Pierluigi Castagnetti, autorevole esponente del cattolicesimo impegnato nella vita sociale, non fa mistero da tempo di ritenere il Pd un luogo - quasi un “non partito” - in cui i cattolici possono solo sentirsi a disagio. Viceversa Pierluigi Bersani, che nel Pd rappresenta una sorta di coscienza collettiva oltre che un efficace volto televisivo, assicura che la sigla di Elly Schlein raccoglie in maniera equilibrata “credenti e non credenti”, per cui i cattolici hanno i loro spazi e ruoli. Ergo, non ci sarebbe alcuna ragione per lamentarsi e rivendicare maggiori margini di manovra. La citazione di questi due nomi non è casuale: entrambi provengono da una lunga esperienza politica. Il primo nella sinistra democristiana; il secondo nelle file del Pci/Pds e infine, dopo vari travagli, nel Pd.
L’argomento di uno è opposto a quello dell’altro,…
Pierluigi Castagnetti, autorevole esponente del cattolicesimo impegnato nella vita sociale, non fa mistero da tempo di ritenere il Pd un luogo - quasi un “non partito” - in cui i cattolici possono solo sentirsi a disagio. Viceversa Pierluigi Bersani, che nel Pd rappresenta una sorta di coscienza collettiva oltre che un efficace volto televisivo, assicura che la sigla di Elly Schlein raccoglie in maniera equilibrata “credenti e non credenti”, per cui i cattolici hanno i loro spazi e ruoli. Ergo, non ci sarebbe alcuna ragione per lamentarsi e rivendicare maggiori margini di manovra. La citazione di questi due nomi non è casuale: entrambi provengono da una lunga esperienza politica. Il primo nella sinistra democristiana; il secondo nelle file del Pci/Pds e infine, dopo vari travagli, nel Pd.
L’argomento di uno è opposto a quello dell’altro, il che dimostra che uno dei due è totalmente sbagliato. Fra pochi giorni, il 18 gennaio, ne sapremo di più. In quella data si riuniscono infatti alcuni di quei cattolici che desiderano contare all’interno del Pd e di conseguenza nella vita politica. Non è un tentativo di dar vita al “partito dei cattolici”, la cui resurrezione è esclusa per mille ragioni. Non è nemmeno, a ben vedere, l’organizzazione di una corrente all’interno del partito, come sarebbe stato un tempo. A quanto è dato sapere, non è nemmeno l’annuncio che la ricerca del “federatore” (ossia il sarto che cucirà insieme tutti i tasselli del cosiddetto “campo largo”) ha avuto successo, per cui ecco il vincitore. Niente di tutto questo. È semmai il segnale che il Pd di Elly Schlein non è quella “casa” in cui credenti e non-credenti convivono in modo armonioso, come dice Bersani. Al contrario, sembra che una parte almeno della sinistra cattolica abbia bisogno di qualcosa di più per sentirsi a proprio agio, con un tetto sopra la testa. Valori, certo: questioni etiche che tengano conto di un punto di vista che finora è stato messo ai margini, magari in modo inconsapevole. E temi istituzionali come la difesa della Costituzione, dunque no al presidenzialismo o al premierato, no all’eccesso di decentramento, eccetera. Si dirà che il Pd già oggi è abbastanza impegnato nel “fronte del no”; ma qui si chiede in realtà una politica meno episodica, meno all’insegna del giorno per giorno. In sostanza si vuole un’opposizione più coerente ed efficace. È il terreno su cui lavorano, ciascuno per sé, anche Calenda e Renzi, ma lungo una strada parallela, quando non divergente. La prossima iniziativa milanese di Delrio, con Castagnetti e l’uomo del giorno, Ruffini, oltre all’intervento di Romano Prodi, si muove all’interno del Pd affinché i cattolici possano considerarsi nella propria dimora. Il che, per certi aspetti, è persino più scomodo per Elly Schlein, più insidioso per la sua leadership. Che nessuno contesta, eppure è in qualche misura sfidata. Quanto al punto del “federatore”, cioè del nuovo Prodi che ripianerà almeno per un po’ le distanze tra Schlein, Conte, la sinistra estrema e i diversi “centristi”, non si risolverà di sicuro nel convegno del 18. Tuttavia, se il nuovo Prodi non è alle viste, in compenso ci sarà il Prodi originale, ancora in grado di dispensare consigli. Forse la segretaria del Pd dovrebbe ascoltare di più la voce dí personalità più anziane che hanno fatto parte della sua stessa storia politica, ovvero che occupano rilevanti cariche della Repubblica. Il rischio della solitudine è quello di creare zone di malcontento che prima o poi si manifestano. Come sta avvenendo oggi nell’area cattolica. E non è questione di innalzare Ruffini a leader del centrosinistra, obiettivo del tutto irrealistico. E nemmeno di scegliere per acclamazione il “federatore”, che sia Gentiloni o chiunque altro. Al momento l’idea è quella di rendere il Pd meno debole, con una più credibile classe dirigente di futuri ministri.