Non è tutto oro quello che luccica. Si potrebbe sintetizzare così la valutazione dei dati diffusi dall’Istat sul mercato del lavoro. È necessario affrontarla con equilibrio.
A novembre, il tasso di occupazione è rimasto stabile al 62,4%, senza variazioni rispetto al mese precedente. Una stabilità che dura dall’estate. Ma attenzione: rispetto a un anno fa, il tasso di occupazione è aumentato di 0,5 punti percentuali. Un incremento rallentato, perché tra il 2022 e il 2023 era stato +1,3%. In termini assoluti, l’occupazione è cresciuta di 328 mila unità, ma questo aumento è la sintesi di un calo di 57 mila occupati tra i giovani fino a 34 anni e di un aumento di 370 mila occupati nella fascia di età over 50.
E questo è un nodo cruciale. Il problema nel nostro Paese è che non riusciamo a tradurre la crescita dell’occupazione in maggiori opportunità per i giovani. Il tasso di occupazione giovanile non è ancora tornato ai livelli del 2008. Al contrario, l’occupazione tra i 50-64enni è au…
Non è tutto oro quello che luccica. Si potrebbe sintetizzare così la valutazione dei dati diffusi dall’Istat sul mercato del lavoro. È necessario affrontarla con equilibrio.
A novembre, il tasso di occupazione è rimasto stabile al 62,4%, senza variazioni rispetto al mese precedente. Una stabilità che dura dall’estate. Ma attenzione: rispetto a un anno fa, il tasso di occupazione è aumentato di 0,5 punti percentuali. Un incremento rallentato, perché tra il 2022 e il 2023 era stato +1,3%. In termini assoluti, l’occupazione è cresciuta di 328 mila unità, ma questo aumento è la sintesi di un calo di 57 mila occupati tra i giovani fino a 34 anni e di un aumento di 370 mila occupati nella fascia di età over 50.
E questo è un nodo cruciale. Il problema nel nostro Paese è che non riusciamo a tradurre la crescita dell’occupazione in maggiori opportunità per i giovani. Il tasso di occupazione giovanile non è ancora tornato ai livelli del 2008. Al contrario, l’occupazione tra i 50-64enni è aumentata di ben 20 punti percentuali rispetto a quell’anno. Non è un fatto secondario. E emerge nella sua drammaticità, se confrontato con la situazione europea.
Il riferimento in questo caso è ai dati del terzo trimestre, perché solo l’Istat monitora mensilmente i principali indicatori del mercato del lavoro. Gli altri Paesi si limitano a fornire il dato sulla disoccupazione, che da solo non può rendere la complessità della realtà.
L’Italia è ultima in Europa per tasso di occupazione, sia generale sia giovanile e femminile. Un Paese come la Grecia, che è penultimo in graduatoria, ha registrato tassi di occupazione giovanile di 6 punti superiori ai nostri per i 25-29enni. La distanza tra l’Italia e la media europea è di ben 14 punti.
Siamo anche all’ultimo posto per l’occupazione femminile, con un divario di 13 punti rispetto alla media europea. Benché il dato sia migliorato a novembre, arrivando al 53,7%, si tratta di un progresso anch’esso rallentato: +0,7% rispetto a un anno fa.
In molti Paesi, anche quelli che erano partiti da una situazione più difficile, i miglioramenti sono stati ben più consistenti. E, con tutto il supporto che il Pnrr ha messo a disposizione, il fatto che non si veda un incremento più significativo dovrebbe farci riflettere. Senza considerare, poi, le criticità in termini di maggiore precarietà, salari bassi e numero di ore lavorate di ampi segmenti giovanili e femminili.
Un ultimo punto riguarda il dato relativo ai non occupati. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto il minimo storico, è vero. Ma bisogna guardare con attenzione a cosa si cela dietro questa diminuzione. Parte della riduzione della disoccupazione si spiega con l’aumento delle persone che non cercano più attivamente un lavoro, che, quindi, sono finite nell’inattività.
L’inattività colpisce in modo particolare le donne, creando una vera e propria trappola: molte donne disoccupate smettono di cercare lavoro perché non riescono a trovarlo e quindi passano nell’inattività. Le donne che non sono più in cerca d’occupazione spesso hanno problemi familiari, difficoltà oggettive. L’inattività per loro diventa una morsa, la stessa in cui finiscono i disoccupati di lunga durata: più si sta fuori dal mercato del lavoro, più si avrà difficoltà a reinserirsi.
Dietro ogni numero, ci sono vite, e spesso sofferenze. Dobbiamo imparare a leggere i dati con obiettività. Trarne insegnamento per costruire politiche efficaci. Dobbiamo chiederci: stiamo realmente facendo quello che serve per cambiare questa situazione? Ahimè, il confronto con l’Europa ci dice che sul lavoro non siamo un Paese per giovani, né per donne.