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Conte, il dopo Grillo e il futuro col Pd

Beppe Grillo, fondatore del Movimento 5S

 
Il punto del 4 dicembre 2024
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Tanto tuonò che non piovve. L’intervento di Beppe Grillo, ieri mattina, lasciava presagire sconquassi e qualcuno, ma nemmeno tanti, si era lasciato convincere che sarebbe accaduto. Invece si è trattato solo di una malinconica e breve esibizione di un personaggio che ha fatto il suo tempo, con il consueto repertorio di frasi a effetto. Il carro funebre, il mago di Oz, le solite accuse, il simbolo è mio…. Niente di nuovo, soprattutto niente che lasci presagire una riscossa. Certo, “il movimento è morto”: questa è una verità riconosciuta anche dal fondatore, con una punta di soddisfazione, visto che l’assassinio è attribuito al detestato rivale. In ogni caso, è una morte che non prevede resurrezione. In realtà su quest’ultimo punto Grillo è stato ambiguo, lasciando intendere di avere chissà quali carte nella manica per tornare all’età dell’oro. Ma è un’ipotesi che non esiste: al massimo si può immaginare un supplemento di esibizioni nostalgiche. L’epoca in cui l’Italia si lasciò sedurre …

Tanto tuonò che non piovve. L’intervento di Beppe Grillo, ieri mattina, lasciava presagire sconquassi e qualcuno, ma nemmeno tanti, si era lasciato convincere che sarebbe accaduto. Invece si è trattato solo di una malinconica e breve esibizione di un personaggio che ha fatto il suo tempo, con il consueto repertorio di frasi a effetto. Il carro funebre, il mago di Oz, le solite accuse, il simbolo è mio…. Niente di nuovo, soprattutto niente che lasci presagire una riscossa. Certo, “il movimento è morto”: questa è una verità riconosciuta anche dal fondatore, con una punta di soddisfazione, visto che l’assassinio è attribuito al detestato rivale. In ogni caso, è una morte che non prevede resurrezione. In realtà su quest’ultimo punto Grillo è stato ambiguo, lasciando intendere di avere chissà quali carte nella manica per tornare all’età dell’oro. Ma è un’ipotesi che non esiste: al massimo si può immaginare un supplemento di esibizioni nostalgiche. L’epoca in cui l’Italia si lasciò sedurre dal più sfrontato (e talentuoso, bisogna ammetterlo) demagogo della storia repubblicana, si è chiusa.

Il che non significa che Giuseppe Conte sia il trionfatore del bizzarro duello. Non c’è confronto possibile tra i due; sono talmente diversi che la vera domanda è come siano riusciti a convivere per qualche anno pur non sopportandosi. In concreto, Grillo ha perso la tenzone, come era chiaro da tempo, e tuttavia il suo rivale non è ancora il vincitore politico. Lo sarà, potrà diventarlo, ma prima dovrà definire una proposta coerente. Significa non rifugiarsi più nella comodità dell’anti-politica, della falsa lotta al sistema. Quello schema ha consentito il grande successo del 2018 e peraltro si è esaurito da tempo. Mai la massiccia ondata “grillina” è riuscita a tradursi in un’azione di governo incisiva. È stata nella migliore delle ipotesi un’iniezione di assistenzialismo poi sfociato nel reddito di cittadinanza, nella velleitaria “abolizione della povertà”, nell’era dei super-bonus. E in politica estera in una linea anti-occidentale che l’invasione russa dell’Ucraina ha trasformato in un sostanziale sostegno alla Russia o quantomeno nel disprezzo verso Zelensky.

Oggi Conte ha l’opportunità di ricostruire, come si dice, l’identità del movimento. Che non potrà essere quella di un “grillismo” trasfigurato nel “contismo”, quindi un partito altrettanto personale votato a imitare i successi del fondatore, finché sono durati. La strada dovrà passare, come è logico, attraverso un nuovo rapporto con il Pd, al di là della retorica del “campo largo”. Se c’è una logica, Conte dovrà accettare una sorta di leadership dei democratici, imposta dai numeri. Il Pd di Elly Schlein pesa circa il doppio dei 5S e l’epoca della competizione per l’egemonia a sinistra sembra conclusa. O meglio, si può anche considerare che la partita non è finita, ma vorrebbe dire accettare una contesa permanente e alla fine distruttiva per le sorti del centrosinistra.

A lungo è stato detto e scritto che Conte era animato dal desiderio, al limite dell’ossessione, di tornare come premier a Palazzo Chigi. Oggi deve comunque ridimensionare le sue ambizioni e accettare le posizioni — di tutto riguardo — che di solito spettano al secondo partito della coalizione vittoriosa. Il problema è che prima bisogna vincerle, le elezioni. Qui Romano Prodi, che pure non ha risparmiato critiche alla Schlein, ha dato una mano al Pd, sgombrandogli la strada. I 5S, ha detto, non sono di sinistra. L’idea di Conte, che vorrebbe incarnare lo spirito “progressista” dell’intesa, è un’illusione. Non è detto che sia un male, se i “contiani” rinunceranno a litigarsi i consensi di sinistra con Pd, Fratoianni e Bonelli. A maggior ragione, tuttavia, il nuovo “movimento” deve ripensare la sua agenda.

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