a quella che tracima ogni giorno dalle quinte televisive e dalle gazzette di regime, tra social network avvelenati dalla bugia e dal rancore e ir-reality show dominati dalla pornografia del dolore. Evoca principi universali e valori trasversali, sui quali siamo nati come nazione libera e sovrana, sui quali abbiamo scritto la nostra Legge fondamentale e sui quali sempre dovremmo fondare il nostro modo di vivere, da italiani in Europa e da europei nel mondo. Tutto richiama la Costituzione Repubblicana: viva e vitale, ma inattuata o tradita.
Se fossimo un Paese normale, il presidente del Senato non si limiterebbe ai soliti rallegramenti di rito rivolti al Colle, ma proporrebbe il testo di Mattarella come lettura obbligatoria nelle scuole. Peccato che Ignazio La Russa — seconda carica dello Stato, mirabile dictu — abbia già suggerito ai dirigenti scolastici l’ultimo libro di Italo Bocchino.
Spiace segnalarlo ai fieri “patrioti al comando”, ma il messaggio presidenziale è una contro-narrazione nobile e inconciliabile con quella delle destre oggi al comando. Solo nello sguardo sul mondo c’è una sostanziale identità di vedute (al di là di qualche improvviso riacutizzarsi della sindrome da Hotel Metropol di Capitan Salvini). Da umani, consideriamo i devastanti conflitti in Palestina e in Ucraina una barbarie infinita. Da italiani, sappiamo che la nostra Carta all’articolo 11 indica la pace come “obiettivo irrinunziabile”. Il Capo dello Stato fa bene a ricordare che la spesa per armamenti ha raggiunto i 2.443 miliardi di dollari, otto volte di più di quanto stanziato dalla Cop29 per contrastare il cambiamento climatico. Ma fa ancora meglio a ribadire che la pace non significa “sottomettersi alla prepotenza di chi aggredisce gli altri Paesi con le armi”. Tra Mosca e Kiev non ci può essere una pace a qualunque prezzo: serve una pace giusta, che rispetti il diritto di ogni popolo alla libertà e alla dignità. Non è un richiamo da poco, in un contesto nel quale l’Uomo del Cremlino conta su Trump e sull’Internazionale Sovranista al seguito per annettersi Donbass, Crimea e chissà cos’altro, mentre nella Ue cresce la malapianta del disimpegno militare nei confronti di Zelensky, considerato dalla Feccia Nera orbaniana un pazzo mitomane col cappelluccio in mano.
Su tutto il resto, il pensiero del presidente della Repubblica riflette un magistero ideale e valoriale irriducibilmente diverso da quello incarnato dalla Sorella d’Italia. In ogni riferimento alle criticità che stiamo attraversando c’è un diritto protetto dalla Costituzione che diventa diritto negato dalla brutalità della fase, ma taciuto da chi siede nella stanza dei bottoni. Libertà, uguaglianza, solidarietà: tutto è in discussione o in pericolo. Forze centrifughe spaccano le società, lacerano il senso di comunità, esasperano le contrapposizioni e dividono le pubbliche opinioni. Fatichiamo a trovare un modo accettabile di convivere. “Galleggiamo”, come rileva il Censis. Sempre più disamorati dalla democrazia, mentre saremmo “tutti chiamati ad agire, rifuggendo egoismo, rassegnazione, indifferenza”. Il “rispetto” non sta scritto nella Costituzione, ma è parola dell’anno e Mattarella non per caso la rilancia insieme alla “speranza”: non esistono l’uno senza l’altra. E se non esistono, non esiste il futuro. Quello nostro e soprattutto quello dei nostri figli, che tra violenze, droghe e solitudini esistenziali pagano il conto più salato alle troppe crisi di questo secolo nuovo e difficile.
Il racconto delle condizioni materiali del Paese attinge finalmente al principio di realtà, che invece è ignoto a Palazzo Chigi. Dal Quirinale si scorgono “luci e ombre”, “straordinarie potenzialità e punti di debolezza”. Vale per la tecnica, che offre opportunità inimmaginabili nelle cure mediche ma non evita liste d’attesa insopportabili. Vale per l’occupazione, che aumenta ma non risolve il dramma del lavoro precario e sottopagato. Vale per il made in Italy, che attrae investimenti ma non evita la fuga dei giovani all’estero. E poi vale per tutti i mali atavici del Belpaese, che invece di guarire incancreniscono, anche in questo caso a dispetto delle garanzie costituzionali: i divari territoriali Nord-Sud e le disuguaglianze economiche, i disastri naturali e i morti sul lavoro, le disparità di genere e la dignità femminile violata, fino ad arrivare agli “ultimi”, quelli che il cattivismo della destra persegue e punisce. I migranti, poveri cristi respinti in guanti bianchi. E i carcerati, che marciscono in galera: scarti umani da rinchiudere dietro le sbarre, buttando via la chiave con tanti saluti alla funzione rieducativa delle pene. De te fabula narratur: impossibile non interpretare l’inciso sui detenuti che “devono poter respirare un’aria diversa” come una sacrosanta censura alla mostruosa “Dottrina Delmastro”, il sottosegretario che solo un mese fa esprimeva la sua “intima gioia” per il modo in cui “non lasciamo respirare chi è nelle auto della Polizia penitenziaria”.
Poi c’è il “vero patriottismo”, di cui Mattarella vede traccia nei medici dei pronto soccorso, negli insegnanti, in chi fa impresa “con responsabilità sociale e in chi, “con origini in altri Paesi, ama l’Italia, fa proprio i suoi valori costituzionali e le leggi”. Eccolo, il “patriottismo costituzionale”. La scienza politica e la filosofia ce lo chiariscono. Per Carlos Luis Miguel è un corpus valoriale anteriore alla nazione, che non va intesa come concetto etnico, ma civico e fondato sulla Costituzione democratica. È un metodo per unire i cittadini allo Stato attraverso un ordinamento condiviso e il voto democratico: l’unico collante che permette a un popolo di riconoscersi in un denominatore comune più profondo, che non sia la lingua o la razza. Per Jurgen Habermas, il “patriottismo costituzionale” è il solo antidoto ai nazionalismi, e dunque ad Auschwitz: Patria non è “il cieco e brutale attaccamento alla terra, agli antenati, all’etnia, o alla religione nazionale”, ma è “l’amore della libertà comune, della lealtà nei confronti della Costituzione e la speranza di un futuro da costruire insieme”.
Il “patriottismo” del Capo dello Stato nasce da questa straordinaria vena politico-culturale: valori costituzionali che uniscono e non dividono, includono e non escludono. All’opposto di Meloni che a New York — a fianco di Musk, sovrano della nuova tech-right globale — ha parlato di tutt’altro “patriottismo”: quello a-costituzionale, fatto di piccole patrie e di Fortezza Europa come cartello di Stati-Nazione, ognuno con la sua identità, le sue tradizioni, i suoi confini. Cioè il neo-nazionalismo, che come dimostra la tragedia russo-ucraina non è la cura: è la malattia. Il 2025 segnerà l’ottantesimo anniversario della Liberazione dal fascismo, ma lo passeremo tra livorose campagne referendarie sull’Autonomia differenziata, strappi sul premierato, spallate sulla giustizia. È di vitale importanza sapere che al Quirinale c’è un presidente della Repubblica di questo spessore morale e di questa tempra istituzionale. Ma come avverte lui stesso, tocca a noi cittadini stare in campo, partecipare, tradurre la speranza in realtà. Almeno, provarci.